Matteo Fabbro © Riccardo Scanferla
Matteo Fabbro © Riccardo Scanferla

Matteo Fabbro: «Mi ritrovo in un nuovo mondo»

Intervista al neoprofessionista friulano che nella prossima stagione correrà con il Team Katusha

Al termine del 2017 sono solamente due i corridori italiani che l’anno prossimo passeranno da una squadra dilettantistica ad una World Tour. E uno di questi è Matteo Fabbro. Nato il 10 aprile del 1995, il friulano è pronto ad affrontare la sua prima esperienza tra i professionisti dopo aver corso nella categoria under 23 per ben quattro annate con il Cycling Team Friuli. La squadra bianconera nel corso delle ultime stagioni ha permesso al giovane azzurro di crescere in un ambiente molto accogliente. Nel corso dell’anno che sta terminando sono state diverse le squadre che si sono interessate al ventiduenne di Udine ma la sua scelta è ricaduta sul Team Katusha-Alpecin, diretto da José Azevedo. Appena rientrato dal suo primo ritiro invernale lo abbiamo intervistato per farci raccontare, tra le varie cose, come ha vissuto le prime settimane con la sua nuova squadra.

Matteo, presentati in trenta secondi
«Mi chiamo Matteo Fabbro, ho ventidue anni e provengo da Codroipo, un paese in provincia di Udine. Durante la mia adolescenza ho frequentato l’istituto superiore Malignani di Udine e mi sono diplomato come perito meccanico. Da dilettante ho corso quattro anni nel Cycling Team Friuli, diretto da Andrea Fusaz e Renzo Boscolo. Adesso invece sono un ciclista professionista a tutti gli effetti»

Quando hai iniziato a praticare il ciclismo?
«Ho incominciato ad andare in bicicletta quando ero piccolo, visto che provengo da due famiglie di ciclisti. I miei nonni mi hanno messo in bici ed è stato amore a prima vista. Anche se negli anni successivi i miei familiari hanno tentato di indirizzarmi verso altri sport meno pericolosi, ho scelto il ciclismo»

Questa è stata la tua stagione da dilettante più importante
«Indubbiamente è stata la mia annata più importante tra gli under 23. L’inverno scorso, dopo tutto quello che avevo fatto l’anno precedente, pensavo che il 2017 sarebbe stato solo una passerella. Ma così non è stato, poiché la mia stagione è stata costellata di infortuni e ho dovuto sudarmi il passaggio al professionismo. E penso che ciò mi sia servito da lezione»

L’anno prossimo correrai con il Team Katusha Alpecin
«Sì, nella prossima stagione sarò con loro. Una delle persone che ha svolto un ruolo fondamentale per permettermi di correre nel mondo dei professionisti è stato il mio procuratore Raimondo Scimone ed insieme abbiamo optato per il Team Katusha-Alpecin che ringrazio per la fiducia che sin da subito ha dimostrato nei miei confronti»

Ad inizio 2017 però avevi fatto uno stage con il Team Sky
«A gennaio avevo partecipato ad un training camp a Maiorca con oro. A fine stagione però non avevamo trovato un accordo e quindi ho preferito andare alla corte di José Azevedo il quale mi aveva proposto un progetto veramente interessante. E credo che passare professionista con il Team Katusha sia stata la scelta migliore»

Che ambiente avevi trovato nella squadra britannica?
«Come al Team Katusha Alpecin, anche al Team Sky avevo trovato un bell’ambiente. A dire di molti sembra che il mondo che gira intorno alla compagine inglese sia tutto molto “robotico” ma per come l’ho vissuto posso dire che non è così. La squadra britannica è una formazione normale, come tutte le altre, e le persone che lavorano per loro sono amichevoli. Inoltre ognuno all’interno della formazione britannica svolge la propria mansione con serenità»

Per quale motivo hai scelto il Team Katusha?
«La squadra russa ha sempre dimostrato grandi interessi nei miei confronti ed infatti negli ultimi anni mi hanno sempre seguito. Il team manager José Azevedo e i direttori sportivi mi hanno proposto un programma pluriennale che sembrava fatto su misura per me. Per questo motivo mi è piaciuto sin da subito il loro progetto. E all’istante ho detto sì senza pensarci su due volte»

Cosa ti entusiasma di più di questa nuova avventura?
«Devo dire che tutto mi affascina. Mi ritrovo in un nuovo mondo dopo quattro anni passati al Cycling Team Friuli che per me era diventata più una famiglia che una squadra di ciclismo. Adesso invece sono al Team Katusha con nuove persone, nuovi compagni di squadra e nuovi stimoli che, dopo tutte queste annate corse nella categoria under 23, penso che ci volessero per la mia crescita. Il passaggio al professionismo lo vedo inoltre come una cosa positiva perché mi ritrovo in nuovo ambiente in cui migliorarmi. Tra l’altro essendo passato in una squadra straniera non si parla più italiano ma inglese e quindi posso confrontarmi con altre culture visto che i miei compagni provengono da molte nazioni differenti. In questo modo posso crescere non solo sotto l’aspetto del corridore ma anche da un punto di vista personale»

Mentre cosa ti spaventa?
«L’unica paura può essere quella di non essere sin da subito all’altezza visto che cambiano notevolmente i ritmi. Per il resto sono molto tranquillo perché l’ambiente è molto familiare e tra i compagni si va tutti d’accordo»

Nelle scorse settimane hai partecipato al primo raduno con la tua nuova squadra
«Ad inizio mese abbiamo fatto un ritiro ed è stato tutto molto bello. Mi sono ritrovato in una squadra in cui c’è un miscuglio di lingue, di culture e di modi di fare e nei primi giorni ero un po’ spaesato poiché non sapevo bene come comportarmi ma sia lo staff che i compagni si sono impegnati a non farmi sentire a disagio. E alla fine ne è uscito un bel gruppo con il quale penso si possa fare molto bene quest’anno»

Cosa ti ha colpito maggiormente?
«Sono rimasto affascinato dall’organizzazione di queste squadre World Tour. Poi mi ha colpito il metodo che hanno Tony Martin, Marcel Kittel, Ilnur Zakarin e tutti gli altri campioni della compagine russa perché non fanno nulla a caso ma a tutte le loro azioni c’è un perché. E quindi da compagni così c’è solo che da imparare»

Con quale compagni di squadra hai iniziato a socializzare di più?
«Ho socializzato un po’ con tutti i miei compagni. In ritiro sono stato in camera con Maxim Belkov e quindi dopo due settimane con lui è nato un feeling maggiore. Comunque se devo fare altri nomi ho iniziato a conoscere bene Marcel Kittel, Steff Cras, Marco Haller e Robert Kiserlovski. In ogni modo i miei nuovi compagni sono molto amichevoli e tranquilli. Inoltre viene data molta importanza a tutto il gruppo»

Nella prossima stagione sarai l’unico italiano a vestire la maglia della compagine russa
«Penso sia allo stesso tempo un onere e un onore. Sicuramente credo che sarà un bel modo di mettermi in mostra. Ma sarà la strada a dare il giudizio finale»

Negli ultimi quattro anni da under 23 avevi sempre corso con il Cycling Team Friuli
«Nelle ultime stagioni ho militato nella compagine friulana ed anche se ci sono stati momenti di alti e bassi il duro lavoro fatto assieme alla fine ha ripagato tutti gli sforzi. Poi in questi anni tutta la squadra ha sempre creduto in me»

Hai un ringraziamento da fare?
«Ringrazio tutto il Cycling Team Friuli ed in particolar modo Andrea Fusaz e Renzo Boscolo. Poi una nota di merito ed un grazie va anche al presidente e a tutto lo staff che mi permesso di svolgere questa attività al meglio senza mai mettermi pressioni e recare in me alcun tipo di disturbo»

La squadra friulana l’hai salutata alla grande vincendo ad ottobre la Coppa Città di San Daniele
«Sì, a fine stagione mi sono imposto alla corsa friulana e credo sia stato il modo migliore per ripagare la mia squadra dopo questi quattro anni vissuti assieme. Era da diverse annate che mi ero prefissato di vincere proprio questa gara e sono contento che la vittoria sia giunta proprio al termine di questa stagione»

Che emozione hai provato a vincere sulle strade di casa?
«È stato come vivere un sogno. Ma non è stato facile, perché per vincere ho dovuto battagliare con gli altri corridori. Ottenere il successo davanti al proprio pubblico sulle strade in cui sono cresciuto è stato davvero il massimo. La Coppa Città di San Daniele l’avevo iniziata a prepararla, con il mio direttore sportivo Andrea Fusaz, subito dopo la conclusione del Tour de l’Avenir ma mai avrei creduto di potercela fare. Quel giorno credo che la differenza, più che le gambe, l’abbia fatta la testa e la motivazione. E per me questo successo è stato come una liberazione»

In stagione quanti chilometri hai percorso?
«Quest’anno sono stato vittima di molti infortuni e per questo motivo non ho corso molto. In ogni modo penso di aver pedalato per circa diciassettemila chilometri ma non so la cifra esatta»

Quale sarà la tua prima corsa del 2018?
«Debutterò il 31 gennaio alla Volta a la Comunitat Valenciana»

Dopo cosa prevede il tuo calendario?
«Per il momento dovrei prendere parte alla campagna spagnola. Per il resto non so a quali gare parteciperò perché, assieme alla squadra, definiremo meglio il mio programma dopo altri test e valutazioni»

Il Giro d’Italia del prossimo anno potrebbe essere la tua prima grande corsa a tappe a cui prenderai parte?
«Purtroppo nella prossima stagione non parteciperò alla Corsa Rosa. L’appuntamento però sarà rimandato di un solo anno visto che nel 2019 dovrei essere al via del Giro d’Italia»

Ilnur Zakarin ha dichiarato di puntare al Tour de France, potresti essergli un valido appoggio sulle montagne francesi?
«Non lo so ancora perché il livello è molto alto. Anzi è altissimo. Con grande probabilità non farò il Tour nella prossima annata ma tra due anni chissà…»

E poi a fine stagione ci sarà il mondiale di Innsbruck che ben si addice alle tue caratteristiche
«La corsa iridata è molto dura e per questo motivo mi piace parecchio. Però bisognerà conquistarsi un posto per essere della partita. E se avrò l’occasione sicuramente cercherò di fare qualcosa di buono per convincere il Commissario Tecnico Davide Cassani a convocarmi»

Ti ritieni un corridore da classiche o da corse a tappe?
«Vedendo il mio fisico e conoscendo anche quali sono le mie caratteristiche certamente sono un atleta più propenso ai grandi giri»

Tre anni fa ti eri iscritto anche all’università
«Esattamente, qualche anno fa mi ero iscritto alla facoltà di storia. Purtroppo ho dovuto abbandonare l’università perché non avevo tempo per via degli impegni ciclistici. Ma non è escluso che un domani possa ricominciare perché, anche se è una materia totalmente differente dalla meccanica, mi appassiona ed incuriosisce parecchio»

Quindi conoscerai bene anche la storia del ciclismo. A quale campione del passato ti ispiri?
«Un corridore che mi piace molto è lo spagnolo Joaquim Rodríguez. Sono cresciuto guardando le sue vittorie e fisicamente gli assomiglio visto che sono alto un metro e sessantasette e peso cinquantatré chili»

In Friuli ti alleni spesso con Alessandro De Marchi
«Quando entrambi siamo a casa usciamo spesso assieme. E per me è un po’ il mio mentore in bicicletta»

Che persona è il rosso di Buja?
«Alessandro è un campione dentro e fuori il ciclismo. È un bravo ragazzo ed è sempre disponibilissimo ad aiutare il prossimo nei momenti di difficoltà. Inoltre nella mia vita mi è sempre stato vicino e credo che il ciclismo abbia bisogno di molte persone come lui. È un modello da imitare»

Cosa farai la notte di San Silvestro?
«Come da tradizione festeggerò insieme alla mia fidanzata Corinna e ai miei amici»

Esprimi un desiderio per il nuovo anno
«Spero che il 2018 sia un anno migliore di quello che si sta per concludere specialmente sotto l’aspetto degli infortuni!»

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