André Greipel festeggia il 17esimo successo in carriera al Tour Down Under © Santos Tour Down Under
André Greipel festeggia il 17esimo successo in carriera al Tour Down Under © Santos Tour Down Under

Greipel riconquista i possedimenti australiani

Sagan chiuso, Viviani parte lungo, Ewan si fa rimontare: a Lyndoch festeggia il tedesco, al 17esimo successo in carriera al Tour Down Under. In top ten anche Consonni, Montaguti e Minali

Chi ci voleva per rimettere al suo posto il reuccio di Lyndoch, ovvero Caleb Ewan, a segno negli ultimi due anni nella località d’arrivo della prima tappa del Tour Down Under 2018? Risposta piuttosto scontata: il reuccio del TDU stesso. Per reuccio si intende il corridore che detiene il record di vittorie di tappa nella corsa australiana (ben 17 con quella di oggi), colui che tale gara la vinse pure un paio di volte, in altri tempi, quando il percorso era molto più piallato rispetto alle edizioni recenti. In una parola (anzi due: nome e cognome) André Greipel.

Ci si chiede per quanti anni ancora saremo qui a commentare successi dell’immarcescibile tedesco, e se la sua predisposizione d’animo continuerà a essere quella vista oggi, anche qui la risposta si fa piuttosto scontata: per diverso tempo ancora.

Il corridore della Lotto Soudal mancava dal TDU dal 2014, anno in cui – tanto per cambiare – conquistò due tappe. Regala al suo team un’affermazione che sa anche un po’ di riscatto, dopo il pasticcio che ha portato il management a lasciare fuori il giovane Bjorg Lambrecht, a causa di tempistiche malamente rispettate (dall’UCI, non dal ragazzo) in merito al Passaporto Biologico: nulla di serio, tutto di burocratico.

Se Greipel ride forte, Ewan rosica un po’ per la sconfitta dopo aver assaporato il successo in rimonta, e Sagan – pure lui in rimonta dopo essere rimasto stranamente chiuso ai 500 metri – si accontenta di un podio comunque interessante, mastica amaro Elia Viviani, partito troppo presto e arrivato troppo tardi nel suo primo sprint ufficiale in maglia Quick-Step Floors: lanciato con eccessivo anticipo, il veronese ha chiuso in debito e al colpo di reni ci ha rimesso anche il terzo posto, per mano (anzi: ruota) del satanasso di Zilina. Meccanismi da oliare, com’è anche normale che sia.

 

La fuga di Clarke e Dlamini (e Bowden)
Quando si partiva per le esplorazioni nei nuovi mondi, si era soliti portarsi una guida del posto, e nel nostro caso la metafora ben s’adatta a Nicholas Dlamini e Scott Bowden, che non potevano trovare compagno di fuga migliore di William Clarke: i primi due all’esordio nel Tour Down Under, cosa del resto comprensibile, dal basso dei loro 22 anni appena; l’altro, un veterano della corsa, sette edizioni all’attivo, e a segno in una memorabile tappa nel 2012 a Stirling al termine di una lunga e felice fuga. Oggi Will va per i 33 e milita nella EF Education First-Drapac (l’anno scorso Cannondale), il cui capitano al TDU dovrebbe essere l’altro Clarke, Simon.

Dlamini e Bowden: il secondo, qui in maglia UniSA (classica selezione locale da sempre presente al Tour Down Under, una sorta di nazionale regionale dell’Australia del Sud), è quasi impossibile ricordarlo alle Olimpiadi di Rio, eppure c’era. Era schierato – in ossequio a quella bizzarra regola sui contingenti che partorisce mostri – anche nella prova su strada ma in realtà era (ed è) a tutti gli effetti un biker. Infatti quel dì si ritirò. Nella MTB non è che però andò troppo meglio, fu solo 36esimo e – pensate! – arrivò subito dietro al 35esimo. Lo riportiamo (in maniera così spiritosa…) solo perché in quel caso il 35esimo fu… Peter Sagan.

Nicholas Dlamini invece è atteso a uno dei destini più malinconici che lo sport possa riservare: la pronuncia errata del cognome, con quell’inevitabile tentazione che molti avranno di chiamarlo alla francese. Neopro’, è uno dei sudafricani della Dimension Data, e quest’anno scopriremo un po’ di più riguardo alle sue aspirazioni nel ciclismo che conta. Va detto che nel 2017 al Giro d’Italia Under 23 conquistò la maglia di migliore scalatore (con più del doppio dei punti di Pavel Sivakov), e ciò la dice lunga sulla sua attitudine alla fuga. Non a caso oggi è transitato per primo al Gpm di Humbug Scrub, con bella reazione su tentativo d’anticipo (troppo telefonato) di Bowden. Il Gran Premio della Montagna, l’unico della frazione, si trovava al km 39, a 106 dal traguardo della tappa d’apertura, Port Adelaide-Lyndoch di 145 km.

 

La Mitchelton-Scott di Ewan controlla senza affanni
L’arrivo di Lyndoch tornava per il terzo anno di fila al Tour Down Under, e sempre al termine della prima tappa. Nelle due edizioni precedenti si era imposto – come accennato in apertura – Caleb Ewan, logico quindi che a lavorare per tenere a tiro la fuga fosse la Mitchelton-Scott (ex Orica) dell’esplosivo piccoletto. Un paio di uomini a tirare il gruppo, margine fissato tra i 4′ e i 4’30” (il massimo era stato toccato già al km 8 con 4’45”; la fuga era partita praticamente un chilometro dopo il via e aveva trovato subito spazio), e via a sgambettare allegramente.

Davanti, Bowden si è rialzato dopo il tentativo fallito al Gpm, e gli altri due si sono di colpo intristiti, perdendo slancio e vedendo il loro margine demolito da Damien Howson, che ai -85 ha potuto riportare il distacco sotto i 3 minuti, anche se poi il gap si è fisiologicamente ridilatato. Da qui in poi poco da segnalare. Possiamo però ricordare che lo sponsor dell’area di rifornimento ufficiale è quantomai azzeccato, per come coniuga istanze alimentari ed evocazioni ciclistiche: Pasta San Remo. Uno di quei fantastici prodotti molto ItalianFashion-TotoCutugno che si trovano negli angoli più remoti del pianeta. Lacrimuccia.

Un sussulto c’è stato in occasione del primo sprint intermedio, a Cockatoo Valley, km 74 (-71). Davanti tutto tranquillo, Clarke ha preceduto Dlamini; dietro invece Laurent Didier (Trek-Segafredo) ha tentato un anticipo sul gruppo, e ha chiamato la reazione di Rui Costa (UAE Emirates) e Jhonatan Restrepo (Katusha Alpecin), con quest’ultimo che ha avuto buon gioco per l’ambitissima terza piazza del traguardo volante. Poi i tre si sono giustamente rialzati. Voi avrete riso all’aggettivo “ambitissima”, ma Rui Costa, sconfitto dal colombiano, si è pure incavolato parecchio (pugno sul manubrio) per il secondino di abbuono sfumato. Evidentemente alla classifica generale ci tiene abbastanza.

 

Il gruppo accelera, Will Clarke resta solo
Dopo il primo sprint i Mitchelton continuavano a traccheggiare troppo per i gusti della Bora-Hansgrohe tripuntuta (Peter Sagan ma anche il veloce Sam Bennett ma anche l’uomo di classifica – se si disimpegnerà bene a Willunga – Jay McCarthy). Così il team tedesco ha piazzato davanti Maciej Bodnar e quello ha limato un minuto e mezzo, portando i cronometri sotto i due minuti.

Anche il secondo sprint intermedio è stato vinto senza colpo ferire da Clarke su Dlamini, e Nathan Haas (Katusha) ha avuto ragione di McCarthy per il terzo posto. La fuga andava esaurendosi, anche la Quick-Step Floors di Elia Viviani ha cominciato a dare un contributo all’inseguimento, poi ai -30 Dlamini ha gettato la spugna (del resto il suo obiettivo – la prima maglia dei Gpm – era in cassaforte da un bel po’), e Clarke è rimasto solo a gestire quel minuto e mezzo che – ne era conscio lui per primo – non l’avrebbe portato da nessuna parte. Provarci lo stesso, però, era obbligatorio.

E il ragazzone nato in Tasmania ci ha provato eccome, il minuto e mezzo di cui sopra l’ha mantenuto fino ai -20, poi ha centellinato le energie per arrivare più avanti possibile, ma il finale era troppo favorevole a chi inseguiva. Neanche un abbozzo di “posizione Froome” (o posizione Sagan? o posizione Mohoric?) in discesa è servito ad alcunché, e il simpatico Will è stato raggiunto a poco meno di 8 km dall’arrivo (dopo che il plotone alle sue spalle l’aveva tenuto per un bel po’ a vista). Se non altro s’è portato a casa il premio per il combattivo di giornata.

 

Viviani sbaglia i tempi, la volata premia Greipel
Lo sprint l’abbiamo in realtà un po’ descritto in apertura. La Quick-Step ha inteso far la voce grossa dopo che la Bora, pure molto presente, aveva perso poco prima dei 3 km Sam Bennett, fermato da un salto di catena. Il trenino del team belga ha fatto bella mostra di sé davanti al gruppo, ed è parso pure superiore a quello Mitchelton.

Però gli automatismi non sono stati perfetti, Elia Viviani si è lanciato un po’ troppo presto, e già ai 200 metri era lì al vento, sul lato sinistro della strada (ha poi dichiarato di aver pensato che il primo a muoversi avrebbe avuto ottime chance di vittoria). Mossa quantomai azzardata quando sai che dall’altro lato c’è quel proiettilino vivente di Caleb Ewan. L’australiano ha fatto la propria parte, si è lanciato fortissimo e ha in effetti superato Viviani ai 100 metri. Ma non aveva fatto i conti con André Greipel.

Il tedesco è uscito in maniera imperiosa per vie centrali e ha spazzato tutti via. Ewan ha chiuso secondo, Viviani manco terzo perché da dietro Peter Sagan ha avuto un ritorno agonistico niente male, e si è issato fino al gradino più basso del podio. A seguire, alle spalle di Elia troviamo Simone Consonni (UAE), Phil Bauhaus (Sunweb), Haas, Matteo Montaguti (AG2R La Mondiale), Ramunas Navardauskas (Bahrain-Merida) e Riccardo Minali (Astana).

Ai 350 metri, sull’ultima curva a sinistra, da segnalare una brutta caduta di Daniel Hoelgaard, in forza alla FDJ: il norvegese cercava di passare per vie esterne sopraggiungendo a velocità doppia su un corridore della Movistar (probabilmente Nuno Bico), ed è bastata una piccola spallata tra i due per far volare via il malcapitato scandinavo: più che il tocco dell’avversario (comunque abbastanza involontario, a giudicare dalle prime immagini) potè la forza centrifuga. Hoelgaard si è comunque poi rialzato e ha passato la linea del traguardo.

André Greipel guida una classifica disegnata dagli abbuoni: precede di 4″ Ewan e Clarke, di 6″ Sagan e Dlamini, di 9″ Haas e Restrepo e di 10″ tutti gli altri, a partire da Viviani. Per il tedesco, che poche settimane fa ha perso la madre (da tempo malata di SLA), anche una maniera per lasciarsi alle spalle un periodo umanamente difficile.

Domani la seconda tappa del Tour Down Under sarà un classicissimo della corsa australiana, la Unley-Stirling, 148.6 km con arrivo su una rampetta dove Sagan e i corridori come lui potranno battagliare senza (troppi) velocisti puri tra i piedi. E la classifica potrà assumere una forma un po’ diversa. (PS: sì, lo sappiamo che non ci sono “corridori come lui”. Era per dire).

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