Mathieu Van der Poel © UCI
Mathieu Van der Poel © UCI

Mathieu. E basta

Le pagelle di una lunga stagione di ciclocross: stavolta nessuno è riuscito ad avvicinare Van der Poel. Aerts in crescita, Van Aert controfigura di se stesso. Tra le donne una bravissima Arzuffi

Mathieu Van der Poel – 110 e Lode
Che dire della sua disarmante stagione? Che è stato un anno zero per il ciclocross… che non s’è mossa foglia che lui non abbia voluto… che ha vinto 32 gare su 34 a cui ha partecipato (con un infortunio e un unico passaggio a vuoto sul Koppenberg)… che ha azzerato il rivale storico Wout Van Aert… che gli resta giusto il rammarico di non aver partecipato alle prime due tappe di Coppa del Mondo in America, sennò pure la challenge UCI sarebbe stata sua (ha chiuso terzo), così come il Superprestige, il DVV Trofee (vinto con poderosa rimonta dopo il citato passaggio a vuoto), il titolo europeo, il titolo olandese e soprattutto il sospiratissimo Campionato del Mondo, strappato a WVA dopo 3 anni di soffertissimo digiuno da iride. Fantastico. Unisce potenza e mirabile efficacia a uno stile sublime. Purtroppo ammazza il cross, è l’unica pecca che possiamo rilevare in questo suo 2018-2019, ma a ben vedere è una pecca che non fa che confermare la sua incommensurabile grandezza.

Wout Van Aert – 4
A uno stra-vincitore non può che far da contraltare uno stra-sconfitto. Non sappiamo dire se abbia fatto più tristezza il suo cercare vittorie (appena 4) in gare di secondo piano, o approfittando di una delle poche assenze di MVDP in Coppa (a Pont-Chateau), oppure se ci abbia immalinconito di più la sua latitanza in alcune prove stagionali. Per preparare la stagione su strada, dice? Latitanza fisica, ovvero assenza; perché la latitanza mentale, ovvero esser presente senza avere la forza di incidere, l’abbiamo purtroppo vista per tutto l’autunno e tutto l’inverno; a parte qualche sprazzo, per esempio son citabili le piazze d’onore europea e iridata. Comunque, appena la controfigura del campione (anche del mondo) che abbiamo ammirato in passato. Magari ha pagato una complicata situazione contrattuale, che sicuramente l’ha distolto dalle sue solite cose. Gli auguriamo che sia stato solo questo il problema. E che si rifaccia sul pavé, se non altro.

Toon Aerts – 8
Come fu che il terzo uomo si ritrovò promosso secondo in carica. Pare aver raggiunto la maturità, poi magari farà altri step in avanti, ma già così è stato l’alternativa più credibile al mostro di là; sei vittorie stagionali più la Coppa del Mondo (ullallà!) nella quale ha preceduto Van Aert; nelle altre challenge ha perso con onore dal di-cui-sopra; perle nella sua stagione, ben più d’una, a partire dalla doppietta settembrin-statunitense di Coppa, proseguendo con un magnifico Koppenbergcross e culminando con un più che meritato titolo nazionale belga. E ci sarebbe, tanto per gradire, anche un podiuccio iridato. Se ci ripensiamo un altro po’, quasi gli diamo un mezzo voto in più.

Michael Vanthourenhout – 6.5
Discontinuo quanto si voglia, ma autore di una stagione consistente a cui è mancata solo la vittoria, in luogo della quale possiamo annoverare 150 piazzamenti (8 secondi e 5 terzi posti), un bronzetto nel DVV Trofee ma più che altro la capacità di proporre alternative tattiche che hanno indubbiamente vivacizzato tante gare che senza la sua presenza si sarebbero ancor più incanalate nel monologhismo vanderpoeliano più spinto. E poi coi suoi occhi a palla fa simpatia.

Lars Van der Haar – 4.5
Lars “Me llaman el desaparecido” Van der Haar è ormai una brutta copia della brutta copia di sé che già avevamo non-ammirato nell’ultimo biennio. O meglio: il suo andamento è una diagonale che punta con regolarità al basso, quasi all’abisso. Il corridorino che ci aveva tanto rallegrato nei primi anni da pro’ ha lasciato il posto a un ormai maturo crossista che continua a dibattersi (quanto gli ha fatto male l’avvento di Mathieu!) con fantasmi che lo attanagliano: sintomatica in tal senso la sua incredibile faida con le tavole (ovvero gli ostacoli mobili trasversali, per intenderci), sulle quali è riuscito a cadere in ogni santa gara della stagione – OGNI-SANTA-GARA! – non riuscendo mai a trovare una modalità valida per affrontarle: saltarle in bici? passarle a piedi? Sarà ancora lì che si dibatte sulla questione. Il terzo posto finale nel Superprestige, un mezzo podio di Coppa a Tabor, qualche vittoria arrabattata qua e là in gare minori, non salvano nulla di una stagione da mettere al più presto nel dimenticatoio; il problema è che se il trend continua, la prossima sarà pure peggio.

Kevin Pauwels – 6.5
Largheggiamo perché in realtà è stato figura ectoplasmatica per tutta la stagione, l’abbiamo visto manifestarsi a sprazzi davvero troppo labili per aver memoria di sue cose rilevanti; un paio di soddisfazioni se le è tolte nei circuiti minori, mai protagonista in quelli maggiori, fino alla vittoria di Oostmalle nell’ultima gara dell’anno, vittoria speciale perché non era solo l’ultima gara dell’anno, a dirla tutta. Era l’ultima di una carriera. È quindi un sei-e-mezzo alla carriera, quello che gli diamo? Beh, sarebbe un voto che spiega molto di un corridore vissuto sempre col marchio della transizione (da Nys a questi nuovi giovani). Ma a Oostmalle l’hanno lasciato vincere? Oh, in fondo che importa. Bravo Kevin, anche a capire, a 34 anni, che non era il caso di insistere. La sua serietà ci resta pure lei in un angolino di cuore.

Laurens Sweeck – 4.5
Forse siamo troppo severi, perché in fondo non è stato malvagio quanto Van der Haar; però in sede di giudizi conta pure il livello di aspettative che c’erano alla vigilia su questo o quel corridore. E da lui ci attendevamo sinceramente molto di più, e invece dopo una prima metà di stagione non disprezzabile, con qualche discreto piazzamento nei circuiti maggiori (e un bronzo all’Europeo), e la conferma di essere ottimo sabbiofilo, nel “girone di ritorno” è andato sempre peggio, chiudendo l’invernata in maniera becera. Nel prossimo dicembre compirà 26 anni, viene il sospetto che il treno buono (quello preso da Aerts, forse da Vanthou) gli sia passato davanti agli occhi, infine sfuggendogli.

Quinten Hermans – 6.5
Al secondo anno da Élite continua a soffrire principalmente il fatto di venir chiamato continuo Quentin anziché Quinten (dannato Tarantino!). Invece di pulp non ha niente, il ragazzo, anzi si mostra giudizioso, va a far legna nei circuiti minori, e al limite si riserva qualche bella figura in Coppa del Mondo, quando lo chiamano in causa: quinto nella CDM, ma quinto anche nel SP, e quinto nell’EKZ. Quinto Hermans, allora? Il problema andrà spazzato via l’anno prossimo, dopo aver salito un ulteriore gradino di maturazione. Diamogli fiducia.

Joris Nieuwenhuis – 6
Le cose migliori le ha fatte a cavallo di Natale, con due piazzamenti super (tra cui un terzo) in Coppa del Mondo, prestazioni promettenti almeno tanto quanto la sua condotta di gara spesso sfacciata. Non sembra patir timori reverenziali, certo poi la distanza tra testa e gambe è ancora sensibile. Ma pure lui migliorerà, per forza.

Eli Iserbyt – 6
Una stagione a metà tra Under ed Élite, prendendole sia di qua che di là… ma non è un problema, suvvia, alla sua età si impara dagli errori, volendo, e si può solo crescere. Certo non si aspettava forse che tra i giovani finisse per rubargli la scena quel montatone venuto dalla Gran Bretagna…

Thomas Pidcock – 7
“Montatone” perché a soli 19 anni uno che ha una squadra che porta il suo nome… o è un montatone, o sa proprio per bene il fatto suo. Scherzi a parte, ha dominato la scena tra gli Under 23, vincendo tutto il possibile (Mondiale, Europeo, Coppa del Mondo, Superprestige), e rendendo quantomai urgenti le coccole consolatorie di Puck (non potevamo non citarla, dài!) a beneficio di Iserbyt. Durerà? Cosa dice la legge dei grandi numeri in merito alla frequenza con cui i fenomeni si manifestano nel cross in un arco limitato di tempo? In altri termini: davvero si potrà già vedere all’orizzonte una specie di nuovo Van der Poel?

Felipe Orts – 6.5
Rivedere uno spagnolo sui tracciati principali del cross europeo: era anche l’ora! Per il momento è solo un ventenne che si è fatto notare qua e là. In bocca al lupo per il prosieguo.

Gioele Bertolini – 5
Invernata di passi indietro per il valtellinese. Dopo il clamoroso sesto posto del Mondiale precedente, ce lo aspettavamo molto più pimpante nella nuova stagione; e invece, non ha pimpato per niente. Ma sì, ha vinto delle gare in Italia, tra cui pure il campionato nazionale, ma da lui ci si aspetterebbe molto molto di più. Onde per cui, bocciatura per quest’anno, e rinvio al prossimo per più nuove e più grandi novelle.

Jakob Dorigoni – 7
E bravo il campione italiano Under 23, bravo perché ha sfiorato il podio sia in CDM che nel SP di categoria (e pure nel Mondiale, aggiungiamo: quinto), oltre ad aver fornito con continuità prestazioni interessanti, arrivando a un paio di top 20 negli ultimi ordini d’arrivo Élite stagionali. L’incognita è quella che vale per tutti quelli nella sua condizione: si confermerà?

Antonio Folcarelli – 6.5
Il merito di aver vinto per il secondo anno di fila il GiroCross, che non sarà la challenge più importante della storia, ma per un 21enne è già una bella doppietta. Nell’attesa di ritrovarlo anche su palcoscenici più esigenti di quello rosa.

Cristian Cominelli – 6
Un’altra annata vissuta sui suoi standard, tra un paio di affermazioni al Giro (e terzo posto finale), la seconda piazza assoluta all’SMP Master Cross e qualche convocazione in Coppa del Mondo.

Stefano Sala – 6.5
Capace di imporsi nell’SMP Master Cross, grazie a una prestazione di rilievo nell’internazionale di Vittorio Veneto, è atteso in futuro a un salto di qualità se non vorrà restare confinato ai circuiti nazionali.

Nicolas Samparisi – 6
Ha gareggiato solo in autunno, e gli è bastato per vincere un paio di internazionali (Brugherio e Kosice in Slovacchia); per il resto ha limitato le presenze in CDM dirottando su più abbordabili circuiti come EKZ o Toi Toi, e la scelta è abbastanza condivisibile.

Sanne Cant – 9
Stagione sottotono, avremmo detto a un certo punto della storia, diciamo all’altezza di dicembre; poi però all’approssimarsi del Natale s’è approssimata alla miglior versione di sé, e allora eccola risalire nel DVV e nel Superprestige, fino a rivincerli entrambi; ed eccola soprattutto risalire sul gradino più alto del podio iridato, e sono tre di fila. In Coppa del Mondo si è dovuta arrendere a Mariannina, ma non si può avere tutto dalla vita (del resto il 9 non è 10 e un motivo ci sarà).

Marianne Vos – 7.5
Che piacere rivederla se non ai suoi massimi livelli, almeno protagonista per gran parte della stagione del fango. Con podi non banali all’Europeo (dove però era la favorita) e al Mondiale, e soprattutto una Coppa del Mondo conquistata, una primizia per una come lei che pure ha vinto qualsiasi cosa, eppure questa le era sempre sfuggita. Un’altra casella riempita dalla “più grande ciclista ognisesso” [cit.] degli ultimi 20 anni.

Denise Betsema – 7
Con costanza e applicazione s’è rivelata il più solido nuovo personaggio del cross femminile (anche se non giovanissima), vincendo in tutti i mesi della stagione da settembre a febbraio, portando a casa l’EKZ Tour, piazzandosi bene nel SP e all’Europeo, e benino in Coppa e al Mondiale, e più che altro dando a tutti l’impressione di essere giunta lì con tutte le intenzioni di durare (sempre meglio) da qui in poi.

Annemarie Worst – 7.5
Peccato per due cose: che il suo cognome significhi “peggiore” in inglese, e che la sua stagione abbia avuto una piccola flessione di rendimento nella seconda parte. Perché la prima parte era stata davvero da Best, altro che Worst, non foss’altro che per la perla dell’Europeo vinto in faccia a sua maestà Vos. Podi di challenge in CDM e SP, una freschezza invidiabile e la certezza che di lei sentiremo parlare ancora a lungo.

Kim Van de Steene – 6.5
Una storia tutta particolare la sua, da tutta una serie di bei piazzamenti nel periodo autunnale, con due vittorie tra cui la perla del Koppenbergcross, al ricovero un mese dopo la gara di Oudenaarde, per sovraffaticamento – tra le altre cose. Forse ha chiesto troppo a se stessa, che non è neanche una ciclista a tempo pieno; ma sportivamente è stato un bel chiedere. In bocca al lupo per l’eventuale rientro.

Ceylin Del Carmen Alvarado – 7
Uno dei nomi nuovi del cross femminile, ha vinto il SP Under 23, ha fatto podio al Mondiale di categoria, e si è segnalata come una carta sicura su cui scommettere per il futuro. Le origini dominicane faranno di lei la prima caraibica a fare del cross una ragione di vita.

Lucinda Brand – 6.5
Ha vinto tanto per il poco che ha corso, sette gare sulle quattordici che ha disputato, insomma una su due (tra cui il titolo olandese). Al punto che se al Mondiale di Bogense non era la prima favorita, poco ci mancava. È arrivata seconda nella prova iridata, e lasciateci dire che è meglio così, che la maglia iridata se la goda chi fa cross per l’intera stagione, e non solo a targhe alterne.

Katherine Compton – 5.5
Il declino arriva, purtroppo, e per una come lei che quando era in giornata era davvero un martello mozzafiato, fa particolarmente specie. Però 40 son 40, e sono ormai in troppe a scalpitarle intorno che quasi potrebbero esserle figlie. Potrà pensare di aver clamorosamente sbagliato il picco stagionale, seconda in Coppa a Hoogerheide, 34esima solo una settimana dopo al Mondiale; o potrà pensare di poter comunque essere ancora la numero uno d’America: in fondo il titolo nazionale l’ha conquistato anche quest’anno. Ma può bastare, come stimolo e al contempo consolazione, per una col suo palmarès?

Eva Lechner – 5.5
Una vittoria a Geraardsbergen nella prima uscita settembrina, una stagione disputata per intero, senza le pause a cui ci aveva abituati in passato, il titolo italiano conquistato per la decima volta (ottava consecutiva), ma non saremo accusati di lesa maestà se affermeremo che in mezzo a questi due picchi non è stata la Lechner che eravamo abituati a vedere. Al Mondiale è poi passata più o meno inosservata. Da tutto ciò non può che venir fuori un voto così così: proprio come il suo 2018-2019 crossistico.

Alice Arzuffi – 7.5
L’anno della consacrazione. Costantemente tra le protagoniste, magari non in primissima fila, ma lei c’era sempre, e comunque soprattutto nei mesi autunnali è stata un riferimento per la categoria, arrivando anche al primo storico successo nel Superprestige, a Gavere. La challenge l’ha chiusa al quinto posto, al Tricolore s’è dovuta arrendere alla solita Lechner, e al Mondiale ha fatto la comparsa, ma era ormai in netto calo. Ad ogni modo le sue epiche rimonte, contraltare sfolgorante delle sue pessime partenze, sono ormai un must del cross internazionale.

Sara Casasola – 6.5
Sul suolo italiano è stata mattatrice: vinto il Giro d’Italia (con tre successi di tappa), vinto il Trofeo SMP (con due affermazioni parziali), lauratasi campionessa nazionale Under 23. Top ten all’Europeo, naufragio al Mondiale, ma a 19 anni ha ancora tanto tempo per imparare e provare a essere competitiva anche oltreconfine.

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