Il palco del Processo alla Tappa di Sant'Anna di Vinadio © Bettiniphoto
Il palco del Processo alla Tappa di Sant'Anna di Vinadio © Bettiniphoto

Il Processo lo facciamo noi alla Rai

Bilancio del Giro: cosa va e cosa non va nella trasmissione della corsa rosa

Un altro Giro va in soffitta, e con esso i ricordi delle sfide fra Nibali e Valverde, Chaves e Kruijswijk, Jungels e Zakarin. Un Giro con le maggiori emozioni lasciate proprio per l’ultimo scorcio di gara, dopo due settimane combattute ma non indimenticabili. C’è chi ha avuto l’opportunità di seguire a bordostrada il passaggio della carovana sulle strade dello Stivale (e non solo); ma, una volta rientrati a casa, la gran parte degli appassionati si è accomodata davanti alla tv per vedere l’epopea in rosa sui canali Rai. Proviamo quindi a tracciare un bilancio dell’esperienza televisiva dell’Ente di Stato al Giro edizione 99.

Pancani-Martinello, consueto affiatamento
Partiamo da quello che ha funzionato: la telecronaca di Francesco Pancani è stata precisa e puntuale, con un ulteriore incremento di qualità nel weekend finale. Il cronista fiorentino è apparso molto emozionato nella due giorni che ha permesso a Vincenzo Nibali di ribaltare la classifica: la carriera della cinquantenne voce del ciclismo è effettivamente andata di pari passo con quella dello Squalo dello Stretto, essendo Pancani subentrato nel ruolo che fu Auro Bulbarelli e Adriano De Zan all’inizio del 2010, stagione nella quale il campione d’Italia colse il suo primo podio in un grande giro. Una caduta di stile è però giunta nel racconto del palpitante ultimo km verso Sant’Anna di Vinadio, quando, per celebrare l’opera del messinese, è stato espresso un paragone forzato e irrispettoso nei confronti di un abituale rivale (britannico, per capirci) del siciliano.

Il suo ormai collaudatissimo compagno in cabina di commento conferma una volta di più la dote di saper analizzare in maniera scevra da condizionamenti le dinamiche di gara. È infatti quella di Silvio Martinello l’unica (o quasi) voce che valuta correttamente il buco formatosi a Benevento, così come la volata con deviazione di Giacomo Nizzolo a Torino. Per il resto, la solita puntualità nella lettura delle dinamiche di gara e l’utilizzo di un linguaggio forbito ma efficace accompagnano le ore dietro al microfono del campione olimpico padovano; in tema di raffinatezza linguistica e concettuale, sono sempre piacevoli le intromissioni del professor Enrico Fagnani, responsabile di radiocorsa e enciclopedia indiscussa della carovana del Giro.

Le novità: Benincasa promosso a pieni voti, il contributo culturale da ripensare
La novità più riuscita della spedizione Rai al Giro è senza alcuna ombra di dubbio quella di Gianfranco Benincasa: il poliedrico giornalista, impegnato nella stagione invernale nell’hockey ghiaccio, aveva già assaggiato la Corsa Rosa negli scorsi anni come intervistatore nel dopo tappa. Quest’anno la scelta di impiegarlo in motocronaca al posto di Max Lelli si è rivelata vincente su tutta la linea, tornando alle origini quando, tra la fine e l’inizio del millennio, si destreggiavano prima Auro Bulbarelli e Gianni Cerqueti, poi Alessandro Fabretti e Lorenzo Roata. Gli interventi del quarantanovenne trentino sono stati precisi ed efficaci, con spunti spesso sviluppati anche alla coppia in cronaca. Promozione piena, sperando che diventi una piacevole consuetudine per i prossimi appuntamenti in diretta sul suolo italiano.

L’altra introduzione riguarda la scelta di inserire una terza voce in cronaca, sul modello utilizzato dalla televisione francese durante il Tour: ma se dal 2001 al 2014 Jean-Paul Ollivier alternava digressioni sul paesaggio incontrato a riferimenti ciclistici, ecco che Marco Cassini si avvicina di più a chi sostituì un anno fa Ollivier, ossia Éric Fottorino, già direttore de Le Monde. Il fondatore e responsabile della casa editrice Minimum Fax ha caratterizzato la sua presenza al Giro cercando di legare i luoghi attraversati con il mondo del ciclismo mediante l’utilizzo delle varie arti, con particolare predilezione per la letteratura. Indubbio è il merito di aver citato grandi della cultura italiana troppo spesso dimenticati come Dino Buzzati e Pier Paolo Pasolini; quello che non è funzionato risiede nella tempistica degli interventi dell’editore romano, posizionati troppo spesso in fasi concitate di corsa. Un esperimento da provare a ripetere, dunque, ma che necessita di sostanziali cambiamenti.

Da mattino a sera, passando per le interviste: si può migliorare
Da motocronaca 1 Andrea De Luca è parso rinvigorito dalla sfida a distanza con il collega Benincasa, mentre la sua conduzione a Tgiro è ormai consolidata. Nella trasmissione serale al posto del sostituito “Cinghialino” Lelli vi è stato l’innesto di Marzio Bruseghin: il simpatico ex professionista trevigiano ha pagato, soprattutto nelle prime tappe, lo scotto dell’esordio davanti alla camera risultando impacciato, migliorando con il passare delle tappe. L’ex corridore di Fassa Bortolo e Lampre è stato impegnato anche al mattino con Giro Mattina accanto a Valerio Iafrate, altro globetrotter fra le varie discipline sportive (ma non all’esordio nel ciclismo, visto che di lui si ricordano le cronache di un lontano mondiale su pista): nella trasmissione condotta dall’arpinate vi è forse stato l’eccessivo spazio, deciso a livello editoriale, dato agli usi e ai costumi locali a discapito del racconto ciclistico in sé. Una rassegna stampa dei quotidiani e delle testate web specializzate potrebbe essere una proposta da tenere in considerazione per l’edizione del centenario, al fine di provare svecchiare il clima che si respira.

Nel programma mattutino era presente anche Gianni Savio: l’istrionico team manager dell’Androni Giocattoli-Sidermec, formazione non invitata al Giro, nei giorni in cui era presente, ha spiegato alcuni elementi quotidiani per chi fa parte del gruppo ma meno noti per gli appassionati; ciò nonostante il baffuto dirigente piemontese avrebbe potuto essere utile in un differente ruolo, con un raggio d’azione più vasto. Capitolo intervistatori: preciso e sul pezzo Piergiorgio Severini, meglio nei servizi di costume rispetto ai “tu per tu” Cristiano Piccinelli, insufficiente Antonello Orlando. L’ex prima voce del ciclismo radiofonico ha in più occasioni posto ai protagonisti domande e presentato argomenti poco ficcanti, risultando stonato al contesto generale.

Un Processo da ripensare? Dall’Olanda un buono spunto
E ora, veniamo al Processo alla Tappa, tema che come ogni anno vede pareri polarizzati. A giudizio di chi scrive Alessandra De Stefano è una più che capace intervistatrice e un’eccellente narratrice; non le calza però il ruolo di conduttrice, per il quale si deve essere, soprattutto in uno spazio di scambio di opinioni come il Processo, super partes poiché ad esprimere opinioni ci pensano gli opinionisti. Il Processo in sé avrebbe bisogno di una differente impostazione rispetto a quella attuale; quanto visto nella tre giorni olandese sarebbe una mossa intelligente da riproporre per il futuro (e magari già al Tour). Il palco, che costringe giocoforza ad una selezione degli invitati, riduce lo spazio di manovra: fra Apeldoorn, Nimega e Arnhem alla postazione della giornalista napoletana sono passati oltre ai nomi più abituali come Cunego e Modolo anche corridori stranieri catturati strada facendo come Serry e Tjallingii.

Questo schema, già adottato da alcuni anni da Eurosport con Ashley House e Juan Antonio Flecha, favorirebbe la dinamicità del programma (tutti si fermano per scambiare due battute) e la possibilità di far conoscere alla platea più vasta possibile storie poco note. Giusto per fare qualche esempio: una chiacchierata con l’eritreo Merhawi Kudus per far conoscere la situazione del ciclismo nel Corno d’Africa, con Matej Mohoric per chiedergli conto della posizione in discesa che assume piuttosto che con Adam Hansen – per il quale ci sarebbe l’imbarazzo della scelta fra investimenti immobiliari (l’australiano possiede oltre 30 case), la passione per le Ferrari (due in garage) o per il design delle scarpe – consentirebbero un servizio al passo con i tempi rispetto a quanto fatto mezzo secolo fa da Sergio Zavoli con Vito Taccone, Dino Zandegù e compagnia.

Servizio pubblico fa rima con Camurri
Nello storico contenitore post tappa a commentare i fatti del giorno erano Stefano Garzelli e Davide Cassani: all’ex scalatore varesino manca sempre il cambio di marcia nel ruolo di spalla tecnica. L’attuale commissario tecnico è piaciuto soprattutto nel ruolo di inviato dentro alla corsa, con i minivideo dalle varie ammiraglie che permetto di far capire ai meno appassionati aspetti particolari di una grande corsa. Centellinato al Processo con lo spazio dell’Indiscreto, Beppe Conti è stato maggiormente presente nel corso di Prima Diretta: per l’ex prima firma di Tuttosport è indubbia la competenza nell’aspetto storico del ciclismo (e in diversi casi in quello delle anticipazioni), altrettanto forse non si può dire per il panorama contemporaneo delle corse.
Parlando di storia, interessanti e ben riuscite le clip curate da Roberto Iacopini, ma anche in questo caso vale il discorso fatto in precedenza per Marco Cassini sulla tempistica di tali filmati. Eccellente la terza edizione del Viaggio nell’Italia del Giro: Edoardo Camurri ha avuto il merito di confezionare con il suo gruppo di lavoro un prodotto di vero servizio pubblico andando a scoprire su e già per il paese storie più o meno note. L’unica critica, ma ovviamente non imputabile al conduttore torinese, è la collocazione serale su Rai 3 in completa sovrapposizione con Tgiro su Rai Sport 1.

Ascolti buoni, nonostante troppe sigle. Fabretti, non ci siamo
Solita, con i suoi pro e i suoi contro, la regia confezionata da Nazareno Balani; buona l’introduzione, purtroppo solo per alcune frazioni causa problemi burocratici, delle camere montate sulle bici. Resta sempre un mistero il motivo per cui il Tgsport delle 14.30 debba forzatamente andare in onda anche durante le tre settimane del Giro (e altrettanto avverrà con il Tour); così come è incomprensibile come venga poco e male pubblicizzato il prodotto (qui la colpa è da cercarsi in settori diversi da Rai Sport). Continuano a rappresentare un aspetto negativo i resoconti recitati ogni volta in cui anche Rai 3 entri in onda: durante le classiche del Nord era stato tolto lo studio di riepilogo favorendo così la cronaca, perché non fare così anche al Giro? Mistero. Così come le sigle per spezzare Giro Diretta e Giro all’Arrivo sono troppo lunghe, di fatto oscurando per almeno 3′ la corsa giunta nelle fasi calde. Numerosi gli stacchi pubblicitari, gestiti nella maggior parte dei casi (ma non sempre) in tempi tutto sommato accettabili.

Abbiamo volutamente lasciato per ultimo il team leader Alessandro Fabretti: l’anno scorso chiuse il Giro decretando come vincitore morale del Giro 2015 Fabio Aru. Quest’anno, probabilmente complice la vittoria di un azzurro, non siamo arrivati a tali livello di riscrittura delle classifiche, pur comunque riscontrando alcune affermazioni rivedibili e financo irrispettose: valga per tutte quella pronunciata durante la frazione dolomitica con la frase “se vincesse Siutsou rovinerebbe la tappa” da far accapponare la pelle. Un leader solitamente rimane dietro le quinte: il caporedattore degli sport vari è stata una presenza quasi fissa a Prima Diretta dove è inciampato in diversi errori. Uno dei quali, avvenuto nella tappa conclusasi ad Arezzo, ha visto una pronta correzione da parte di Francesco Pancani, zittito in malo modo dal proprio responsabile. Uno stile diverso sarebbe non solo auspicabile, quanto opportuno. Inoltre una precisazione, che vale tanto per Fabretti quanto per De Stefano: il concetto di “diretta integrale” implica la visione dal km 0 fino al traguardo, non quando arrivano le immagini dagli elicotteri. Le parole sono importanti, direbbe Nanni Moretti.

Infine, gli ascolti: quest’anno l’Ufficio Stampa Rai ha deciso di non rendere pubblici i dati quotidiani relativi a Rai Sport 1, per cui non è possibile fare un paragone completo con le passate edizioni. Quello che però si conosce è che sono state due le frazioni aventi un ascolto medio superiore ai 3 milioni, ossia quella di Corvara e quella di Sant’Anna di Vinadio. Nella frazione decisiva sono stati addirittura 3.653.000 gli spettatori incollati davanti alla tv per l’ultima ora e mezza, per uno share vicino al 30% e con un picco di ben 4.200.000 spettatori: nell’intera giornata solo la finale di Champions League e il Tg1 delle 20 hanno ottenuto un ascolto più importante, dati che non si toccavano da tre anni (sempre con Nibali protagonista). Segno che gli appassionati del ciclismo resistono nonostante tutto; per intercettare una fetta così importante bisogna confezionare un prodotto adeguato, come quello proposto sinora. Ma si può e si deve ancora puntare a migliorare, magari già dal Tour.

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