Chris Froome, impegnato in questi giorni alla Volta a Catalunya © Team Sky
Chris Froome, impegnato in questi giorni alla Volta a Catalunya © Team Sky

Chris Froome lo sgarbato: “Giro d’Italia che? Cos’è?”… ma ci faccia il piacere!

Il britannico ha pestato una cacchina sminuendo l’importanza della corsa rosa in riferimento al tentativo di doppietta di Quintana

A meno di un mese e mezzo dal Giro d’Italia è uscita su CyclingWeekly.com un’intervista che già sta facendo molto discutere. Il protagonista della storia è Chris Froome, che si è espresso sulla corsa rosa e sul progetto di Nairo Quintana di doppiare Giro e Tour con obiettivi di successo.

“Lui è convinto di andare più forte nel secondo GT consecutivo”, ha detto il capitano della Sky in riferimento al colombiano: “A me non è mai successo di fare due grandi giri di seguito e sentirmi meglio nel secondo, mi piacerebbe che fosse così ma purtroppo non lo è. Ammiro Nairo per questa sfida con cui ha deciso di misurarsi, io non potrei”. E fin qui nulla da dire, anzi il campione britannico si mostra molto umile nel riconoscere i propri limiti.

Chris ha parlato del Giro e dell’incompatibilità che per lui la corsa rosa ha con il Tour: “Il percorso mi piace molto, poi è la centesima edizione, mi sarebbe piaciuto esserci e per un attimo ci ho anche pensato. Ma poi ho riflettuto sulla mia carriera in questo momento, sul fatto che sono focalizzato sul Tour de France, e la tentazione è passata. Se il Giro fosse in agosto, allora gareggerei, visto che non interferirebbe con la preparazione per il Tour. Ma maggio è un momento importantissimo appunto per il percorso di avvicinamento alla Grande Boucle, per cui dato questo calendario, per ora non se ne parla; in futuro, tra un anno o due, chissà”. E anche fin qui il ragazzo si mostra abbastanza corretto, del resto se per lui la doppietta è una sfida più grande delle sue possibilità, perché prendere in giro se stesso e gli appassionati?

Dove Froome ha pestato la classica cacchina è invece in una riflessione abbastanza sgangherata, una frase che denota scarsa sensibilità ma più che altro scarsa cultura ciclistica: “Nel nostro mondo il Giro è una grande corsa, una sfida importante. Ma se chiediamo all’uomo della strada chi ha vinto l’ultima edizione, la sua risposta sarà ‘Il Giro di cosa? Che è?'”. E qui crolla tutto l’impianto del ragionamento froomiano, basato con ogni evidenza su una conoscenza approssimativa delle cose del ciclismo.

Inutile dire che tutti i più forti ciclisti della storia (quelli da gare a tappe) hanno almeno un Giro d’Italia nel loro palmarès, la doppietta Giro-Tour è poi roba da grandissimi e considerarla irrealizzabile è pensiero che andava bene fino agli anni ’40 (poi Fausto Coppi sfatò il mito), e che è tornato purtroppo di gran moda nel nuovo secolo, grazie all’impostazione esclusivamente tourcentrica che Lance Armstrong diede al ciclismo tout-court.

Le pecorelle seguirono tale impostazione e solo di rado qualcuno, da Pantani ’98 a oggi, ha tentato la doppietta. A memoria, ci viene in mente il solo Alberto Contador, che ci ha provato nel 2011 e ancora nel 2015: in entrambi i casi fu primo in Italia e quinto in Francia, ma se nella prima occasione la partecipazione al Tour non era stata messa in preventivo (e quindi la preparazione non fu finalizzata alla doppietta), nella seconda si è parlato di un’età ormai avanzata per il madrileno come ragione del mancato risultato alla Boucle. Diciamo che se negli anni d’oro (2009, 2010) Contador avesse seriamente messo nel mirino la doppietta, avrebbe potuto avvicinarla di più se non proprio centrarla.

L’importanza per il ciclismo del tentativo di Nairo 2017 è facilmente comprensibile ai più. Se Quintana riuscisse nell’impresa, sarebbe la smentita ufficiale della teoria dei picchi di forma che tanto male ha fatto al nostro sport, diradando gli scontri tra i big e mettendo il Tour troppo più in alto rispetto a tutto il resto.

Il Giro in questi ultimi anni ha lavorato davvero bene dal punto di vista dell’internazionalizzazione e dell’immagine. È una corsa amatissima da tutti gli appassionati e gli scenari che offre l’Italia, incomparabili con qualsiasi altro paese “ciclistico” al mondo, attraggono eccome l’attenzione anche dell'”uomo della strada” citato grossolanamente da Froome.

Superata una fase di incartamento su se stessa (a cavallo tra anni ’90 e anni ’00), in cui in effetti la partecipazione di big fu molto deludente (guarda caso erano proprio gli anni di Lance dominus), la macchina Giro ha ricominciato a macinare in quel senso, da Zomegnan ad Acquarone fino a Vegni reggenti.

Ora che il pacchetto rosa è passato nelle mani di Urbano Cairo, ci pare che la volontà di far crescere la corsa simbolo del nostro ciclismo sia ulteriormente rafforzata. Già il discorso fatto con i diritti tv, dai quali la nuova RCS ha preteso maggiori risorse dalla Rai, la dice lunga sulle intenzioni della nuova proprietà di via Solferino.

Mesi fa auspicavamo che, al di là dei proclami, Cairo agisse effettivamente per portare al Giro almeno uno dei superbig da GT (quindi uno tra Froome, Quintana e Contador, considerando di default della partita i nostri Nibali e Aru). Ebbene, la struttura del già presidente del Torino Calcio ha messo in cartellone Nairo Quintana. Questo per noi è tener fede agli impegni presi. Anche perché – tra l’altro – intorno a Quintana, Nibali e Aru, ci saranno diversi altri corridori di grande spessore (da Adam Yates a Thibaut Pinot, da Bauke Mollema a Steven Kruijswijk), per un’edizione del Giro che si annuncia ricca di nomi come non avveniva da tanti, tanti anni.

Ora, in questo contesto di crescente appeal della corsa rosa nel mondo (non parliamo poi dell’ambizione diffusa di ospitare la partenza del Giro in paesi europei e non solo europei: un anno sì e uno no il via si dà da una nazione estera), le parole di Froome appaiono antistoriche prima ancora che intimamente non corrette.

Un po’ sembra la storia della volpe e l’uva, lo sminuire ciò a cui non si può ambire (ricordiamo che in passato Froome venne al Giro a raccogliere magre figure, quando però non era ancora sbocciato come uomo da GT); in ogni caso tale caduta di stile mette in cattiva luce il suo autore molto più che l’oggetto della sua riflessione.

D’altro canto sembra invece la conferma di una realtà amara, e cioè che finché il timone del ciclismo sarà in mani anglosassoni (e ci riferiamo ai vari presidenti UCI che si sono susseguiti, da McQuaid all’attuale Cookson), se questa è la considerazione di cui il Giro gode presso tali approcci culturali, le cose per questa parte di ciclismo non saranno mai del tutto rosee. (Poi ci sono ovviamente le eccezioni, sia chiaro: pensiamo ad esempio all’amore che un Bradley Wiggins ha sempre professato per la corsa rosa.

La “mafia latina” (infelicissima espressione del buzzurro McQuaid in contrapposizione con l’algore – solo di facciata – wasp) dovrà quanto prima provare a riequilibrare la situazione. Anche per far capire a chi pratica l’etnocentrismo ciclistico l’errore in cui persiste. In fondo l’amico Chris potrebbe anche essere sorpreso del fatto che qualche conoscitore del Giro possa dire “Froome chi?”: non è che esista solo il mondo anglosassone, o meglio: non è che quella parte di mondo sia per forza il centro di tutto.

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