L'iconica immagine di Philippe Gilbert che taglia a piedi il traguardo del Giro delle Fiandre 2017 © Bettiniphoto
L'iconica immagine di Philippe Gilbert che taglia a piedi il traguardo del Giro delle Fiandre 2017 © Bettiniphoto

Il giorno che Philippe Gilbert si issò sul Fiandre

Enorme il vallone: attacca da lontano, conquista la Ronde. Van Avermaet secondo, disastro Sagan, iella Boonen. E finalmente tanta Italia

Il Giro delle Fiandre. Che gran bella storia, signori, che corsa sempre significativa, esteticamente quasi senza pari, e oggi ancora di più, perché era l’ultima di Tom Boonen, e perché – in un altro senso – è stata la prima di Philippe Gilbert. Il primo, da Michele Bartoli in giù (roba di 20 anni fa, quindi), a mettere nel proprio palmarès sia la Liegi che la Ronde. Il che dice tutto sulla classe del corridore, sulla sua caratura e sull’assurdo ciclistico che si è consumato nelle ultime stagioni, con il vallone tenuto fuori da queste competizioni perché ostracizzato dal suo compagno Greg Van Avermaet in BMC.

E quel compagno, secondo, cioè primo degli sconfitti oggi: non è il massimo della nemesi storica, eguagliare il miglior risultato nella corsa più ambita (ma stavolta giocando da favorito, non come nel 2014 quando Greg venne battuto da Fabian Cancellara) e vedere che quello che ti porta via il successo è proprio il tuo cordiale arcinemico?

Il Fiandre di oggi è stato disseminato di questi piccoli incroci storico-sentimental-cabalistici, Boonen che rompe sul suo Taaienberg, Sagan che cade proprio laddove l’anno scorso si involò per andare a vincere, Gilbert che conquista la prima classica in cui aveva dato l’impressione di poter essere un numero uno (prima del suo terzo posto qui nel 2009 passava per essere un corridore spettacolare ma troppo velleitario), e dalla quale era rimasto fuori per troppo tempo senza un reale motivo tecnico.

Ora Philippe è entrato in un club speciale, i vincitori di Fiandre-Liegi-Lombardia, una compagnia in cui va ad affiancare il citato Bartoli, Moreno Argentin, Eddy Merckx, Roger De Vlaeminck e Rik Van Looy. Alla faccia del lignaggio!

 

Forfat per Keukeleire, ovazioni per Boonen, fuga per otto
Una splendida giornata di sole, le giuste ovazioni di Anversa per Tom Boonen all’ultima uscita al Giro delle Fiandre, il consueto show di Peter Sagan che arriva al foglio firma impennato su una ruota, la notizia dell’assenza di un possibile protagonista come Jens Keukeleire (ammalatosi ieri) e poi si è partiti. E appena partiti, è andata via la fuga: sei uomini, Oliviero Troia (UAE Emirates), Mark McNally (Wanty-Groupe Gobert), Julien Morice (Direct Énergie), Stef Van Zummeren e Michael Goolaerts (Véranda’s Willems-Crelan) e Julien Duval (AG2R La Mondiale). Sui sei sono poi rientrati al km 22 Edward Planckaert (Sport Vlaanderen-Baloise) e André Looij (Roompot-Nederlandse Loterij), e il margine del drappello è aumentato a dismisura, fino a raggiungere gli 11’15” di vantaggio massimo al km 45 (a 215 dalla fine).

Una serie di forature (Alexander Kristoff, Gianni Moscon, Yves Lampaert tra gli altri) e qualche caduta (coinvolto in una anche Tiesj Benoot) hanno caratterizzato la fase dei primi muri, laddove il vantaggio dei battistrada ha iniziato a calare sulla spinta della BMC di Greg Van Avermaet.

La Cannondale-Drapac di Sep Vanmarcke ha dato l’impressione di voler disegnare varianti tattiche, ha sganciato prima Tom Van Asbroeck al primo passaggio sull’Oude Kwaremont (-144), poi Taylor Phinney dopo il Wolvenberg (-120). Entrambe le azioni non hanno avuto spazio (l’americano si era mosso con Alexis Gougeard dell’AG2R e insieme a lui aveva raggiunto Marco Haller della Katusha Alpecin, partito poco prima).

Intanto altre terze linee facevano dei tentativi, vedi Bert De Backer (Sunweb) e Mitchell Docker (Orica-Scott) sul Kortekeer (-132), ma la Quick-Step Floors cominciava a occupare la scena e a non lasciare spazio a nessuno. A vuoto brevi azioni di Edward Theuns (Trek-Segafredo) sul Berendries ai -110, di Pim Ligthart (Roompot) sul Tenbosse ai -105 e di Niels Politt (Katusha) poco dopo, sul piano.

Altre forature (Lukas Pöstlberger, Tony Martin, Alexey Lutsenko) e una brutta caduta di Niccolò Bonifazio (Bahrain), e si era giunti in zona Geraardsbergen.

 

Sul Muur Boonen e Gilbert fanno il diavolo a quattro
Ora, qualcuno pensava che il Muur piazzato a quasi 100 km dal traguardo fosse niente più che un simbolico ritorno dopo 5 anni di inopinata assenza dalla corsa che storicamente questa salita leggendaria ha caratterizzato. Ma il Muur è religione (c’è pure la chiesa in cima, a voler dirla tutta, anche se qui non parliamo di “quella” religione), e il santone del ciclismo belga Tom Boonen non poteva resistere a quel magnetico richiamo.

Quick-Step a tutta, Philippe Gilbert a tutta, Tom Boonen a tutta. Esatto, a 93 km dalla fine il Giro delle Fiandre 2017 aveva già abbandonato l’ambito dello sport per entrare in quello della letteratura.

L’azione degli uomini dell’orrido Lefévère (ma anche degli Sky, che hanno preso in testa la rampa) ha colto alla sprovvista nientemeno che Peter Sagan e Greg Van Avermaet, troppo indietro in gruppo: ora, benedetti figliuoli, sarà mica il primo Fiandre che disputate? Come si fa a prendere il Muur in posizioni così arretrate, esponendo senza motivo il petto alle baionette della truppa del Generale Tom?

Mal per loro, di fatto Sagan e GVA sono rimasti intruppati mentre i Quick-Step prendevano il volo. Coi due capitani Boonen e Gilbert è rimasto l’ottimo Matteo Trentin; Alexander Kristoff (Katusha) e Arnaud Démare (FDJ) i due veloci più in palla al momento; Gianni Moscon (brillantissimo) e Luke Rowe in quota Sky; Bryan Coquard e Sylvain Chavanel per la Direct Énergie, col primo pronto a sacrificarsi per il secondo; Sep Vanmarcke (Cannondale), finalmente ripresosi dai problemi di stomaco e correttamente nel gruppetto buono; Jasper Stuyven (Trek), molto meglio del suo capitano Degenkolb rimasto dietro; Pieter Vanspeybrouck (Wanty) in rappresentanza del ciclismo di seconda fascia belga, sempre e comunque presente in questo tipo di situazioni; Maciej Bodnar (Bora) ovviamente passivo aspettando l’evolversi degli eventi relativamente a Sagan; e siamo arrivati a 14, numero di corridori di cui era composto il drappello? No, manca da citare un sorprendente Sacha Modolo (UAE), mai a questi livelli prima, e destinato a raccogliere a fine corsa un piazzamento che l’avrebbe commosso.

 

Il faticoso inseguimento di Sagan e Van Avermaet
Usciti dal Grammont, i 14 avevano più di 3′ di ritardo dai fuggitivi del mattino, e meno di mezzo minuto su Sagan, GVA e gli altri. Per una ventina di chilometri i contrattaccanti non hanno fatto che aumentare il margine su un gruppo che – nonostante diversi rientri da dietro – non riusciva a organizzare uno straccio di inseguimento decente. Corsa già sfuggita per i due superbig di tutte le griglie di favoriti della vigilia? Qualcuno ha iniziato a pensarlo, non tanto perché quel gap non fosse colmabile, quanto perché un simile errore sul Muur poteva essere la spia di qualcosa di storto nella giornata dei due.

Ad ogni buon conto, dietro erano davvero in troppe le squadre potenzialmente interessate a ricucire (Bora, BMC, Trek, Astana, Orica, Bahrain) perché non si trovasse prima o poi il modo di recuperare terreno. E infatti a partire dal Kanarieberg, decimo muro di giornata ai -70, la tendenza ha iniziato a invertirsi.

Non è servito a Boonen e soci raggiungere i fuggitivi della prima ora (aggancio avvenuto ai -67) e potersi così avvalere di un supplemento di supporto da parte di Morice (pro Chavanel) e Troia (pro Modolo), né è servito a Tom spingere ancora in prima persona il più possibile, perché inesorabilmente il gruppo da dietro si avvicinava: all’imbocco dell’Oude Kwaremont, secondo passaggio ai -56, il margine era sceso a mezzo minuto. Significava che con una sgasata qualcuno di quelli dietro sarebbe potuto rientrare entro la cima del muro.

 

Sull’Oude Kwaremont Gilbert ha l’idea della vita
Sul Vecchio Quare hanno perso contatto gli esausti fuggitivi del mattino, e poi Philippe Gilbert ha innestato una marcia davvero troppo esagerata per gli altri: Démare, che era in seconda ruota, ha dovuto mollare un attimo, e mollare un attimo significa in questi casi che quello davanti se ne va. E questo ha fatto Gilbert: se n’è andato. Mancavano 55 km o poco meno alla conclusione, e Philippe s’è ritrovato tutto solo in testa al Giro delle Fiandre 2017.

Azzardo? Casualità? Piano studiato a tavolino? Ma soprattutto: che fare a quel punto, risedersi e aspettare Tom e gli altri o proseguire e poi chi vivrà vedrà? Gilbert ha proseguito.

Alla fine dell’O-K il vallone aveva già 25″ sul gruppetto il quale aveva sempre quel mezzo minuto su Sagan e gli altri. Nel tratto tra Kwaremont e Paterberg, un patatrac: Vanmarcke ha avuto un cedimento strutturale nel retrotreno della bici, o forse ha preso una fessurina nell’asfalto, in un modo o nell’altro è caduto malamente, ma proprio malamente; Rowe che gli era a ruota è andato giù pure lui, e in un colpo due protagonisti sono finiti ai margini della corsa. Bodnar, pure coinvolto, non è caduto ma ha riparato nelle fresche frasche dall’altro lato della stradina.

Sul Paterberg (-51) l’azione di Gilbert è proseguita più convinta che mai, mentre il drappello ha continuato a perdere pezzi (su tutti: Stuyven), e a quel punto da dietro li tenevano ormai a tiro e il primo che ha avuto la gamba per rientrare è stato un super Fabio Felline (Trek), mentre Sagan e gli altri hanno chiuso il buco dopo il muro, ai -48. Tra gli altri, tanta Italia con Pippo Pozzato tirato a lucido come da tempo non si vedeva e un Sonny Colbrelli sempre più in palla su queste strade.

Ai rientri si sono susseguiti i rientri, e il gruppo è arrivato a contare una quarantina di unità. Ai -47 Felline ha allungato tutto solo, poi su lui s’è portato Dylan Van Baarle (Cannondale), ormai libero di fare la sua corsa visto che Vanmarcke era indietrissimo (Sep aveva dovuto aspettare una vita che gli portassero un’altra bici. Si sarebbe poi ritirato).

 

L’incredibile voltafaccia del Taaienberg contro Tom
Anche il Koppenberg (-45) è stato superato di slancio da Gilbert, mentre Van Avermaet iniziava a rompere gli indugi guidando gli inseguitori con Sagan (e poi Degenkolb, Pozzato, Trentin e Naesen) alla sua ruota. Tra i possibili favoriti, Kristoff ha dimostrato una certa sofferenza sul durissimo muro. Sul pavé di Mariaborrestraat, poco dopo, André Greipel (Lotto Soudal) è evaso, ma la sua azione è risultata piuttosto velleitaria.

Il susseguirsi dei muri prevedeva lo Steeenbeekdries ai -39, e qui Gilbert ha ulteriormente aumentato il proprio margine: dopo la rampa il suo vantaggio sul gruppo (tirato nel frangente dal solo Daniel Oss) ammontava a 1’25” (a un minutino c’erano sempre intercalati Felline e Van Baarle).

Quindi il Taaienberg, anche noto come Boonenberg. Ci si aspettava forse un possibile contrattacco di Tom, e invece, quando si dice la forza delle coincidenze, proprio all’imbocco del “suo” muro il capitano della Quick-Step, che si trovava in quel momento in seconda ruota dietro a un forcing imbastito da Yoann Offredo (Wanty), ha avuto un problema alla catena (un cambio effettuato in malo modo?).

Tom è sceso di bici, certo smadonnando un po’, ma ancora confidente. L’ammiraglia era lì dietro e la bici di scorta era subito pronta per essere servita al campione. Ma, incredibile a dirsi, anche questa seconda bici non andava, stesso problema della prima! A quel punto Boonen ha perso la pazienza, lanciando improperi verso il suo staff, ma ormai la corsa andava via irrimediabilmente. E lì, a 37 km dalla conclusione del suo ultimo Fiandre, Tommeke si congedava dall’ipotesi di poter vincere ancora il Mondiale fiammingo. Paradossale, o proprio no: sul Taaienberg, il muro su cui ha costruito parte della sua epica, è finita la sua storia al Fiandre. Un angolo di Belgio destinato a essere, in un modo o nell’altro, decisivo per l’immenso Tom Boonen.

 

Peter e Greg hanno ancora forza per reagire
La corsa andava via, abbiamo scritto: in cima al Taaienberg, quando mancavano 36 km alla fine, Sagan ha capito che non era più il caso di traccheggiare oltre, ed è andato in progressione. Tenuto bene da Oliver Naesen (AG2R), con Van Avermaet pronto a rientrare subito dopo, e col ritorno – scollinato il muro – anche di Offredo e di un inesauribile Trentin, il Campione del Mondo suonava le note della riscossa. Il distacco da Gilbert ammontava ancora a 1’10”, ma non era troppo tardi per riaprire la contesa.

Ai -33 Felline e Van Baarle, capito che non c’era un gran senso nel rimanere in quella posizione di mezzo tra i battistrada e gli importanti inseguitori, si sono rialzati e si son fatti riprendere dal gruppetto di Sagan. Per un buon tratto hanno tirato solo Peter, Gregga e Oliver, poi hanno iniziato a collaborare anche gli altri (tranne Trentin che aveva il compagno in fuga), il ritardo da Gilbert è stato portato sotto il minuto, ma il vallone continuava a difendersi più che bene.

Sul Kruisberg dal secondo gruppo sono usciti il frizzante Pozzato con Michael Valgren (Astana) e Tony Gallopin (Lotto), poi è rimasto solo il danese, e successivamente su di lui si sono portati Modolo (che gamba oggi, Sacha!), Greipel e ancora Pozzato, ma si trattava di azioni che non avrebbero modificato l’andamento della corsa.

E l’andamento era ormai segnato: tra Oude Kwaremont e Paterberg (ultimi passaggi) si sarebbe deciso se Sagan e Van Avermaet avessero potuto riportarsi su Gilbert, che coi denti, le unghie, la classe infinita e un senso di rivalsa sul mondo preservava quel preziosissimo minuto che gli permetteva ancora di sognare in grande, sulle ali di un crescente entusiasmo.

 

Sagan, un disastro di proporzioni laocoontiche
E allora Kwaremont, 18 km al traguardo: Trentin si è presto staccato, poi Sagan ha accelerato con decisione e solo GVA e Naesen sono stati in grado di raggiungerlo. Era il momento hot: Gilbert avrebbe tenuto quella brillantezza fino alla fine? Di certo era l’occasione per i suoi avversari di mangiargli importanti secondi. E proprio ciò stava accadendo, quando l’imponderabile si è ancora una volta impadronito della scena, della corsa.

Sul ciglio del pavé, nella seconda parte di salita, Sagan tirava forte, ma sul ciglio, troppo sul ciglio, troppo, e troppo vicino ai piedini delle transenne, così tanto da urtarne uno, perdere il controllo della bici e andare giù pesantemente, e tirar giù pure Van Avermaet che era a ruota, e pure Naesen che chiudeva il trenino. Un capolavoro assoluto di disgregazione. Van Baarle, subito paragonato dall’immaginario popolare al mitologico pattinatore Bradbury, ha superato tutti e tre dopo esserne stato staccato poco prima, e si è isolato in seconda posizione.

Van Avermaet si è rialzato in fretta, mentre gli altri due restavano lì sul Quare ad aspettare una bici, o un conforto, o una parola che desse loro l’idea che avesse un senso ripartire comunque, non ritirarsi a quel punto.

Prima del Paterberg si è formato un gruppetto con Van Avermaet, Trentin, Felline e Offredo, poi è rientrato pure Niki Terpstra (Quick-Step) e proprio lui è stato l’unico a resistere al nuovo affondo di Van Avermaet, che ha fatto a tutta l’ultimo muro di giornata per ritrovarsi, in cima, ancora con quella maledetta (per lui) cinquantina di secondi che lo separava dal rivale di sempre.

 

L’ultimo inseguimento, il trionfo di Gilbert
A 10 km dalla fine Van Avermaet e Terpstra si sono portati su Van Baarle, e alle loro spalle si era coagulato un gruppetto pieno di italiani: Colbrelli, Felline, Trentin e Pozzato, e con loro Chavanel, Valgren e Offredo. Aria di primavera azzurra, dopo troppi anni di magra? Certo che sì. Comunque questo drappello è stato poi raggiunto da altri corridori a 5 km dalla fine.

In quel momento il vantaggio di Gilbert era in calo, era già sceso a meno di 40″, e Van Avermaet (anche con qualche inatteso cambio di Terpstra) continuava a pestare perché proprio non gli andava giù che Gilbert gli vincesse il Fiandre sotto al naso. E più pestava, più si avvicinava, più costruiva un rammarico destinato a durare, perché era e sarà inevitabile per lui ripensare ancora a lungo a come sarebbe potuta andare senza quella caduta sul Kwaremont.

Sì, perché Gilbert, al vento da 90 km, era al lumicino. Chiedeva impaziente e quasi stizzito i distacchi alle moto della tv, all’ammiraglia, forse anche ai tifosi che a bordo strada esaltavano il re straniero venuto dalla vicina Vallonia a prendersi il cuore delle Fiandre, fasciato dei colori del Belgio, lui campione nazionale dell’unione di un paese dalle due anime, e spesso diviso in due.

A tre chilometri dalla fine restavano a Philippe 30″, ma a quel punto era impossibile perdere. Gestione sapiente delle ultime forze, distacco mantenuto immutato ai 2 km, e allora poteva iniziare la festa. Non stava nella pelle, Gilbert. L’ultimo chilometro è stato un tripudio che s’è goduto fino in fondo, atteso da tanti anni e finalmente conquistato con meriti straordinari, al termine di una corsa fantasmagorica.

Pedalare fino in fondo no, perché all’ultimo metro, dopo essersi voltato un’ultima volta, il 34enne di Remouchamps è smontato dalla bici, l’ha issata e ha varcato così la linea d’arrivo, regalando ai posteri una foto che resterà iconica. Un atto forse anche un po’ beffardo, ma significativo di quanto questo traguardo per lui fosse speciale, e degno di essere festeggiato in maniera poco ordinaria.

A 29″ dal vincitore, Van Avermaet ha battuto Terpstra e Van Baarle e si è preso questa amarissima piazza d’onore. A 53″ il secondo gruppetto ha visto Kristoff vincere la volata del quinto posto davanti a Modolo, Degenkolb, Pozzato, Chavanel e Colbrelli, proprio così, ben tre italiani in top ten, da quanto non accadeva? E nel gruppetto c’erano anche Trentin, 13esimo, Moscon, 15esimo, e – di poco staccato nel finale – Felline, 19esimo.

Sagan ha chiuso al 27esimo posto, Boonen al 37esimo, entrambi in un folto gruppo cronometrato a 3’30” da Gilbert. Il sipario è calato così su una corsa che ricorderemo, su un vincitore importante, in un giorno che resterà negli annali per più di un motivo. Quanto agli sconfitti, diversi di loro potranno provare a rifarsi tra sette giorni a Roubaix. Uno in particolare: occorre dire chi?

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La vignetta di Pellegrini

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