Jakob Fuglsang esplode di gioia per la sua vittoria al Delfinato 2017 © Bettiniphoto
Jakob Fuglsang esplode di gioia per la sua vittoria al Delfinato 2017 © Bettiniphoto

Fuglsang finalizza un altro capolavoro Astana

Aru lavora ai fianchi Porte e Froome da lontano, Jakob capitalizza sull’ultima salita e vince il Delfinato per 10″ su un Richie generosissimo ma troppo solo

Maledetto ciclismo, perché non sei sempre così bello e appassionante come in questa tre giorni finale di Criterium del Delfinato? Perché a volte ti abbandoni a momenti di involuta apatia, di detestabile immobilismo, di esecrabile greggismo? Questa domanda ce la riporremo tra un mesetto, se il Tour de France si svilupperà sulla falsa riga dell’orrore del 2016, quando andò in scena la corsa forse più deprimente della storia (dal punto di vista dello spettacolo).

Per ora ci godiamo questa giornata, inebriati dalla battaglia che in altri tempi si sarebbe definita epica (ma oggi siamo meno immaginifici), e che ha condotto al successo del Dauphiné 2017 Jakob Fuglsang, primo danese della storia a centrare tale risultato. Per qualche chilometro, a dire il vero, abbiamo sperato che fosse un’altra la nazione destinata a spezzare il digiuno al Delfinato, e cioè la nostra, visto che Fabio Aru, anche oggi molto convincente, è stato a lungo all’attacco con Alejandro Valverde e ha indossato per diversi chilometri la maglia gialla (anzi: gialloblu) virtuale. Sarebbe stato il primo italiano a conquistare il Critérium, e invece ha chiuso a 5″ dal podio.

Una corsa che sui secondi è vissuta tutta, per quanto riguarda la classifica generale, visto che Fuglsang vi si è imposto per una sciocchezzuola di abbuono, cioè per soli 10″, ai danni di un Richie Porte che però, visto oggi come l’abbiamo visto, come si fa a definirlo “sconfitto”? Uno che ha rifilato un minuto e mezzo a Chris Froome sulla salita finale, tanto per intenderci.

 

Tutto da interpretare in chiave Tour
Dato che il senso ultimo (e praticamente quello unico) del Delfinato è di dare indicazioni per il Tour de France, non ci esimiamo. Richie Porte esce molto rafforzato da questa settimana nella bassa Francia, perché rispetto al rivale numero uno per la Grande Boucle, Chris Froome, è stato nettamente vincente.

È vero che oggi il britannico l’ha staccato in cima alla Colombière, ma la successiva reazione del tasmaniano è stata esaltante, e se la sfida fosse stata ridotta ai due, si può dire che Richie l’avrebbe portata a casa. Purtroppo per lui, tre cose: la prima, in gara c’erano anche altri galletti, come Fuglsang ha ben ricordato al collega; la seconda, se prima di una battagliata corsa di una settimana si nutrivano dei dubbi sull’effettiva tenuta di Porte in capo a tre battagliate settimane di GT, dopo una battagliata corsa di una settimana quei dubbi non possono essere fugati, come diceva l’amico Lapalisse; la terza cosa riguarda la squadra, perché oggi il capitano BMC si è ritrovato isolato molto presto, mentre la Sky di Froome faceva le solite mirabilie, e pure l’Astana, mentre l’AG2R, la Orica-Scott, addirittura la Lotto Soudal (per dirne alcune) sono state molto più sul pezzo rispetto ai rossoneri svizzero-americani.

Se Porte torna a casa comunque con qualche convinzione in più, lo stesso non si può dire di Froome, che al di là di tanta volontà (il che si traduce con spettacolo sul campo) non è riuscito a cavare un ragno dal buco, e ha chiuso pure giù dal podio, cosa a cui non è solitamente avvezzo. Poi senz’altro crescerà da qui al Tour, però il però rimane, come un grosso punto interrogativo sulla sua figura.

Tra gli sconfitti del Delfinato va citato senz’altro Alberto Contador, anche se alla prestazione del madrileno va fatta una tara importante, visto che lui aveva in prima persona annunciato che non si sarebbe svenato più di tanto in questa settimana (come aveva invece fatto qualche volta in passato, spendendoci più del lecito in termini di energie). L’impressione è però forte, e dice di un Contador declinante; un po’ come il suo connazionale e fiero nemico Alejandro Valverde, che se nelle classiche continua a essere un’ira di dio, forse nelle gare a tappe (e in specie quelle più toste) inizia a mostrare la corda.

Tra i vincitori invece, ovviamente citiamo la coppia Astana, con Jakob Fuglsang che centra la vittoria più importante in carriera (corredata da due successi di tappa, quello di oggi particolarmente bello), e con Fabio Aru che, al rientro dall’infortunio (ma prima era stato fermo per le solite stucchevoli interminabili preparazioni, tanto che nel 2017 aveva portato a termine solo Oman, Abu Dhabi e Strade Bianche, ritirandosi invece dalla Tirreno), ha mostrato una bella gamba e soprattutto una salutare attitudine all’attacco. Insieme (e con l’ammiraglia) hanno coronato la settimana con quello che oggi non fatichiamo a definire come un vero e proprio capolavoro, vista la tenaglia cattiva con cui hanno messo in mezzo sia Porte che Froome. Poi per riuscire in determinate tattiche ci vuole anche un po’ di fortuna, ma se non si mette in campo il giusto mix di sapienza e coraggio, la fortuna da sola basta a poco.

Positivi anche alcuni giovani, a partire da Louis Meintjes e soprattutto Emanuel Buchmann, vero nome nuovo a questi livelli, in queste corse (tanto da aver conquistato la maglia bianca di miglior under 25). Discreto Sam Oomen, che alla lunga ha pagato l’età troppo verdolina, sorprendente Tiesj Benoot, che ci aspettavamo protagonista al Fiandre, e invece ritroviamo a far classifica al Delfinato… Un po’ giù di corda invece Pierre-Roger Latour, ma la spedizione AG2R è stata senz’altro salvata dal baldanzoso Romain Bardet, che ha chiuso sesto ma ha impreziosito la sua prova con la gagliarda prestazione di ieri tra Sarenne e Alpe d’Huez.

 

La corsa: battaglia senza quartiere sin dall’inizio
Veniamo quindi alla descrizione di questa ottava e ultima tappa. Partenza ad Albertville, arrivo piazzato sul Plateau de Solaison al termine di 115 km da percorrere col miglior animus pugnandi. Chris Froome ha interpretato da subito la corsa come andava interpretata: testa bassa e caricare come un torello.

Sul Col des Saisies si sono mossi in 24, con Tony Gallopin (Lotto Soudal) più convinto degli altri, e infatti è stato lui a selezionare da quel gruppo un drappello di nove (comprendente un Warren Barguil in ripresa, la coppia Orica Esteban Chaves-Roman Kreuziger, Simon Clarke, Alexey Lutsenko, Jesús Herrada, Thomas Voeckler e Vegard Stake Laengen), e poi a mollare direttamente tutti per scollinare da solo con 50″ su un gruppetto (rimescolatosi) in cui c’erano tra gli altri Michal Kwiatkowski (Sky) e Jakob Fuglsang (Astana), terzo della generale.

Il gruppo, come già accennato, è stato percorso dalle frustate di Alejandro Valverde prima (attacco presto rientrato) e soprattutto di Chris Froome poi: l’azione dell’anglo-kenyano ha contribuito all’isolamento di Richie Porte, rimasto subito senza compagni.

Sulla seconda salita di giornata, il Col des Aravis, un paio di uomini di Porte sono rientrati ma son durati lo spazio di un battito d’ali: quelle di Froome, ancora, che si è mosso una prima volta e poi, proprio per respingere i gregari BMC, una seconda. Missione riuscita, Porte era di nuovo solo. Nel frangente, da notare un breve allungo di Fabio Aru.

Gallopin manteneva diverse decine di secondi di vantaggio su un drappello che intanto si era compattato con Kwiatkowski, Kreuziger, Clarke, Barguil, Laengen, David López García (altro Sky) e Simon Yates, venuto da dietro e rientrato nel corso della salita. Tutti uomini che sarebbero però stati ripresi sulla successiva discesa, col gruppo maglia gialloblu andato a comporsi di circa 25 uomini. Non l’abbiamo scritto, ma Froome aveva piazzato un terzo scatto nei pressi del Gpm, raccogliendo la pronta risposta di Valverde, Alberto Contador e Dan Martin. Ma i tempi non erano ancora maturi per il corpo a corpo, visto che mancavano ancora 60 km alla fine.

 

Sulla Colombière Aru prova a spiccare il volo
L’avventura solitaria di Gallopin è terminata a 51 km dalla fine, su un ennesimo (il quinto) allungo di Froome, stavolta in discesa. 22 uomini in gruppo, e da questa situazione ha preso le mosse l’attacco di Alejandro Valverde sul Col de la Colombière, a 45 km dalla fine. Il murciano della Movistar si è mosso con Alexis Vuillermoz (AG2R) e Simon Clarke (Cannondale-Drapac), ma li ha presto staccati, e invece ha subìto il rientro di Fabio Aru, che si era attivato per mettere in campo una tattica a due punte per l’Astana. Del resto col terzo e il quarto della generale, entrambi piuttosto vicini alla prima posizione, era logico, ovvio e opportuno che il team kazako giocasse le sue pedine anche dalla media distanza.

Mentre Valverde e Aru trovavano subito una bella intesa, Porte tirava il gruppetto (ridotto a una decina di unità), ma optando per la scelta di non seguire tutti gli avversari e curandosi solo del più vicino in classifica, Froome. In effetti si sono mossi Bardet, Dan Martin e Fuglsang, e Richie ha lasciato fare. A tre chilometri dalla vetta si sono avvantaggiati pure Contador, Buchmann, Benoot, Yates, Valls e Meintjes, che hanno raggiunto Clarke (invece Kwiatkowski si era praticamente rialzato e aspettava Froome; Vuillermoz era del tutto saltato).

Di fatto, con Porte restavano solo Froome e il giovane Oomen. E alla fine, tira tira e ritira, il tasmaniano si è ritrovato senza argomenti quando pure Chris, a poco meno di un chilometro dalla vetta, è partito secco. Al Gpm (a 34.5 km dalla fine) Valverde e Aru sono transtitati con 30″ su Fuglsang, Bardet e Martin, 1′ sul gruppetto Contador, 1’10” su Froome e 1’20” su Porte. Aru era leader virtuale della corsa, quindi.

In discesa Froome non ci ha messo troppo per rientrare sul drappello che lo precedeva. Porte invece procedeva con maggior cautela (o minor sapienza, fate voi), tanto che è stato ripreso e superato da Kwiatkowski. Ecco, il polacco avrebbe rappresentato di lì a poco un’importante chiave tattica.

Sempre nel corso della picchiata, il gruppetto Froome-Contador ha ripreso il terzetto con Bardet, Fuglsang e Martin, mentre Porte continuava a perdere terreno (si trovava con Oomen e Benoot, staccatosi da Contador in cima alla Colombière). Nel fondovalle, a 17 km dal termine, Aru e Valverde disponevano di un gruzzoletto interessantissimo, con 55″ sui primi inseguitori e 1’30” sulla maglia gialloblu.

A questo punto TurboKwiatkowski ha cambiato tutte le carte in tavola, perché con una serie di impressionanti trenate ha di fatto azzerato il distacco del suo gruppetto dai battistrada, ampliando al contempo il margine su Porte; e infatti la salita finale, quella del Plateau di Solaison, è stata imboccata (a 11.5 km dalla fine) con 10″ di margine per i due al comando e con un bel minutozzo tondo di ritardo per Porte rispetto a Froome e gli altri.

 

La rincorsa di Porte, l’affondo di Fuglsang
A 10 km dalla vetta, Aru e Valverde sono stati raggiunti, mentre Porte staccava Benoot e Oomen e si predisponeva al progetto – ambizioso, difficilissimo – di rimontare 1’10” al gruppo che guidava la corsa (e che perdeva pezzi: staccati subito Yates e Clarke).

Froome, che doveva recuperare 1’02” a Porte in classifica, aveva tutto l’interesse a farla forte, e allora si è messo in testa a tirare il drappello; gli astanti ovviamente hanno lasciato fare, non tutti però: qualcuno logicamente si staccava, ad esempio Valverde ai -9. Intanto però Richie, impegnato in una vera e propria cronoscalata, rosicchiava secondi su secondi all’amico-rivale.

A 7.5 km dalla vetta, quando il ritardo della maglia gialloblu ammontava a 45″ (quasi mezzo minuto recuperato nella prima parte di salita!), l’equilibrio nel gruppetto è stato rotto da un attacco di Martin. Fuglsang, che non aspettava altro, si è rapidamente portato sull’irlandese, e insieme hanno guadagnato una quindicina di secondi.

Ai 6 km il danese ha deciso che il ritmo tenuto con Martin non gli andava più bene, non sarebbe stato sufficiente: il suo obiettivo era chiaro, doveva tenere a distanza Froome (da cui lo separavano 13″) e soprattutto Porte (il gap alla partenza era di 1’15”); impresa impegnativa, ma il piano dell’Astana, con Aru a fiaccare gli avversari sulla Colombière, e Fuglsang a completare l’opera sul Solaison, assumeva connotati sempre più vincenti chilometro dopo chilometro.

Ai 5.5 ha attaccato Bardet, mandando fuori giri Contador; sul francese si son riportati Buchmann e Meintjes, poi pure Aru, ma Froome li ha ripresi. Porte saltava intanto un Contador del tutto al gancio. Ai 4 km è stato invece Meintjes a fiondarsi in un attacco che ha chiamato di nuovo Bardet e Buchmann a riformare il terzetto di poco prima; stavolta Aru ha mancato (non di molto) l’aggancio, ed è rimasto lì a mezza strada, tra i contrattaccanti e Froome che invece boccheggiava sempre di più dopo aver speso tanto.

A 3.5 km dalla fine, mentre Fuglsang difendeva coi denti il minuto che aveva riguadagnato su Porte al momento dell’attacco, proprio Richie riprendeva Froome (e Valls), lo affiancava, e correva a tirare per provare a rimettere le cose a posto col battistrada.

In un continuo, pirotecnico, batti e ribatti, Meintjes staccava prima Buchmann (ai 3.2) e poi pure Bardet (ai 2.5), e pure al francese si spegneva la luce, tanto che Aru l’avrebbe ripreso e staccato nel finale; Porte si sbarazzava della compagnia di Froome ai 2200 metri, ma a questo punto, giunto al momento di fare l’ultimo sforzo per riavvicinare in maniera decisiva Fuglsang, le gambe sono un po’ mancate all’australiano della BMC. E infatti Jakob non solo ha difeso quel minuto, ma ha nuovamente incrementato il margine, in maniera preziosa, determinante.

 

Per Jakob un successo sul filo dell’abbuono
E all’arrivo il danese ha vinto con gran merito e con la dedica pronta per la moglie partoriente. A 12″ da lui ha tagliato il traguardo Martin, a 27″ Meintjes e a 44″ Buchmann: il corridore della UAE avrebbe dovuto recuperare 1’01” sul tedesco (anzi, 1’02”) per superarlo nella classifica dei giovani, non ce l’ha fatta ma comunque si porta a casa sensazioni discrete sul piano generale.

Quinto ha chiuso Aru a 1’01” dal compagno di squadra, e Bardet nella sua scia (cronometrato a 1’02”); Porte è arrivato a 1’15”, Froome a 1’36”, Valls a 1’41” e Valverde ha chiuso la top ten a 3’30”; solo undicesimo a 4’10” Contador.

1’15” quindi tra Fuglsang e Porte; 1’15” era il vantaggio con cui Richie era partito da Albertville. E a risultare determinante è stato quindi l’abbuono di 10″ riservato al vincitore della tappa. Sicché Fuglsang ha conquistato il Delfinato con appena 10″ su Porte. Il podio è stato centrato anche da Martin, terzo a 1’32” e con la soddisfazione di aver beffato Froome di appena un secondo (quarto a 1’33” il capitano Sky); anche Aru è arrivato lì, vicinissimo al podio, quinto a 1’37”. Bardet chiude il suo Delfinato in sesta posizione a 2’04”, settimo è Buchmann a 2’32”, ottavo Meintjes a 3’12”, nono Valverde a 4’08” e decimo Valls a 4’40”. Anche qui Contador è undicesimo, a 5’20”.

In definitiva, un Delfinato che ci ha messo un po’ a decollare, dopo le prime tappe da fuga o da volata, ma che sulle montagne, negli ultimi tre giorni, ci ha tenuti incollati agli schermi. I corridori in gara non hanno risparmiato colpi (oddio, qualcuno forse ha tirato un po’ i freni, ci riserviamo di scoprirlo relativamente a Contador, per esempio), e lo spettacolo è stato davvero all’altezza. Ne emerge un quadro di grande equilibrio in chiave Tour: come si riverbererà ciò sulla Boucle? Vedremo spettacolo e voglia di attaccare, o sarà un equilibrio generatore di attendismo e di paura di perdere la posizione? Appuntamento fra tre settimane per le prime risposte.

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