Il podio finale del Giro d'Italia 2018 © LaPresse
Il podio finale del Giro d'Italia 2018 © LaPresse

Froome, l’impresa vale anche la lode

Le pagelle del Giro d’Italia 2018: grande corsa anche per Dumoulin e Viviani, rivelazione Carapaz, bocciati Aru e Ulissi

Chris Froome – 10 e lode
Ha vinto il Giro d’Italia con un’impresa straordinaria che gli ha permesso di ribaltare non solo la classifica generale, ma anche buona parte dei giudizi degli appassionati di ciclismo sul suo conto che non lo vedevano adatto alla corsa rosa avendo in mente i Tour de France monotoni e noiosi controllati da Chris e dal Team Sky. Per due settimane è sembrato un lontano parente del Froome degli anni scorsi, ma una preparazione calibrata in maniera perfetta gli ha permesso di essere al top quando tutti i suoi avversari sono calati.

Tom Dumoulin – 9
Non riesce a ripetere la vittoria dell’anno scorso, ma il secondo posto è comunque un’altra conferma importantissima delle sue qualità sulle tre settimane: a cronometro è sempre una certezza, le performance in salite sono state forse meno appariscenti ma l’impressione è che sia riuscito a gestire molto meglio i momenti di difficoltà. Chiude con qualche rimpianto per la tappa di Bardonecchia: una diversa gestione tattica da parte di Dumoulin o un pizzico di fortuna in più nella composizione dei vari avrebbero avrebbero potuto far cambiare l’esito del Giro.

Miguel Ángel López – 8
La maglia bianca di miglior giovane era l’obiettivo minimo per il colombiano dell’Astana che però è riuscita ad abbinarla anche ad un posto sul podio, questo sì molto più difficile da pronosticare. Durante la corsa López ha mostrato diverse lacune, è caduto un paio di volte e spesso si è fatto sorprendere in posizioni non consone ad un uomo di classifica: dal punto di vista fisico invece non si è reso protagonista di grande exploit, ma non ha mai mollato e la sua regolarità gli ha permesso di arrivare fino al terzo posto.

Richard Carapaz – 8
Quasi tutti siamo rimasti un po’ delusi nel leggere le convocazioni della Movistar per il Giro d’Italia, ma alla fine Eusebio Unzué ha estratto dal cilindro la più bella rivelazione di questo Giro d’Italia. Il 25enne ecuadoriano (il compleanno è domani, auguri!) termina la corsa rosa con una vittoria di tappa, il quarto posto in classifica generale ed il secondo in quella dei giovani: ha sofferto solo le pendenze estreme dello Zoncolan, altrimenti sul podio poteva esserci lui.

Domenico Pozzovivo – 7
Eguaglia il suo miglior risultato in carriera al Giro d’Italia, un quinto posto che replica quello del 2014 e che forse rappresenta la sua dimensione reale, ma il 35enne lucano della Bahrain-Merida non può non avere il rammarico per un podio che sembrava davvero alla sua portata. Per le prime 18 tappe, Pozzovivo ha fatto quello che doveva fare, magari non in maniera spettacolare o con grandissime ambizioni, ma restando comunque sempre incollato ai migliori: è mancato solo sullo sterrato del Colle delle Finestre e quel passaggio a vuoto lo ha pagato caro. Il suo resta comunque un buon giro, un applauso anche per aver corso a tutta nella tappa di Roma.

Pello Bilbao, Patrick Konrad, George Bennett – 6.5
Piazzamenti diversi, sesto, settimo e ottavo nell’ordine, ma voto uguale per questi tre corridori che hanno chiuso nella top10 finale. Bilbao è stato il meno appariscente ma, come il suo corregionale Zubeldia, alla fine ha rosicchiato posizioni per le difficoltà altrui e ha chiuso abbastanza in alto cogliendo la prima top10 in carriera, esattamente come Konrad che qualcosina ha provato nelle tappe intermedie. Bennett invece era già stato 10° alla Vuelta 2016, era partito bene sulle prime salite poi è un po’ calato, ma il suo resta un buon Giro.

Davide Formolo – 6
L’anno scorso decimo a 15’17” da Dumoulin, quest’anno decimo a 15’16” da Froome, ma non è quel secondo di differenza a farci dire che ha convinto più stavolta che nel 2017. La giornata no sull’Etna si è fatta sentire: un problema meccanico subito prima della salita l’ha sicuramente condizionato, era rientrato in gruppo (forse con troppa foga?) ma ha finito col perdere cinque minuti senza i quali poteva essere sesto. Alla fine è rimasto sempre lì in classifica, troppo lontano per sognare, troppo vicino per essere lasciato libero di cercare una tappa in fuga (ma prima del Finestre ci aveva provato).

Rohan Dennis – 6.5
Parte mancando il successo nella crono di Gerusalemme per soli 2″, ma si rifà conquistando la maglia rosa con gli abbuoni, tenendola per quattro giorni e poi vincendo anche la cronometro di Rovereto dopo aver provato a tenere duro in classifica generale fino a quel momento. Meriterebbe forse un voto più alto, ma in questo Giro cercava risposte per un futuro da uomo per grandi giri: la vittoria nella crono trentina è stata convincente, fino a Prato Nevoso era settimo, ma poi è stato brutalmente respinto dai tapponi.

Fabio Aru, Diego Ulissi – 4
Voto comunque per i due alfieri azzurri della UAE Team Emirates che, è triste dirlo, falliscono completamente l’appuntamento con la corsa rosa. Fabio Aru è in ritardo di condizione a Gerusalemme, ma si pensa crescere con passare delle tappe, lotta e limita i danni: tra lo Zoncolan e Sappada arriva invece il crollo definitivo seguito dalla penalizzazione a crono e poi dal ritiro. Corsa anonima anche per Diego Ulissi nonostante tante tappe adatte alle sue caratteristiche, specie nelle prime due settimane: per il team di Saronni urge un rapido cambiamento di rotta.

Thibaut Pinot – 5.5
Affonda all’ultima tappa di montagna, dopo essere andato forte verso Bardonecchia e quando il podio finale sembrava ormai a portata di mano. Pinot viene messo ko da un’infezione polmonare che gli impedisce addirittura di partecipare alla passerella finale a Roma: fino a quel momento era stato abbastanza regolare, ma non si era mai esposto più di tanto se non per le volatine che mettevano in palio secondi di abbuono.

Simon Yates – 7.5
Non è facile dare un voto al Giro d’Italia di Simon Yates. Il britannico della Mitchelton-Scott è straordinario delle prime due settimane e riesce ad esaltare tutti i tifosi: vince tre tappe, una la regala ad un compagno di squadra, è secondo anche sullo Zoncolan e per ben tredici giorni è in maglia rosa. Sarebbe un Giro da incorniciare, se non fosse che Simon Yates è un uomo di classifica ed alla fine sotto quel punto di vista: le enormi difficoltà degli ultimi giorni (ha speso troppo all’inizio?) non possono però cancellare tutto quello che ha fatto in precedenza.

Esteban Chaves – 6.5
Avvicinamento al Giro un po’ in sordina e che non lasciava presagire a grandi cose dopo un 2017 nero tra problemi fisici e lutti: e invece nella prima settimana va fortissimo, vince sull’Etna dopo una fuga lunghissima, al Gran Sasso è terzo ed in classifica è dietro solo al compagno di squadra Yates. Poi chissà cosa succede secondo dei tre giorni di riposo, ma da quel momento non è più lui: verso Gualdo Tadino va subito in difficoltà sulla prima salitella ed il gruppo non perdona. Riesce a terminare la corsa, ma la condizione è svanita e non può fare molto per aiutare Yates.

Elia Viviani – 9
Quest’anno il veronese sembra aver fatto un interessante salto di qualità con l’approdo alla Quick-Step Floors ed il Giro d’Italia può esserne un’altra dimostrazione: è vero che molti degli altri velocisti di primissima fascia hanno snobbato la corsa preferendo andare in California, Norvegia o Belgio in vista del Tour de France, ma in sei volate disputate Elia ha conquistato quattro vittorie e due secondi, un bottino davvero di tutto rispetto a cui si aggiunge la conquista della maglia ciclamino. A Imola l’unico passaggio a vuoto, ma ha saputo rifarsi subito alla grande già il giorno successivo.

Sam Bennett – 8.5
Pur piazzandosi non aveva convinto del tutto nelle prime volate in Israele, poi si è ripreso alla grande e di tappa ne ha portate a casa addirittura tre, compresa quella con il bellissimo numero di Imola: la velocità ce l’ha sempre avuta, sembra molto migliorato a livello di resistenza e tenuta sui percorsi un po’ accidentati. A differenza di Viviani, l’irlandese della Bora-Hansgrohe non si è mai impegnato a cercare i punti ai vari traguardi volanti e per questo non è mai arrivato ad insidiare direttamente la maglia ciclamino.

Sacha Modolo – 5
Il campo partenti non eccelso per quando riguarda le volate poteva rappresentare un’occasione ghiotta per Modolo per ritoccare il numero di tappe vinte al Giro, fermo sempre alle due del 2015. Alla fine Viviani e Bennett si sono mostrati superiori al resto della concorrenza, ma Sacha non ha particolarmente convinto anche a livello di piazzamenti: un secondo posto, due quarti, un quinto, un sesto… non malissimo ma avrebbe le qualità per fare meglio.

Louis Meintjes – 3
Delude, e tanto. Non è al 26enne scalatore sudafricano della Dimension Data che si chiedeva di dare spettacolo nelle frazioni di montagna, ma da un corridore che nel curriculum vanta due ottavi posti al Tour de France ed un decimo alla Vuelta ci si aspettava molto di più. È apparso in grosse difficoltà fin dall’inizio ed alla fine ha deciso di porre fine all’agonia ritirandosi in anticipo dopo la cronometro di Rovereto: un po’ come Aru è un corridore che si vede pochissimo nelle gare di contorno, fallire un GT porta quindi un votaccio in automatico.

Enrico Battaglin – 7
La prima parte del Giro d’Italia si adatta molto ai corridori da classiche ed il vicentino del Team LottoNL-Jumbo è stato forse il maggior protagonista esprimendosi ad un livello e con una continuità che forse non aveva mai avuto in precedenza: è primo a Santa Ninfa, terzo a Caltagirone, quarto a Montevergine e Gualdo Tadino. Per quanto possibile aiuta anche George Bennett nell’obiettivo classifica generale. Speriamo di rivederlo brillante anche nella seconda parte di stagione.

Matej Mohoric, Mikel Nieve, Maximilian Schachmann, Tim Wellens – 7
In maniera differente, ma tutti e quattro portano a casa una vittoria di tappa: nessuno di loro partiva con la pressione e l’obbligo di fare qualcosa in classifica generale, Wellens puntava ad ottenere una vittoria e ce l’ha fatta, gli altri avevano capitani per cui lavorare ma hanno saputo sfruttare al meglio le loro giornate di libertà. Il bilancio personale del Giro si chiude quindi in attivo per tutti loro.

Mattia Cattaneo – 7
Molto positivo il Giro d’Italia dell’Androni-Sidermec, con molti attacchi da lontano e le vittorie nelle classifiche minori dei traguardi volanti e della combattività con Davide Ballerini ed in quella delle fughe con Marco Frapporti. Piazzamenti sono arrivati anche da parte di Manuel Belletti e Francesco Gavazzi, molto bene anche il giovane Fausto Masnada, ma alla fine chi è andato più vicino a vincere è stato Mattia Cattaneo, terzo a Prato Nevoso: Cattaneo si è presentato al via del Giro d’Italia dopo quasi un mese e mezzo senza corse per infortunio, bravissimo a farsi trovare pronto.

Jakub Mareczko – 6
Il secondo posto del velocista bresciano a Haifa è stato il momento il cui un corridore delle quattro Professional invitate è andato più vicino al successo: dopo quel bel risultato sono arrivati un quarto ed un sesto posto, ma il Giro di Mareczko s’è concluso già nella nona tappa dopo aver sofferto terribilmente ogni volta che la strada saliva. Senza Mareczko, e senza Zardini ritiratosi quasi subito per infortunio, la Wilier Triestina-Selle Italia si è vista molto meno nella seconda metà della corsa, qualche fuga e una bella sparata di Coledan a Nervesa della Battaglia.

Giulio Ciccone – 6.5
Non fa classifica, non c’entra la vittoria di tappa e non c’entra neanche la maglia azzurra, seppur per pochi punti, ma il Giro d’Italia dell’abruzzese Giulio Ciccone è comunque positivo: tanta grinta e voglia di combattere nella prima settima che culmina con il decimo posto ottenuto sul Gran Sasso dopo aver lottato fianco a fianco con i migliori della corsa. Dal punto di vista tattica poteva forse “scegliere” meglio qualche fuga, ma non dimentichiamoci che è un classe 1994 e può avere tanti margini di miglioramento. La Bardiani-CSF si è messa in luce anche con le fughe iniziali di Enrico Barbin, peccato per Andrea Guardini che ha dovuto fermarsi quasi subito per problemi di salute.

Rubén Plaza – 5.5
Il voto non è tanto indirizzato all’esperto spagnolo, che con il secondo posto di Prato Nevoso è stato il migliore dei suoi, ma a tutta la Israel Cycling Academy: il loro invito era ovviamente compreso nel pacchetto della Grande Partenza, ma sulla carta avevano le possibilità di legittimarlo anche dal punto di vista sportivo. Invece la squadra non ha convinto: ci si aspettava molto di più da Kristian Sbaragli e dal belga Ben Hermans, si salvono giusto Rubén Plaza per quell’unico piazzato e Krists Neilands per la generosità in fuga.

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