Pogačar, caduta alla Vuelta più grave del previsto: "Tre vertebre rotte, felice di essere vivo"
Il campione sloveno ha scoperto sei settimane dopo la caduta di avere fratturato anche T1 e T2, oltre alla C7 già nota. "Ero solo felice di essere ancora vivo"

Tadej Pogačar ha rivelato di aver subito lesioni più gravi di quanto comunicato in un primo momento dopo la caduta alla Vuelta a España del 29 agosto. Il corridore sloveno della UAE Emirates-XRG ha raccontato in un'intervista a The Athletic, la redazione sportiva del New York Times, di aver scoperto solo sei settimane dopo l'incidente di aver fratturato tre vertebre, non una sola. "In realtà è una storia curiosa", ha esordito Pogačar. "Due settimane fa ero in Slovenia e ho fatto una nuova TAC. Sapevo di avere una frattura alla vertebra C7, ma abbiamo scoperto che ne avevo rotte altre due: la T1 e la T2." La C7 è l'ultima vertebra cervicale, mentre T1 e T2 sono le prime due vertebre toraciche, quelle immediatamente sottostanti al collo. La scoperta tardiva ha ridimensionato anche i rimpianti per la stagione interrotta: "In quel momento ero contento di non aver partecipato ai Campionati Europei, che erano il mio obiettivo iniziale. Quando ho visto che avevo tre vertebre rotte, ero semplicemente felice di essere ancora vivo, o di riuscire comunque a stare in piedi."

Le settimane difficili dopo il ritiro
Dopo l'incidente, Pogačar aveva inizialmente sperato di riuscire a tornare in bicicletta in tempo per gli Europei del 4 ottobre, in programma proprio in Slovenia, a poca distanza dalla casa dei suoi genitori. Un appuntamento particolarmente sentito, non soltanto per il valore sportivo, ma anche per il legame personale con quei luoghi.
“Conoscevo ogni singolo tratto di strada, mi ero allenato tantissimo su quelle salite. Tutta la mia famiglia viene da lì”, ha spiegato. Un obiettivo che avrebbe rappresentato anche uno stimolo importante durante la riabilitazione, ma che si è rivelato irrealistico. Già una radiografia effettuata circa tre settimane dopo la caduta aveva mostrato che la frattura non era guarita a sufficienza. Lo stesso Pogačar aveva capito che i medici non erano particolarmente favorevoli all'idea di un suo ritorno alle competizioni in tempi così brevi.
Le prime settimane, del resto, erano state molto complicate. Oltre alle tre vertebre, Pogačar aveva riportato anche la frattura della clavicola sinistra e una commozione cerebrale. La commozione cerebrale gli aveva provocato nausea, vertigini e problemi di coordinazione, rendendo difficili anche le attività più semplici della vita quotidiana. In un altro passaggio dell'intervista, il ventottenne ha raccontato di aver avuto bisogno dell'aiuto del medico della squadra persino per fare la doccia: non riusciva a stare in piedi senza avvertire giramenti di testa e si sentiva completamente disorientato.
Anche una breve passeggiata si era trasformata in una prova particolarmente faticosa. Il giorno successivo al rientro a casa, aveva proposto di raggiungere una gelateria a circa dieci minuti di distanza. Un'uscita apparentemente banale, che gli aveva però fatto capire quanto fosse lontano dal recupero della propria autonomia.
“Ricordo quanto fosse difficile. Entrammo nella gelateria, dove faceva piuttosto caldo, e iniziai a sudare. Mi avevano detto che con i punti di sutura non avrei dovuto sudare troppo e cominciai a preoccuparmi, finendo per sudare ancora di più. Dovetti sedermi perché ero completamente esausto". Dopo aver mangiato il gelato, il ritorno a casa fu altrettanto complicato: ”Volevo soltanto rientrare il più velocemente possibile".
“Ero semplicemente depresso”
Alle difficoltà fisiche si erano aggiunte quelle psicologiche. Pogačar non ha nascosto di aver attraversato un periodo particolarmente negativo, soprattutto nelle prime due settimane successive all'incidente e all'intervento chirurgico, durato un'ora e quaranta minuti.
“Mentalmente non stavo affatto bene. Ero davvero giù, non ero una persona piacevole con cui stare. Non credo che a Urska [Žigart, la sua compagna e anche lei professionista del ciclismo, ndr] facesse piacere avermi tutto il giorno in casa. Ero semplicemente depresso. Non provavo niente”.
La ripresa è stata graduale e non priva di alti e bassi. Il primo cambiamento positivo è arrivato quando ha potuto ricominciare a utilizzare i rulli e a frequentare quotidianamente il fisioterapista. Ritrovare una routine e poter tornare, anche soltanto in parte, all'attività fisica ha contribuito a migliorare anche il suo stato mentale.
“Quando ho iniziato a salire sui rulli e ad andare ogni giorno dal fisioterapista, ho cominciato a sentirmi meglio, anche mentalmente. Ma era una battaglia quotidiana. Alcuni giorni volevo fare tutto, altri non volevo fare assolutamente nulla”.
Nel frattempo, anche Žigart ha dovuto fare i conti con un nuovo infortunio, riportando nuovamente la frattura della mandibola in una caduta. Contestualmente, proprio in quei giorni Pogačar aveva cominciato a stare meglio e i due hanno potuto sostenersi reciprocamente durante la convalescenza.
La paura di una nuova caduta e l'appello sulla sicurezza
Oggi la situazione è decisamente migliorata. Pogačar ha ripreso ad allenarsi e, oltre alla bicicletta, ha ricominciato a correre e a nuotare. Non avverte più particolari fastidi e ritiene di poter svolgere praticamente tutte le normali attività quotidiane. Restano tuttavia alcune precauzioni: deve evitare di sollevare carichi pesanti con il braccio sinistro e di sottoporre il collo a sollecitazioni eccessive.
Soprattutto, deve prestare particolare attenzione a non cadere nuovamente in bicicletta. È proprio questo l'aspetto che continua a preoccuparlo maggiormente, perché le conseguenze di un nuovo incidente potrebbero essere molto serie.
“Se adesso dovessi cadere di nuovo in bicicletta, potrebbe essere molto problematico. Tutti mi dicono che sono stato fortunato. Quando parli con le persone, ti rendi conto sempre di più di quanto sia grave questo tipo di infortunio. Cerchi informazioni e capisci che è una cosa seria, con cui non c'è da scherzare. A dire la verità, fa un po' paura pensarci”.
La sicurezza in corsa, di nuovo
L'esperienza ha inevitabilmente riportato in primo piano anche il tema della sicurezza nelle corse professionistiche, sul quale Pogačar ha espresso considerazioni piuttosto nette. Il campione sloveno ha rimarcato come l'evoluzione del ciclismo abbia portato a velocità sempre più elevate, senza che la preparazione degli arrivi abbia seguito necessariamente lo stesso percorso.
“Le velocità sono molto più elevate, ma gli arrivi sono gli stessi", ha osservato, chiedendo agli organizzatori maggiore attenzione soprattutto nella progettazione degli ultimi 500 metri delle tappe. L'obiettivo dovrebbe essere quello di ridurre i pericoli evitabili, intervenendo sulle condizioni del percorso e sulle caratteristiche degli ultimi chilometri: "Dobbiamo evitare fondi stradali dissestati, buche, dossi artificiali e rotatorie”.
Un messaggio che si estende anche all'Unione Ciclistica Internazionale. Pogačar ha invitato l'UCI a concentrarsi maggiormente sugli aspetti che incidono concretamente sulla sicurezza dei corridori, anziché dedicare tante energie a questioni regolamentari di minore importanza.
“Ci sono molte cose da fare. Ma sicuramente non misurare i calzini e la larghezza del manubrio. Sono tutti questi piccoli dettagli che, messi insieme, rappresentano un grande lavoro. Penso sia necessario dedicare più attenzione a questi aspetti”.