La bici che ha permesso a Van Aert di confermarsi campione del mondo di ciclocross © UCI
La bici che ha permesso a Van Aert di confermarsi campione del mondo di ciclocross © UCI

L’arma segreta di Van Aert? Un orrendo tubolare verde

Le forature, non solo quelle di Van Der Poel, la chiave tecnica di Bieles: Una scelta da Campione del Mondo. Pauwels ancora una volta bronzo

Al massimo livello, dove in questo momento sono collocati Wout Van Aert e Mathieu Van Der Poel, il ciclocross somiglia più alla Formula 1. Uno sport dove il mezzo meccanico conta quanto l’atleta, se non di più, e la sua cura, le scelte che si fanno in base al percorso, diventano fondamentali. Prendiamo Bieles: un mondiale di ciclocross tecnicamente esigente, certo, ma dal percorso cangiante, a causa dei cambiamenti metereologici degli ultimi giorni. Un percorso difficile da interpretare: lo troveremo ghiacciato? Lo troveremo molle? E chi lo sa. Quello che si sa è che Mathieu Van Der Poel e Wout Van Aert hanno fatto due scelte differenti, a livello di tubolari. Gli appariscenti tubolari usati da Van Aert sono dei vecchi tubolari da ghiaccio, esteticamente orribili per la loro colorazione verde Irlanda, che diventeranno presto una piccola leggenda: l’idea sarebbe stata di Niels Albert, che aveva questo cimelio storico a casa sua e li ha consigliati a Van Aert, sapendo che potesse tornare utile in un percorso in una vecchia cava, pieno di spuntoni di roccia. Una scelta di sicurezza a danno della scorrevolezza, mentre Van Der Poel ha optato per qualcosa di più canonico; il risultato finale ha dato ragione a Van Aert, in una gara (e, ahinoi, non solo quella, chiedete a Bertolini) pesantemente condizionata dalle forature nella discesa alla fine del primo giro. Stando alle informazioni provenienti dai box ci sono atleti che hanno forato anche 8 volte; Van Der Poel 4, Van Aert, grazie ai suoi orrendi tubolari verdi, solo una. Unica pecca di un percorso altrimenti perfetto per il Mondiale. Che, per non fraintendere, Van Aert ha dimostrato comunque di meritare, staccando negli ultimi giri i migliori tempi di tutta la kermesse. Nonostante quei tubolari.

Van Der Poel dice: Tu ed io, da soli
La vigilia della prova è stata piuttosto tesa, con i neanche troppo velati commenti di Van Der Poel su antidoping, TUE e visione pubblica dei test, quasi a voler stuzzicare l’avversario reduce da un misterioso infortunio al ginocchio che, sostiene Van Aert, l’avrebbe tenuto lontano dalla bici per una settimana.
Fatto sta che Van Der Poel, per far capire subito che vuole un duello alla pari, attacca all’arma bianca in partenza; il solo a stargli dietro, per una volta, non è Tom Meeusen (che spacca il telaio in un amen e si ritira), ma Kevin Pauwels, di solito molto più prudente in queste fasi. Proprio Pauwels è la prima “vittima” della discesina, costretto alle retrovie da una foratura. E così Van Der Poel si ritrova subito solo al comando, in attesa che il rivale lo venga a prendere. Ma Van Aert che aspetta a muoversi lasciando il comando del gruppo inseguitore a Michael Vanthourenhout e Tim Merlier.

La lenta rincorsa e l’aggancio di metà gara
Van Aert comincia a cambiare passo alla fine del secondo giro, con Vanthourenhout che tenta di seguirlo salvo poi rendersi conto della follia del gesto. E comincia così una lunga rincorsa di Wout Van Aert, che per recuperare quei 10″ di margine deve darsi veramente molto da fare, e limare su ogni errore del rivale; finchè, a metà gara, complice il cambio bici ed una prima foratura meno pesante, si forma il duetto in testa. E già si pregusta un duello a suon di affiancamenti e spallate in discesa.
Dietro, si delineano i principali contendenti per la lotta al bronzo; è naufragato Merlier, è riemerso Pauwels, con gli olandesi Corné Van Kessel e Lars Van Der Haar. Ma è Vanthourenhout il più determinato a tentare il colpaccio, e guadagna terreno nel corso del quinto giro; anche lui però sarà vittima della mannaia della foratura, poco dopo Van Der Poel.

Van Der Poel fora, Van Aert mette il turbo: fine dei giochi
Dura poco più di un giro l’affiancamento tra i due vertici del ciclocross mondiale. Alla fine del quinto degli otto giri previsti Van Der Poel fora, stavolta in maniera pesante, e perde terreno: riparte dai box con 20″ di ritardo da Van Aert, il morale a terra e le gambe di legno. Al contrario, il belga comincia a pigiare sull’acceleratore, e negli ultimi giri fa segnare i tempi più bassi (anche di quelli di Joris Nieuwenhuis, dominatore della gara under 23: segnatevi il nome di questo ragazzo), per legittimare un successo altrimenti solo dovuto alla scelta dei materiali. Nella lotta per il bronzo, che a questo punto diventa la cosa più interessante della gara, fa capolino Laurens Sweeck.

Pauwels ancora una volta il terzo classificato
Sembra Lars Van Der Haar quello che ne ha di più per il terzo posto, ma dovrà fare i conti più di altri con le forature (ben 6 per lui, si dice). Anche Sweeck non sarà particolarmente fortunato negli ultimi giri. Per dispersione, la lotta per il bronzo se la aggiudica Kevin Pauwels, così come l’anno scorso, nel 2014, nel 2012 e nel 2011. Che arriverà a ere geologiche di distanza da Van Aert: 2’09”, per l’esattezza, contro i 44″ di Van Der Poel. Van Der Haar arriverà ancor più lontano, quarto a 2’52”, poi Corné Van Kessel quinto a 3’09”, e Laurens Sweeck sesto a 3’29”.
Buona prova per il ceco Michael Boros, settimo e primo dei non Benelux a 3’47”; precede Gianni Veermersch a 4’02”, Simon Zahner a 4’08” e Sascha Weber a 4’50”. Vanthourenhout naufraga in diciasettesima posizione.
E la spedizione azzurra? L’obiettivo minimo è raggiunto, con Luca Braidot 20esimo a 6’05”. Sotto le aspettative invece gli altri due componenti, con Cristian Cominelli 35esimo e Daniele Braidot 40esimo. Il mondiale si conclude con l’Olanda comunque regina del medagliere, con 2 ori, 2 argenti e 1 bronzo, e una medaglia in quasi tutte le prove (tranne la Juniores segnata dal triplete britannico).

 

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