Vincenzo Nibali con Nairo Quintana e Thibaut Pinot nella penultima tappa del Giro d'Italia 2017 © Bettiniphoto
Vincenzo Nibali con Nairo Quintana e Thibaut Pinot nella penultima tappa del Giro d'Italia 2017 © Bettiniphoto

Nibali, poche speranze non vuol dire zero speranze

Vincenzo e gli scenari per la crono conclusiva: che il simbolo del ciclismo italiano vinca il Giro è ormai quasi impossibile. Quasi

Il Monte Grappa e l’Altopiano di Asiago. Montagne e pendii intrisi di patria leggenda su cui si son versate lacrime di dolore e stille d’eroismo. A loro era stato assegnato il compito di esaltare a dovere la temerarietà di coloro che non volevano rassegnarsi a doversi giocare tutto lungo i 30 chilometri scarsi che domani divideranno l’autodromo di Monza da piazza del Duomo a Milano, con quello spauracchio olandese di nome Tom Dumoulin guardato con notevole timore, nonostante le disavventure e i piccoli passaggi a vuoto delle precedenti giornate.

Alla fine della giornata ci troviamo un ordine d’arrivo che nelle prime posizioni ha racchiuso tutti i migliori, con Thibaut Pinot trionfatore sul traguardo e Nairo Quintana ancora di rosa vestito con un leggero incremento del proprio vantaggio rispetto a ieri. Chi però si sarebbe aspettato duelli all’arma bianca fin dal Monte Grappa, coi corridori messi uno per angolo dal forcing dei vari capitani, non sarà rimasto del tutto soddisfatto dall’epilogo odierno. Chiariamoci: su una delle ascese simbolo dello spirito nazionalistico italico il forcing imposto dalla Katusha è stato notevole ed ha selezionato non poco il drappello di testa, anche se è mancata la capacità (timore di pagare dazio? Forze ridotte al lumicino? Attendismo ancora una volta predominante?) di affondare il colpo, rimandando così ogni discorso alla successiva ascesa di Foza, l’ultimo traguardo all’insù proposto dal Giro100.

Lì si è ancora una volta palesata la verve di Zakarin e Pozzovivo, indubbiamente i più attivi e decisi a provare a far saltare il banco. Si è visto un Quintana che ha provato qualche allungo nel tentativo di scardinare la tenace difesa di Dumoulin nella speranza che accusasse il colpo come nell’ascesa di Piancavallo e si è visto un Pinot quanto mai indomito, che ha cercato a più riprese l’allungo risolutore, prima di concentrare le proprie residue energie esclusivamente sulla volata finale. Manca qualcuno? Ovviamente lui, Vincenzo Nibali, a cui si deve l’unica gioia (destinata a restare tale) donata al nostro movimento in termini di risultanze e a cui restano aggrappate le speranze di poter vedere un corridore italiano salire sul podio di questa centesima edizione caratterizzata come mai in passato da un predominio dell’internazionalità.

Sempre vigile sul Monte Grappa, lo Squalo dello Stretto ha poi provato a smuovere ancora una volta le acque dopo l’attacco combinato di Zakarin e Pozzovivo, spronando anche lo stesso Quintana a trovare quella giusta collaborazione che permettesse ad entrambi di distanziare il più possibile Dumoulin, decisamente più in palla quest’oggi. Un atteggiamento dettato dall’orgoglio del grande campione, deciso a vendere cara la pelle ancora una volta pur consapevole che le possibilità concrete di provare a vincerlo, questo Giro d’Italia, andavano riducendosi sempre più, lasciandolo quindi invischiato in una lotta per la conquista del podio che allo stato attuale si fa più incerta che mai.

Tuttavia, in un arrivo in cui appariva chiaramente battuto allo sprint, Nibali (che negli ultimi chilometri si è mostrato tra i più attivi nell’esortare tutti ad una proficua collaborazione) ha trovato ancora le energie che gli consentissero di agguantare la terza posizione e i relativi 4″ che nella situazione venutasi a creare costituivano comunque un piccolo bottino consolatorio. Alla vigilia del giorno della verità Vincenzo Nibali si presenta quindi con 39″ di ritardo da Nairo Quintana, appena 4″ di vantaggio nei confronti di un Thibaut Pinot galvanizzato dalle ultime giornate e soprattutto appena 14″ su quel Tom Dumoulin che sulla carta dovrebbe fagocitare tutto e tutti domani. Davvero impossibile realizzare propositi di rimonta oppure occorrerà guardarsi decisamente le spalle?

 

Vincenzo Nibali: un podio da salvaguardare in un Giro poco adatto ai fondisti
Indubbiamente Nibali, giunto a questo Giro d’Italia con il dichiarato intento di provare a vincerlo per la terza volta in carriera, ha dato il meglio di sé una volta che il gioco ha iniziato a farsi duro, in ossequio ad una tendenza che, col passare degli anni, lo vede esaltarsi soprattutto in quelle frazioni atte a premiare coloro che meglio di altri sono in possesso di doti da fondisti. Non a caso il siciliano continua ad accusare le maggiori difficoltà soprattutto in quelle tappe caratterizzate da una salita secca e da un chilometraggio non eccessivo, tanto che le giornate più difficili sotto questo punto di vista si sono registrate sul Blockhaus, dove pure il distacco da Quintana era stato limitato entro il minuto nonostante qualche energia di troppo spesa a cercare di contrastare gli scatti del colombiano, decisamente più in palla in quelle giornate, e ad Oropa, dove la brevità della tappa e la salita finale che esaltava soprattutto le doti dei passisti si sposavano alla perfezione con la strapotenza di Dumoulin.

A questo aggiungiamo anche la notevolissima dimostrazione di forza data dall’olandese nella cronometro del Sagrantino in Umbria, in cui pur risultando tra coloro che ne uscirono meglio, Nibali accusò ben 2’07” di distacco e comprendiamo ancor meglio come sulle Alpi fosse necessaria ben più di una singola impresa per ribaltare un Giro d’Italia che stava decisamente prendendo la via di Maastricht e in cui far fronte anche all’imperturbabilità di un Quintana sempre molto enigmatico nelle tattiche di gara.

Giunti a questo punto però non si può non sottolineare come il Nibali attuale, che di certo paga molto sul piano dell’esplosività pura, necessitasse probabilmente di tappe disegnate con un profilo diverso: della tappa di Oropa, il cui disegno è stato obiettivamente orrendo, abbiamo già detto; la Tirano-Canazei, con Aprica e Tonale collocati a inizio tappa e seguiti da lunga discesa e fondovalle, si prestava perfettamente a favorire i fuggitivi mentre la Moena-Ortisei, che ricalcava il canovaccio di alcune frazioni già ammirate alla Vuelta a España, presentava ugualmente un chilometraggio insufficiente per far emergere le doti di fondista del siciliano, che avrebbe potuto rendere al meglio con una frazione prossima ai 200 chilometri. Così pure la frazione di Piancavallo, al netto del tentato colpaccio orchestrato in discesa con la collaborazione dei Movistar, avrebbe necessitato di un’ascesa più lunga e probante della Sella Chianzutan, in cui provare davvero a mandare definitivamente gambe all’aria Dumoulin, apparso in chiara difficoltà nell’ultima salita.

Non supisce quindi che il miglior Nibali lo si sia ammirato proprio nella Rovetta-Bormio, caratterizzata da Mortirolo, Stelvio e Umbrail e da 222 chilometri di lunghezza complessiva, in cui lo Squalo è riuscito a coronare vittoriosamente la propria giornata, dando anche nuova linfa al proprio Giro in contemporanea con i problemi intestinali accusati da Dumolin, fin lì apparso pressoché inscalfibile. In molti hanno visto nel disegno globale del Giro d’Italia numero 100 la volontà di avere al via Chris Froome, che neppure troppo gentilmente ha preferito declinare l’invito per il momento e che in teoria si sarebbe potuto adattare perfettamente al tipo di tracciato proposto, secondo un canovaccio già visto e rivisto nelle ultime edizioni della Grande Boucle. Che poi l’anglo-kenyota riuscisse realmente a prevalere è tutto da dimostrare ma di certo il percorso di questa edizione non si presentava tra i più favorevoli al Nibali attuale, che vede inevitabilmente aggiungersi di volta in volta un anno in più alla propria carta d’identità.

 

La guerra di nervi come arma principale
A questo occorre aggiungere anche il fatto di partire, sulla carta, sfavorito a livello di squadra nei confronti di quasi tutte le altre formazioni giunte a questo Giro con dichiarate ambizioni di vittoria o, quantomeno, di podio. Nella Bahrain-Merida si è visto ad ottimi livelli il solo Franco Pellizotti, le cui 39 primavere hanno però il loro peso in economia futura. Giovanni Visconti si è fatto notare soprattutto in azioni da lontano, pronto a fungere da testa di ponte. Di contro, citando un Siutsou e un Agnoli decisamente sotto tono e un Javier Moreno costretto a fare anzitempo le valigie a causa di un’ingenuità pagata a carissimo prezzo, possiamo capire ulteriormente come per poter resistere nelle zone altissime fosse necessario per Nibali ricorrere a tutta la propria esperienza e sagacia tattica.

Qui giungiamo ad un altro punto focale della contesa: appurato che Tom Dumoulin si stava rivelando avversario più duro e determinato del previsto, il siciliano ha cercato di spostare i binari anche sulla guerra di nervi, i cui prodromi si sono avuti nel corso della tappa di Bormio con il pensiero stizzito (e poi ammorbidito) dell’olandese e le accuse decisamente rimandate al mittente dal fido Pellizotti. Contesa dialettica esplosa chiaramente poi nel discusso finale di Ortisei, in cui la sorta di alleanza (a dispetto di voci che li volevano ben poco concordi e amichevoli nei rapporti) nata tra Nibali e Quintana aveva il chiaro intento d’innervosire Dumoulin e costringere l’olandese a preoccuparsi anche degli altri avversari diretti come Pinot, Zakarin e Pozzovivo, avvicinati moltissimo al podio da un atteggiamento passivo che aveva il chiaro obiettivo di far saltare a livello psicologico l’olandese.

Il dopo tappa carico di vetriolo in cui l’insofferenza di Dumoulin è venuta concretamente a galla ha avuto l’effetto di provocare una reazione quanto mai orgogliosa nel siciliano, deciso a regolare quanto prima i conti su strada e invitando, dall’alto della propria esperienza e di un curriculum maturato nel corso degli anni, il più giovane collega aspirante ad entrare nel novero dei primattori delle grandi corse a tappe a mostrarsi con un atteggiamento ben più prudente e meno baldanzoso. La successiva risposta del giorno successivo, in collaborazione con la Movistar, è stato il chiaro segnale che Vincenzo avrebbe tentato di giocare ogni carta a propria disposizione pur di riuscire a risalire ulteriormente in classifica ma che, al contempo, non sarebbe stata vista con fastidio, in caso sia lui che Quintana non fossero riusciti nell’intento di fare la differenza in salita, un’eventuale affermazione di un Pinot o uno Zakarin a danno del leader della Sunweb, costretto a guardarsi da più avversari e a fare lui stesso i conti con un podio non più scontato come nelle precedenti giornate.

 

Gli ultimi 30 chilometri per scrivere un finale emozionante
Giunti all’epilogo troviamo quindi un Nibali per il quale, sulla carta, sono possibili tutte le opzioni: vittoria finale (molto difficile), conservazione di un posto sul podio (non facile ma decisamente possibile), conclusione al di fuori delle prime tre posizioni (ipotesi non così peregrina e quindi da tenere in considerazione).

Com’è ormai noto le cronometro conclusive di una grande corsa a tappe sono caratterizzate da un deciso rimescolamento dei valori, in cui occorre tenere conto delle energie residue (e i principali protagonisti ammirati in questi giorni ne hanno consumate non poche) e dell’aspetto psicologico, con la capacità di saper gestire al meglio la tensione e non farsi così tradire da un’emozione eccessiva che finirebbe per imballare oltremodo le gambe.

Sia Nibali che Quintana, visto che le insegne del primato sono ancora sulle spalle del colombiano, sanno perfettamente come si vince un Giro d’Italia e come si affronta nella maniera ottimale sotto il profilo psicologico una prova del genere e sono entrambi consapevoli, pertanto, che pur avendo già nel palmarés determinate corse la pressione del dover fare risultato passa soprattutto sulle spalle di chi un grande giro non l’ha ancora vinto, ovvero Pinot (che un podio al Tour de France è riuscito già a raggiungerlo) e soprattutto Tom Dumoulin, alle prese con la prima vera occasione della vita.

Allo stato attuale il profilo psicologico migliore potrebbe essere quello di Pinot, distante solamente 4″ da Nibali e che in una cronometro simile potrebbe dare il meglio di sé, nonostante abbia accusato un distacco di 35″ dal siciliano nella precedente prova contro il tempo, disputata su tutt’altro tracciato e in una fase di Giro completamente diversa. Così come un Dumoulin riuscito a contenere il ritardo entro il minuto alla vigilia di una prova che dovrebbe vederlo, in linea teorica, ammazzare la concorrenza e portare a casa il primo grande giro in carriera, appare decisamente in tendenza da segno più.

Dovesse comunque riuscire a trovare la giusta cadenza di pedalata, un Nibali galvanizzato anche dal grande tifo del pubblico potrebbe tirare fuori una prova superlativa, in linea con quelle ottime doti da cronoman palesate negli anni giovanili e agli albori della carriera e chissà che a quel punto a rischiare il podio non possa ritrovarsi proprio Nairo Quintana, già staccato con un più che discreto gap nella precedente prova contro il tempo. In ogni caso, pur se ognuno si troverà alle prese con motivazioni diverse, dettate da un finale che in base alle risultanze cronometriche si presenta tra i più incerti degli ultimi anni, Nibali appare ancora come la speranza più concreta a cui i tifosi e gli appassionati italiani possono appigliarsi ed il riuscire a conquistare un podio in un grande giro rappresenterebbe comunque una soddisfazione, che avrebbe il suo peso anche per l’immagine del team (non dimentichiamo che il Bahrain si è affacciato solamente in questa stagione come sponsor principale nel ciclismo e l’avere un proprio rappresentante sul podio nel primo grande giro disputato avrebbe comunque la sua importanza).

Se poi gli avversari dovessero mostrarsi più forti e solidi meriteranno assolutamente tutti gli onori e le congratulazioni del caso. Dare però già per spacciato il siciliano a poche ore dalla conclusione di questo centesimo Giro d’Italia potrebbe rivelarsi, ancora una volta, un errore madornale.

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