Uno stanco Alberto Contador taglia il traguardo di Chambéry © Bettiniphoto
Uno stanco Alberto Contador taglia il traguardo di Chambéry © Bettiniphoto

Nairo, Alberto e la fine dei sogni

Contador in netto declino, Quintana può ancora sperare ma deve svegliarsi al più presto

Tour finito alla nona tappa: ci sono quelli per cui questo esito è certificato dall’uscita dalla corsa, vedi gli sfortunati e fratturati Richie Porte o Geraint Thomas. E poi ci sono quelli per cui tale affermazione è resa valida dalla resa in corsa. E non è un caso se usiamo due volte il termine resa.

Perché resa è quella di Alberto Contador, probabilmente. Nel senso peggiore della parola.

Prima o poi dovevamo arrivare a scrivere un simile articolo, e dopo quasi 15 anni di carriera da professionista, e 10 da protagonista assoluto dei grandi giri, il campione di Pinto è arrivato forse al capolinea. Non il capolinea assoluto, visto che c’è anche la possibilità che il madrileno corra pure nel 2018. Ma il capolinea per quel che riguarda la sua partecipazione ad alto livello alle corse che più ama, sì.

C’è una parte di noi che si rifiuta di prendere atto di questa débacle, che pure era stata annunciata da diversi segnali, nel corso del tempo. Il fatto che Contador non centrasse almeno un podio alla Grande Boucle dal 2010, ad esempio. O che la carta d’identità galoppasse inesorabile, con gli anni: 34 primavere, per Alberto, ovvero un’età in cui vincere diventa difficilissimo, tantopiù in presenza di avversari di sicura levatura. Tantopiù se si è iniziato a correre ad alti livelli già da giovani (primo Tour vinto a soli 24 anni per lui).

 

Contador, la via di un declino senza ritorno
Ci sarà tempo per valutare l’effettivo stato di servizio di Contador. Se ci dobbiamo concentrare su quanto visto oggi, non c’è da essere troppo ottimisti per il prosieguo. Quando si è alzato il livello dello scontro, sul Mont du Chat, Alberto si è inesorabilmente staccato. E non su un affondo di uno dei rivali di classifica, ma “semplicemente” sul ritmo che stava tenendo in quel momento (a 3 km dalla vetta) Mikel Nieve, gregario di Chris Froome.

Il capitano della Trek-Segafredo ha perso due minuti in tre chilometri rispetto ai più forti, poi in discesa non è riuscito a riavvicinarsi, e nei 12 km finali, sul piano, ci ha rimesso un altro paio di minuti. Il passivo è assai pesante, e porta Contador a 5’15” in classifica da Froome.

Il che non vuol dire che il Tour di Alberto finisca così, perché da un corridore della sua caratura c’è sempre da aspettarsi un colpo di coda. Il problema è però che Contador potrà anche inventarsi una tappa sensazionale, in cui recuperare cinque minuti a tutti con un attacco dalla distanza. Ma poi ci saranno altre frazioni (ne contiamo almeno 4 di montagna seria) in cui purtroppo sarà destinato a perdere di nuovo terreno. E in queste condizioni anche il podio diventa una visione chimerica per lui.

Se non altro, però, lo spagnolo potrà ancora fungere da ago della bilancia. Non tanto come uomo di classifica (al momento è 12esimo della generale), quanto come meccanismo di innesco di attacchi imprevedibili, che possano tornare utili a qualche collega: l’esempio più vicino nel tempo è quello della Vuelta a España 2016, quando proprio un’azione ispirata e costruita da Contador dalla lunga distanza permise a Nairo Quintana di mettere le mani sulla corsa a scapito di Froome.

 

Nairo da una delusione all’altra
E abbiamo quindi citato anche il secondo personaggio di questo articolo: Nairo. Il passaggio da “più grande campione da GT degli anni ’10” a “più grande enigma da GT degli anni ’10” si è consumato per il colombiano in tempi insospettabilmente rapidi. Fino a due anni fa tutti o quasi gli riconoscevano qualità quasi imbattibili, soprattutto in montagna: aveva nel palmarès già un Giro d’Italia e un podio al Tour de France, ma proprio alla Boucle 2015, quando avrebbe avuto tutte le possibilità di conquistare la corsa, esibì un’inattesa tendenza allo “sparagnismo“. Non attaccò a fondo Froome, si accontentò del secondo posto, e questo atteggiamento condusse più di qualcuno a dubitare della sua personalità.

Nel 2016 le cose non andarono meglio al Tour, dove un Nairo inguardabile conquistò il terzo posto senza mai brillare. Alla Vuelta – come ricordato più su – invece riuscì a vincere, convincendosi che fare due GT in una stagione gli avrebbe permesso di andare più forte nel secondo. Da qui nasce il “progetto doppietta 2017”.

Quest’anno abbiamo visto il colombiano vestire i panni di grande favorito del Giro d’Italia, ma dopo una brillantissima esibizione sul Blockhaus (con tanto di vittoria di tappa e maglia rosa conquistata), Quintana è andato scemando, fino a non riuscire a riguadagnare il terreno necessario a Tom Dumoulin in salita, e a perdere il Giro dall’olandese nella crono finale. Un secondo posto che ha bruciato tanto, ma che avrebbe dovuto fungere – nei progetti di casa Movistar – da prologo a un Tour corso da protagonista.

 

Vedremo mai un Quintana che non balbetta?
Invece – e siamo alla cronaca di questi giorni – stiamo continuando a vedere la versione scialba di Quintana. Una versione che ormai si sta ripetendo tanto spesso da spingerci a sospettare che sia quella reale, definitiva, dello scalatore sudamericano.

Un corridore che abbiamo ammirato come pochi altri, negli ultimi anni, ma il cui elenco di prestazioni deludenti sta superando il livello di guardia. Per quanto tempo ancora varrà questa cambiale di credito firmata in bianco a beneficio di Nairo?

In sua difesa va detto che la Movistar è stata abbastanza sfortunata a perdere subito Valverde, ma se in altri Tour abbiamo scritto che il murciano era un ostacolo prima ancora che un supporto per Quintana, coerenza vorrebbe che oggi non usassimo l’assenza di Alejandro per spiegare le difficoltà del suo più giovane coéquipier.

Nairo aveva comunque anticipato che il suo avvio di Tour sarebbe stato a fari più o meno spenti. Il problema è arrivare a metà corsa (praticamente ci siamo) scoprendo di averne tanta di meno rispetto a non uno, ma diversi avversari. Froome continua a sembrare fuori portata; Aru e Bardet si dimostrano oggi di molto superiori al colombiano. In mezzo ci si mettono anche altri (Urán, Fuglsang, addirittura Martin e Yates), e Nairo rotola, rotola giù fino all’ottava posizione della generale.

Intendiamoci: i distacchi non sono enormi (al contrario di quelli di Contador), e in qualche modo Quintana è ancora in ballo, visto che paga 2’13” a Froome e il podio è ad appena 1’22” da lui. Ma a questo punto, per ribaltare in proprio favore la situazione, serve il Nairo che non abbiamo mai visto: quello che domina senza più tentennamenti, e non solo per una o due giornate di grazia, ma per un’intera terza settimana, se non proprio per un’intera metà gara.

Lo vedremo, a partire da mercoledì sui Pirenei, laddove tra Port de Balès e Peyresourde si consumerà un altro tappone molto importante? Vedremo finalmente il Quintana che abbiamo sempre sognato ma la cui realizzazione, per un motivo o per l’altro, siamo sempre stati obbligati a rinviare?

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