Le maglie del Tour de France 2017: Warren Barguil, Simon Yates, Chris Froome e Michael Matthews © Bettiniphoto
Le maglie del Tour de France 2017: Warren Barguil, Simon Yates, Chris Froome e Michael Matthews © Bettiniphoto

Ricco, ricchissimo, praticamente immutante

Il Tour de France si è concluso oggi a Parigi: la corsa gigante premia ancora una volta la squadra gigante. Froome non entusiasma, transalpini delusi, italiani comunque sorridenti con Aru

È stato bello questo Tour de France 2017? Domanda interessante. Considerando che siamo reduci dalla più brutta edizione della Grande Boucle degli ultimi decenni, quella del 2016, qualsiasi evento concernente un gruppo variopinto di persone pedalanti su biciclette supersoniche ci sarebbe sembrato oro.

Possiamo comunque dire che, nel suo piccolo, il Tour finito oggi ha avuto i suoi momenti di pathos e di divertimento, anche se non parliamo di una gara le cui registrazioni andremo a riguardare avidamente una volta a settimana da qui all’edizione 2018. Meglio la prima parte della seconda, meglio i Pirenei delle Alpi, meglio il Giura del Massiccio Centrale, anche se i tifosi di Fabio Aru penseranno che come i Vosgi non c’è stato nulla.

Il percorso era particolare, e ha funzionato a metà. Ha funzionato per le tappe di avvicinamento alla fase calda (teoricamente calda), ma poi ha mostrato molti limiti nell’ultima settimana, con le frazioni disseminate un po’ a caso, e con le Alpi disegnate abbastanza male. È mancato il tappone supremo, perché l’arrivo sull’Izoard non ne aveva i crismi (seppur novità non disprezzabile), e perché la frazione del Galibier, per quello che è il ciclismo oggi, aveva già nel dna un destino di sterilità.

Certo la corsa la fanno i corridori, come si dice sempre, ma aver lasciato che di fatto il Tour fosse deciso già al giovedì, con tre tappe ancora da coprire, è stato un errore concettuale. Dipeso dal fatto che il più forte contro il tempo – tra gli uomini di classifica – era anche quello che indossava già la maglia gialla… ma era ipotesi non così remota, in effetti. Si può fare come al Giro, lasciare una piccola crono per la domenica finale; ma se si opta per la passerella conclusiva (cosa che onestamente ci sembra – per usare un termine tecnico – una boiata), forse è davvero il caso di scalare montagne fino al sabato, per tenere l’incertezza fino all’ultimo chilometro possibile, dato che in salita chiunque può saltare, prima o poi.

In definitiva un Tour de France che si rivela tutto sommato sempre uguale a se stesso: troppo gigante per presupporre schemi troppo diversi dai soliti, troppo premiante per i più forti, un inno al cicloturbocapitalismo, chi ha di più investe di più guadagna di più vince di più. Non possiamo dire che Prudhomme non abbia provato, in questi anni, a invertire un po’ la rotta, ma evidentemente la macchina Tour è ingestibile diversamente da così, anche ad averne la volontà. Gli interessi in gioco sono troppi per presupporre dinamiche e sviluppi che vadano fuori dal classico seminato. Noi guardiamo e continuiamo a farlo comunque, perché siamo malati di ciclismo. Ma non ci si dica che siamo provinciali se ammettiamo di preferire, nel suo complesso, il buon vecchio Giro d’Italia al troppo ingombrante cugino d’oltralpe (preferenza che peraltro trova sempre maggiori condivisioni a livello di pubblico internazionale).

 

Troppe volate, pochi trabocchetti, tanto nazionalismo
È opinione comune, e corretta, che in questo Tour ci siano state troppe tappe facili, destinate a volata certa. Proprio così, nove giornate da sprinter (indipendentemente dal fatto che in un paio di queste occasioni abbia avuto buon gioco la classica fuga dei comprimari) sono effettivamente un’esagerazione. Tantopiù contando il fatto che a parte un paio di giornate sono mancate anche le tappe in stile classiche, e le due citate occasioni si sono limitate a un finale su strappetto; lungi da Christian Prudhomme l’idea di piazzare una serie di salitelle nel finale, creando terreno da imboscate e da spettacolo certo. Errore da matita blu per il direttore del Tour.

La giuria, poi, ha giocato un ruolo da protagonista almeno in un paio di occasioni: l’esagerata espulsione di Peter Sagan a Vittel (il declassamento sarebbe stato sacrosanto e più che sufficiente), che ha privato la corsa di uno dei suoi re; e la scelta di punire Urán e Bennett a Peyragudes per rifornimento irregolare, salvo poi togliere loro i 20″ di penalità una volta appurato che si sarebbe dovuto punire anche Romain Bardet

Un tantinello di troppo di nazionalismo, emerso anche nell’incredibile scelta – arrivata ieri – di premiare col numero rosso di supercombattivo del Tour Warren Barguil anziché Thomas De Gendt. Il primo è stato bravissimo in salita, ha vinto due tappe e conquistato la maglia a pois, ma l’altro ha inanellato la bellezza di 11 fughe, e il pubblico via Twitter ha premiato indubitabilmente lui… ma l’espressione degli utenti da casa valeva 1 punto su 7, mentre la giuria era composta per cinque sesti da francesi. Quindi il premio è andato a Warren: strano, eh!

La Francia era peraltro convinta di poter rompere un digiuno durato 32 anni, perché in Romain Bardet ci si credeva davvero, al punto che il percorso era disegnato per piacere molto al corridore della AG2R; però il ragazzo è stato insufficiente in rapporto alle attese, ha conquistato sì il podio (ma terzo, l’anno scorso fu secondo), per un solo secondo su Mikel Landa, e non è mai riuscito a mettere seriamente in discussione Froome, a parte forse la discesa del Mont du Chat, con un attacco poi sfumato nella troppa pianura del finale. Ci riproveranno tra 12 mesi? Nel senso che ASO disegnerà un Tour con ancora meno chilometri a cronometro per favorire le doti del campioncino di casa?

 

Froome, il vincitore che non domina più
Il vincitore è ancora una volta Chris Froome. Quarta affermazione per lui, che già l’anno scorso non aveva dominato, ma almeno aveva dato un paio di saggi di netta superiorità; stavolta invece si è limitato a controllare in montagna, non ha mai fatto realmente la differenza, ha approfittato della maggiore attitudine alle crono, costruendo contro il tempo il margine che gli ha permesso di vestirsi ancora di giallo. Spettacolo non ne ha dato per nulla. Qualche scattino l’ha pure piazzato in salita, ma non ha mai fatto il vuoto.

In suo soccorso, certo una grande sapienza tattica (quanto è cresciuto negli anni da questo punto di vista!), e soprattutto una squadra che ha bagnato le polveri di tutti i rivali. Più che Froome in sé, si può dire che gli avversari temessero la presenza ingombrante del Team Sky in testa al gruppo. Non tutti i gregari di Chris hanno girato a perfezione (un nome su tutti: Sergio Henao), ma alcuni hanno fatto veramente mirabilie, a partire da Michal Kwiatkowski (superbo), continuando con i vari Kiryienka, Knees, Rowe, ma anche Nieve a tratti. Thomas è uscito dalla contesa troppo presto, e poi c’era Landa, che merita un discorso a parte.

C’è stato un momento – diciamo nell’intorno di Peyragudes – in cui Froome sembrava poter andare davvero a picco, e un po’ tutti avevamo individuato nel basco un possibile capitano parallelo per la Sky. Lui stesso, nelle varie interviste rilasciate soprattutto ai media spagnoli, diceva di avere la gamba per fare il capitano, ma non i gradi. Ma se li avesse avuti avrebbe avuto la freddezza necessaria per lottare per la gialla? E no, perché da alcuni segnali di eccessiva sua svagatezza lanciati nella lotta (fallita) per il podio, il sospetto ci viene ed è forte.

Ad ogni buon conto, le ferree gerarchie di casa Sky non hanno permesso che si prendesse anche minimamente in esame l’ipotesi di un avvicendamento tra Froome e Landa. Nella tappa di Foix (la più bella del Tour) il team ha corso chiaramente contro Mikel, nel momento di dover scegliere tra lui e Chris. Addirittura le ambizioni dello spagnolo sono state brutalmente silenziate anche nell’ottica di un’eventuale azione da ragionare per Parigi, per togliere quel secondino che lo separava dal podio: “La lotta per la generale è finita oggi”, ha detto Froome ieri. Zitti e mosca!

 

Aru, un Tour decisamente positivo
E poi Fabio Aru. Arrivato al Tour con più dubbi che certezze, certo confortato dall’aver fatto un ottimo Delfinato qualche settimana prima, e dall’aver vestito la maglia tricolore di campione italiano nell’immediata vigilia della Grande Boucle, il sardo aveva però ancora vivo sulla pelle il bruciore della delusione patita nel 2016. E l’inconsapevolezza sui propri limiti alla luce dell’infortunio che in primavera l’ha messo fuori causa in vista del Giro (suo originario obiettivo).

Aru è partito fortissimo, dopo cinque giorni ha vinto a La Planche des Belles Filles con un’esibizione di forza clamorosa, lasciandosi dietro Froome e Porte e tutti gli altri favoriti; poi a Peyragudes si è issato in cima alla classifica, ha conquistato quella maglia gialla che era un obiettivo alla vigilia ritenuto forse fuori portata, ma fin lì Fabio dava l’impressione di poterselo davvero giocare, questo Tour.

Poi il declino, dopo l’ottima difesa di Foix: maglia persa a Rodez, con un buco nel finale nel quale ha lasciato troppi secondi e tante energie; quindi la bronchite a minare la sua salute negli ultimi giorni, ma soprattutto a confermare una fragilità fisica che già in passato si era manifestata per il sardo nell’arco di una grande gara a tappe di tre settimane. Un fronte su cui lavorare per forza in vista degli obiettivi futuri.

Le gambe sulle Alpi non erano più quelle dei Vosgi, ma la testa – la vera dote in più che Aru ha rispetto ai suoi avversari – gli ha permesso di resistere, di non andare alla deriva, di salvare comunque la top five. Il bilancio del suo Tour è ottimo, tappa vinta, due giorni in giallo, maglia a pois transitata pure dalle sue spalle, quinto finale. La necessità di doversela sbrigare a lungo da solo, con un’Astana non certo inappuntabile al suo supporto. E una voglia matta, espressa in questi due giorni: tornare subito al Tour de France per riprovarci seriamente.

 

Tanti protagonisti per la corsa gialla
Da Marcel Kittel vincitore di cinque tappe e poi ritirato – in maglia verde – a causa di una caduta, a chi la maglia ce l’ha verde di natura (quella della Cannondale) e l’ha portata a un insperatissimo secondo posto finale, ovvero Rigoberto Urán, il classico outsider che alla vigilia non viene considerato in nessun pronostico, e poi arriva a tanto così dall’impresa della vita (certo, mai un attacco, Rigo… il principe del correre conservativo, in queste tre settimane). Invece Dan Martin, altro esponente della pregiata categoria delle “seconde schiere” (detto con tutto il rispetto) è stato tra i più coraggiosi, ha proposto diversi attacchi, ma non gli sono valsi più del sesto posto finale.

Michael Matthews superbo nell’inseguire a morsi la maglia verde, e nel meritarla anche al di là del forfait di Kittel; Warren Barguil che si è imposto come il più divertente corridore in gara, e ancora Alberto Contador che ci ha provato, nonostante un rendimento lontano dai suoi vertici (ma tornerà più, quel rendimento?), e Nairo Quintana che forse era in gara ma non l’abbiamo quasi visto. Una lotta per la maglia bianca che non avrebbe potuto essere più moscia, presto fuori dai giochi i possibili outsider (Roger Latour, Emanuel Buchmann), e Louis Meintjes che non ha mai davvero impensierito Simon Yates, ritrovatosi vincitore senza dover fare chissacché; in ogni caso è la prima volta nella storia che due fratelli conquistano la classifica dei giovani al Tour, l’anno scorso Adam, quest’anno Simon: li hanno fatti davvero con lo stampino!

I francesi della vecchia guardia all’ultimo giro di valzer, Thomas Voeckler che oggi a Parigi si è concesso un ultimo giro del circuito dei Campi Elisi di mera passerella, volutamente staccatosi dal gruppo per raccogliere gli applausi grati e ammirati di quello che per quasi 15 anni è stato il suo pubblico. Il ciclismo transalpino è un’altra cosa rispetto a 10 anni fa, oggi dispone di giovani potenzialmente vincenti, vedremo a chi toccherà il ruolo di eroe-erede di Bernard Hinault in giallo: Bardet? Pinot, che in queste tre settimane ha fatto la comparsa prima di ritirarsi? Il Gaudu che verrà? Latour, che però ha vissuto 20 giorni da comprimario?

 

Un po’ di Italia al di là di Aru
E infine l’Italia. Di Fabio Aru abbiamo scritto. Damiano Caruso si è ritrovato capitano BMC dopo la precoce uscita di scena di Richie Porte, certo precoce ma non abbastanza da consentire al siciliano di salvare un po’ di gamba nella prima settimana (nella quale si è speso da gregario), quel risparmio che magari avrebbe potuto permettergli di entrare poi in top ten; ne resta invece ai margini, comunque il suo Tour non è stato malvagio.

Idem Diego Ulissi, che non aveva troppe tappe adatte alle sue caratteristiche, ma che è cresciuto strada facendo e ha pure conquistato un secondo posto di tappa, a Le Puy-en-Velay. Sonny Colbrelli ha raccolto qualche piazzamento, ha sprintato su diversi traguardi volanti, ma soprattutto ha fatto esperienza, in maniera anche brutale se vogliamo, visto che ha espresso più volte la fatica di trovarsi in una corsa guerreggiata a mille all’ora. Esperienza buona per il futuro. E anche Davide Cimolai – una volta uscito di scena il suo capitano Arnaud Démare – ha avuto modo di piazzarsi in volata, qua e là.

Altri italiani sono stati preziosi uomini squadra, e citiamo su tutti Fabio Sabatini, ultimo uomo di Marcel Kittel e parte attiva nei cinque successi del tedesco della Quick-Step.

Una spedizione, quella italiana in Francia, che ha trovato i sorrisi delle belle prestazioni di Aru, ma che ha pochi altri risultati da mettere a referto. Andrà meglio in una prossima edizione, comunque non siamo ancora la ruota di scorta del sistema, abbiamo ancora qualcosa da dire, a tutti i livelli. E abbiamo i margini per tornare a migliorare.

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