Elia Viviani si gode il meritatissimo oro olimpico a Rio 2016 © Bettiniphoto
Elia Viviani si gode il meritatissimo oro olimpico a Rio 2016 © Bettiniphoto

Come il ciclismo riesce ad archiviare la periodizzazione esasperata

Possiamo affermare con grande franchezza che per un lungo periodo uno dei mali del ciclismo sia stata l’esasperata specializzazione dei corridori, elemento che ha gravemente impoverito di contenuti uno sport in cui per decenni invece l’eclettismo era stata una delle doti più apprezzate nei campioni amati dal pubblico.

Siamo passati in un tempo relativamente breve da corridori che gareggiavano sia in pista che su strada, o che praticavano in inverno anche il ciclocross, a un’era in cui il ciclismo era vissuto per compartimenti stagni. Addirittura si è arrivati, a un certo punto, a un’esasperazione tale per cui non solo era quasi del tutto decaduta l’interdisciplinarità (e quindi lo stradista faceva solo strada, il crossista solo cross, il pistard solo pista), ma nell’ambito della stessa disciplina gli appuntamenti erano accuratamente selezionati in base a una periodizzazione spinta della preparazione fisica. Per cui – diciamo nel periodo tra fine anni ’90 e inizio anni ’10 – abbiamo assistito a stagioni che si limitavano a ruotare intorno al Tour de France: guai a pensare, ad esempio, che un Lance Armstrong potesse tentare di vincere nella stessa stagione sia il Giro d’Italia che la gara transalpina.

Una vecchia immagine di Greg Lemond e Lance Armstrong
Una vecchia immagine di Greg Lemond e Lance Armstrong

E naturalmente l’esempio dell’americano era seguito pedissequamente dai suoi rivali, anche se sarebbe un errore pensare che quest’approccio fosse stato introdotto da Lance: già prima di lui il suo connazionale Greg Lemond era andato in quella direzione (faceva il Giro solo in preparazione del Tour), poi Miguel Indurain spinse ulteriormente su questo fronte, e infine negli anni ’00 del nuovo secolo la periodizzazione esasperata fu una vera e propria maledizione per uno sport che vide di colpo impoverirsi il suo calendario di grandi duelli nel corso della stagione: i superbig si affrontavano al Tour e poi sparivano dalla scena (dalla quale erano stati assenti anche prima della Grande Boucle, ovviamente).

In questi ultimi anni fortunatamente la tendenza si sta invertendo. In questo 2018 abbiamo visto addirittura due terzi del podio del Giro e del Tour coincidere, con Chris Froome (primo in Italia e terzo in Francia) e Tom Dumoulin (secondo in entrambe le corse) a dar vita a una sfida lunga e appassionante.

Non solo questo: sull’esempio di alcuni veri e propri fenomeni del settore, si moltiplicano i corridori che, sulla scorta di un Elia Viviani, si cimentano sia in pista che su strada; oppure altri che, dopo aver dominato il cross, si accingono a fare altrettanto su strada, e nel frattempo, pur continuando ad avere l’offroad come principale ambito d’azione, non disdegnano di lasciare il segno anche nelle gare estive, tra i professionisti dello stradismo. In questo caso i nomi che sono sulla bocca di tutti sono due, quello di Mathieu Van der Poel e quello di Wout Van Aert, col secondo che in maniera già più spinta ha affrontato la stagione delle grandi classiche su strada, mentre l’altro è noto per essere già stato Campione del Mondo su strada tra gli Juniores, oltre a dominare la scena del cross (e a breve glielo vedremo fare anche nella MTB) da un lustro buono.

Van Der Poel imbattibile al Arctic Race © ASO
Van Der Poel imbattibile al Arctic Race © ASO

Inutile dire che questa rinata polivalenza deve tanto a nuove metodologie di allenamento, e ovviamente anche al miglioramento dei materiali e dei prodotti a supporto della preparazione, come ad esempio tutto quel che concerne l’integrazione, con marchi storici come Scitec Nutrition accanto ai quali se ne affermano di nuovi, tutti orientati a fornire agli atleti il meglio in materia di ricerca applicata all’alimentazione e alla sua integrazione. Impensabile che un ciclista del terzo millennio possa affrontare le sfide richieste da una stagione improntata alla multidisciplinarità ingozzandosi di… uova fresche, come faceva (prima delle gare e anche durante!) Alfredo Binda, campionissimo degli anni ’30 capace di dominare la scena nonostante una conoscenza della materia alimentazione evidentemente lacunosa quando non proprio deleteria.

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