Editoriale

Sarà per un'altra Vuelta

Partendo dall’analisi del percorso della corsa spagnola presentato ieri, è giunto il momento di tirare le somme sui percorsi del 2023, tra spunti interessanti, occasioni mancate e i soliti difetti

11.01.2023 16:50

È stato presentato ieri il percorso della prossima edizione de La Vuelta, con partenza da Barcellona e classica passerella finale a Madrid. Il percorso è indubbiamente migliore rispetto a quello del 2022, con tappe rilevanti per la classifica in ciascuna delle tre settimane e qualche occasione in cui (forse) si può anche attaccare da lontano. Tuttavia al netto di qualche tappa carina si ripresentano i soliti vecchi fantasmi che da anni aleggiano intorno alla Vuelta e, più in generale, intorno al ciclismo tutto.

Ovviamente la prima critica da muovere è basilare e condivisibile più o meno da chiunque: la sproporzione tra salita e cronometro è devastante, visto che per 9 arrivi in salita ci sono soltanto 25 km contro il tempo (più una quindicina della cronometro a squadre di apertura). Peraltro questo è probabilmente un record per la Vuelta, che comunque ha sempre proposto almeno una cronometro individuale di lunghezza rilevante. 

In secondo luogo rimane il problema storico dei troppi arrivi in salita, spesso unipuerto. In questo senso si nota comunque la conferma di un passo in avanti fatto negli ultimi anni, in cui sono aumentate le tappe per velocisti puri (in passato a volte erano insesistenti) e sono state ridotte le rampe da garage: uniche vere rampe in stile Vuelta sono lo storico Xorret de Catì, che non è nemmeno formalmente un arrivo in salita, e il traguardo di Bejes, che dovrebbe avere pendenze cattive ma non estreme. Tuttavia la mancanza di varietà è ancora evidentissima. Questo pure a fronte di alcune tappe concepite correttamente.

Senza dubbio nettamente superiore agli standard che ci offre la Vuelta è la due giorni pirenaica, con tappe ricche di salite in successione dove teoricamente ci si potrebbe inventare qualcosa - forse nulla visto che i distacchi creati dalla cronometro saranno pressoché inesistenti. È indubbiamente accattivante anche la 18a tappa con doppio passaggio dalla Cruz de Linares, ottima occasione offerta per attaccare da lontano nel pieno dell'ultima settimana (quella che mancava nell'ultima edizione). Interessante anche la scelta di proporre una tappa mossa come penultima, con pochissima pianura ed adatta a costruire qualche trabocchetto: se l'idea è ottima, l'esecuzione è un po' meno riuscita, per la totale assenza di tratti con pendenze sufficientemente rilevanti, ma si sa che alla 20a tappa a volte basta un cavalcavia. Scelta intelligente anche quella di riservare l'Angliru ad una tappa breve che non ambisce a movimenti da lontano, nonché di metterla prima della già citata tappa della Cruz de Linares, tanto si sa che l'Angliru catalizza l'attenzione e blocca tatticamente la corsa.

Una volta guardate singolarmente le tappe, si scopre (esattamente come succede osservando il percorso del Tour), che soltanto la 20a supera i 200 km, arrivando a malapena a 208.4 km. Se già sembrava poco la lunghezza media delle tappe in linea del Tour (169.1 km), lascia ancor più increduli quella delle tappe in linea della Vuelta (163.9 km). Come per il Tour si pone un problema strutturale che evidenzia scelte consapevoli dell'organizzatore: anche quando le sedi di tappa consentono un percorso gradevole, si fa di tutto per perdere l'occasione. Così da un elenco di tappe dove si capisce che non ci sarà abuso di rampe da garage e in cui i traguardi sono in zone molto favorevoli alla costruzione di percorsi frizzanti, si finisce per trarre sempre un risultato al ribasso.

Non si poteva mettere una salita in più nella tappa di Larra-Belagua e creare un vero tappone pirenaico? Non si poteva allungare la cronometro di 20 km? Come per il Tour (che avevamo già definito “allergico alle crono e drogato di salite”) alla fine sarebbe sufficiente allungare qualche tappa e la cronometro per equilibrare la corsa e far sì che i singoli palcoscenici di confronto offrano l'occasione per mettere l'avversario in difficoltà. E esattamente come per il Tour emerge la necessità di ridurre il numero di tappe decisive, alzando la difficoltà di alcune e riducendo quella delle altre. 

Non abbiamo paura di apparire eccessivamente nazionalisti nel dire che quest'anno il Giro d'Italia torna ad essere nettamente il percorso disegnato con più gusto ed equilibrio, nonché con maggiore rispetto di quello che è il ciclismo: uno sport di resistenza. Come abbiamo abbondantemente analizzato nell'apposito articolo (Il ritorno al futuro del Giro d'Italia) i tapponi - quelli veri, non quello del Tourmalet da 135 km, che è stato ignobilmente definito tale nel corso della cerimonia di presentazione - proposti dalla Corsa Rosa stimolano un tipo di prestazione ben preciso che non può essere dimenticato. E non è l'opinione di uno spettatore sadico, bensì un fatto scientificamente dimostrabile: una salita come il Gran San Bernardo i professionisti impiegheranno a percorrerla poco meno di 1h30' e sarà soltanto la prima di tre salite, con le altre due anch'esse decisamente lunghe. Significa richiedere agli atleti il massimo sforzo possibile su tempi molto più lunghi che impongono di dosare le forze in altro modo.

Ci sono corridori di un certo tipo che vanno fuori-soglia esprimendo wattaggi relativamente bassi, ma magari sono in grado di rimanere fuori-soglia tenendo il medesimo wattaggio per tempi lunghissimi. Questo significa che su una salita secca questi corridori non sono in grado di seguire le accelerazioni brusche di un ciclista più esplosivo, in grado di sviluppare valori di potenza massima più elevati; al contrario dopo tante ore di sforzo intenso sono più freschi e possono scattare ripetutamente fino al momento in cui al corridore esplosivo si spenge la lampadina. Più alto è il numero delle salite di un certo tipo inserite in una tappa e più queste sono ravvicinate, più un certo tipo di corridori si vede esaltare per freschezza e lucidità. E questo lo abbiamo visto più di una volta osservando Vincenzo Nibali negli anni della maturità: così per esempio al Giro del 2017 lo abbiamo visto prendere bastonate sugli unipuerto delle prime due settimane, mentre in cima allo Stelvio (il secondo!) scattava in faccia agli altri con naturalezza.

Inutile dire che questo giochino funziona quando la salita più dura non è quella finale: in questo senso la tappa di Larra-Belagua è ben pensata, anche se non lunghissima, con due salite molto dure in successione (Hourcère e Larrau) ad una distanza corretta dal traguardo per fare confusione. E si spiega facilmente: se l'ostacolo ostico - scusate il gioco di parole - per il corridore esplosivo è l'ultimo, chiaramente costui può correre ai ripari. Se invece è seguito da altra salita non può né lasciarlo andare via, né inseguirlo a tutti i costi, altrimenti salta per aria. Ed è esattamente in queste circostanze che sono nate le più belle tappe di montagna, che a volte hanno visto trionfare l'attaccante (Pantani nel 1998 sul Galibier, Froome nel 2018 sul Finestre), altre volte il difensore (Savoldelli nel 2005 sul Finestre, oppure Indurain verso il Sestriere nel 1992). In ogni caso si sapeva che il vincitore finale della corsa aveva superato anche quel tipo di ostacolo e si era dimostrato abbastanza completo da meritarsi il successo. Possiamo dire con certezza lo stesso di tutti i vincitori del Tour degli ultimi anni?

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Francesco Dani
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