L'arrivo a Gallarate
L'arrivo a Gallarate

Duecentocinquanta chilometri e quasi 3.300 metri di dislivello per unire Degioz, piccolo centro della Valsavarenche, a Gallarate. Ieri quattordici ciclisti hanno attraversato Valle d’Aosta, Piemonte e Lombardia per sostenere le attività della Panchina dell’amicizia di Gio, l’associazione fondata da Lara e Francesco Calderoni dopo la morte del figlio Giorgio e impegnata nel contrasto al disagio giovanile.

Una traversata tutt’altro che banale, cominciata poco prima delle sei del mattino, quando a Degioz era ancora buio e il freddo dell’alta quota accompagnava i primi chilometri. Dopo la lunga discesa dalla Valsavarenche e l’ingresso in Piemonte, il gruppo ha raggiunto Settimo Vittone, dove sono iniziate le dure rampe verso Andrate. Da lì ha percorso il Tracciolino fino al Santuario di Oropa, per poi attraversare la galleria della Rosazza, la conseguente discesa e affrontare la salita verso il Bocchetto Sessera, ultima grande difficoltà altimetrica della giornata. Superate le montagne, restavano la discesa verso la Valsesia e il lungo tratto vallonato di avvicinamento a Gallarate.

L’idea della pedalata è stata di Manuel Volpi, conosciuto sui social come SportNoProfi, ed è diventata realtà grazie alla collaborazione dell’ASD Insubria Sport -che ha messo a disposizione i mezzi necessari per accompagnare i partecipanti fino al luogo di partenza  e della stessa associazione di Lara e Francesco. Dopo oltre dodici ore trascorse insieme sulla strada, i quattordici ciclisti sono entrati nel cortile di corso Leonardo da Vinci 48 pochi minuti dopo le 18.30. Una passione sportiva trasformata in un gesto concreto a sostegno dei ragazzi che affrontano il bullismo, la depressione e le diverse forme di ritiro sociale.

La panchina dell'amicizia di Giò
La panchina dell'amicizia di Giò

Le panchine dell’amicizia di Giò

La scelta di partire da Degioz e arrivare proprio in quel cortile di Gallarate non è stata casuale. Il percorso ha collegato la prima e l’ultima delle otto Panchine dell’amicizia di Gio realizzate finora dall’associazione. Degioz è il luogo nel quale l’idea ha preso forma; Gallarate, presso la sede dell’associazione Parole Insieme, ospita invece la panchina più recente, inaugurata lo scorso giugno. I 250 chilometri hanno così tracciato un ponte tra i due estremi di una storia familiare e collettiva.

A raccontarla ai ciclisti è stata Lara nel pomeriggio di sabato, proprio davanti alla panchina dalla quale, poche ore più tardi, sarebbe iniziata la pedalata. Degioz era il paese nel quale la famiglia Calderoni trascorreva le vacanze e, dopo la morte di Giorgio, è diventato un luogo fondamentale per attraversare il trauma. In una comunità così piccola, Lara e Francesco hanno trovato una forma di solidarietà discreta e concreta, fatta di sguardi, presenze e gesti quotidiani, capace di rispettare il dolore senza lasciare sola la famiglia.

L’intuizione iniziale arrivò da Davide, un bambino che, partendo dalla lettura del libro “La panchina dell’amicizia”, propose di dedicare una panchina a Gio. In montagna si sarebbe potuto scegliere di ricordarlo con una targa, ma Lara e Francesco hanno preferito dare vita a qualcosa di diverso. Non un segno immobile, davanti al quale fermarsi per pochi istanti, ma un luogo vivo, da accompagnare con incontri e iniziative.

La panchina ricorda Giorgio offrendo alle persone la possibilità di conoscersi, condividere esperienze e fare qualcosa insieme. Non è soltanto un simbolo della memoria, ma un invito all’azione. Lo raccontano le parole incise sul legno: «Se vuoi giocare con noi, siediti e un amico arriverà. Grazie Giorgio per la tua amicizia, non ti dimenticheremo mai». Accanto a queste, compare anche una frase che Giorgio aveva scritto su una maglietta pochi mesi prima della sua scomparsa: «Troppi di noi non vivono i propri sogni perché stanno vivendo le proprie paure». Parole che, rilette oggi, contengono un’esortazione rivolta a chi resta per non lasciare che la paura e la solitudine prendano tutto lo spazio, imparando a riconoscerle e trovare il coraggio di chiedere aiuto. È anche per questo che la panchina non vuole essere soltanto un luogo della memoria. È uno spazio nel quale sedersi accanto a qualcuno, creare una relazione e, magari, trovare insieme la forza per rimettersi in movimento.

I partecipanti attorno alla prima panchina
I partecipanti attorno alla prima panchina

Quando la fatica diventa condivisione

Quello spirito aveva iniziato a prendere forma già nella serata di sabato. Dopo aver ascoltato il racconto di Lara, i quattordici ciclisti, i coniugi Calderoni e gli amici arrivati a Degioz per sostenere l’iniziativa, anche dal punto di vista logistico, hanno preparato insieme la cena. Un gesto semplice, capace però di racchiudere il senso dell’intero fine settimana, dove la collaborazione, il ricordo e il ritrovarsi insieme rappresentano l’elemento principale.  

Non tutti i partecipanti si conoscevano prima di quel fine settimana. A unirli era innanzitutto la bicicletta, e in particolare una comune attrazione per quelle distanze nelle quali il gesto sportivo finisce inevitabilmente per intrecciarsi con la dimensione umana. Tra loro c’erano alcuni dei più forti specialisti lombardi e italiani delle prove di endurance. Ultraciclisti capaci di vincere competizioni importanti, come la Nord Cape - Tarifa, organizzatori di randonnée annoverate tra le più dure d’Italia e triatleti extreme, gare disputate sulle distanze dell’Ironman, ma rese ancora più selettive dalle acque gelide, dai dislivelli imponenti, dalle condizioni meteorologiche severe e dagli arrivi in quota. Del resto, trascorrere tante ore in sella insegna che anche le imprese più individuali acquistano senso quando vengono condivise.

L'arrivo dei partecipanti all'ultima panchina
L'arrivo dei partecipanti all'ultima panchina

La bici come mezzo di solidarietà

Le iniziative promosse dall’associazione servono a finanziare attività concrete contro il disagio giovanile. Presso la sede di Parole Insieme partiranno gruppi di auto-mutuo aiuto rivolti alle persone che hanno perso un figlio e ai ragazzi che stanno attraversando un momento di difficoltà. Sono inoltre previsti percorsi individuali dedicati agli hikikomori, giovani che hanno progressivamente scelto di ritirarsi dalla vita sociale.

Le panchine rappresentano i luoghi fisici intorno ai quali far nascere e convogliare queste attività. In passato gruppi di ragazzi e associazioni di diversa natura avevano già raccolto l’invito, promuovendo incontri e momenti di condivisione, ma mai era stata organizzata una pedalata di questo tipo.

Il giorno dopo l’arrivo Lara ha scritto ai partecipanti: «Oggi mi sento come se fossi uscita da una lavatrice. Continuo a pensare a quanto siate straordinariamente ricchi di energia positiva e di bellezza, a quanto una passione e uno sport possano fare bene all’anima delle persone e quanto tutto questo possa diventare contagioso. Una passione unisce e porta a condividere con spensieratezza, naturalezza e allegria. Lo racconterò nelle scuole in cui andrò, perché sarebbe bello far respirare un’energia così unica e autentica anche ai ragazzi di oggi».

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