La Gazzetta dello Sport racconta il primo Giro di Lombardia © Antologia del Ciclismo
La Gazzetta dello Sport racconta il primo Giro di Lombardia © Antologia del Ciclismo

Dalla prima sfida del 1905 alle imprese dei campioni di oggi, il Giro di Lombardia è diventato una delle corse più affascinanti e iconiche del ciclismo. Conosciuta anche come la “Classica delle foglie morte”, deve il suo soprannome al periodo dell’anno in cui si corre: l’autunno, quando le strade lombarde si tingono dei colori della stagione e le foglie iniziano a cadere.

L’impresa del “Diavolo Rosso” Giovanni Gerbi

Secondo le cronache dell’epoca, quella del 12 novembre 1905 era una fredda e piovosa mattinata milanese.

Nessuno, quel giorno, poteva immaginarlo, ma quella data avrebbe segnato l’inizio di una storia destinata a durare oltre un secolo. Una storia fatta di uomini, di fatica, di imprese e di strade che, anno dopo anno, avrebbero trasformato una semplice corsa in una delle grandi leggende del ciclismo.

È in quella mattina di novembre che comincia il nostro viaggio nel Giro di Lombardia. O, meglio, nella Milano-Milano, come veniva chiamata allora: una corsa ancora giovane, lontanissima dall’essere la leggenda che conosciamo oggi.

Il nome con cui sarebbe entrata nella storia arrivò infatti soltanto due anni più tardi, nell’edizione del 1907, quando la corsa prese ufficialmente il nome di Giro di Lombardia. A vincerla fu il francese Gustave Garrigou, ma ormai qualcosa era cambiato per sempre: sulle strade lombarde era nata una nuova grande classica, destinata a diventare, con il passare degli anni, la Classica delle Foglie Morte.

Ritornando a quel 12 novembre 1905, siamo a Milano ed è una tipica mattina autunnale, non così diversa da tante altre. Sono le prime ore del mattino e in Via San Vittore sta per prendere il via una corsa nuova: è il primo anno che si svolge e nessuno sa bene cosa aspettarsi.

Ci sono 55 coraggiosi corridori che si presentano alla partenza, tutti italiani. Tra questi figurano due corridori in particolare: il lombardo Pierino Albini e il piemontese Giovanni Cuniolo.

I nomi di questi due corridori potranno sembrare sconosciuti ai più, ma furono proprio loro, indirettamente, a dare a Tullo Morgagni l’idea per quella che sarebbe diventata una delle grandi classiche del ciclismo.

Giovanni Gerbi al Giro di Lombardia 1905 © Wikipedia
Giovanni Gerbi al Giro di Lombardia 1905 © Wikipedia

Quest’ultimo, all’epoca 24enne e già redattore capo della Gazzetta dello Sport, rimasto deluso dalla sconfitta subita da Pierino Albini per mano di Giovanni Cuniolo nella Coppa del Re del 1905, organizzò una rivincita tra i due: la Milano-Milano.

E a Tullo Morgagni, noi appassionati di ciclismo, dobbiamo davvero tanto. Oltre al Giro di Lombardia, infatti, il giornalista emiliano ideò due anni dopo, nel 1907, la Milano-Sanremo e, due anni ancora più tardi, nel 1909, niente meno che il Giro d’Italia.

Tornando alla gara e ai nostri due protagonisti, c’è un finale che ha del buffo: non solo né Cuniolo né Albini vinsero quell’edizione del 1905, ma nessuno dei due riuscì nemmeno ad arrivare a Milano. Dei 55 partenti di quell’edizione, infatti, furono soltanto 12 quelli che raggiunsero il traguardo e, tra questi, non figuravano i loro nomi.

A imporsi sul traguardo di Corso Sempione, a Milano, dopo 9 ore e 13 minuti di gara e un assolo di oltre 200 chilometri (il più lungo nella storia de Il Lombardia), fu il “Diavolo Rosso” Giovanni Gerbi. All’epoca aveva appena vent’anni e concluse la gara con 40 minuti di vantaggio su Giovanni Rossignoli e Luigi Ganna, che quattro anni dopo avrebbe vinto la prima edizione del Giro d’Italia.

Il corridore astigiano era un passista formidabile e anche un atleta molto minuzioso, che studiava nel dettaglio il percorso, alla ricerca di punti strategici dove poter attaccare e, possibilmente, staccare di ruota tutti gli avversari. E in quell’edizione non fu da meno.

Nel dettaglio, individuò nel bivio della strada verso Crema il punto in cui sferrare il suo attacco. In quel punto erano infatti presenti due linee tranviarie e Gerbi notò che chiunque si fosse trovato tra le rotaie, una volta giunto al bivio, sarebbe stato costretto a scendere dalla bicicletta per cambiare traiettoria e seguire il percorso corretto. Ma non finiva certo qui la sua ingegnosità.

Per non incappare anche lui nella trappola, prima della gara predispose un mucchietto di sabbia a ridosso della rotaia, in modo da poterlo sfruttare per superare l’ostacolo.

Quando il gruppo si stava avvicinando al bivio, Gerbi si portò in testa e trascinò tutti quanti nella sede tranviaria, sfruttando quello spiraglio che aveva preparato per sgattaiolare fuori dalle rotaie. Gli altri, ovviamente, rimasero spiazzati da quella mossa così fulminea e, rimasti incastrati nelle rotaie, persero di vista Gerbi, che si avviò così in solitaria.

Da lì in poi incrementò progressivamente il suo vantaggio fino all’arrivo e mise a segno un’impresa degna del soprannome che lo avrebbe accompagnato per tutta la carriera: il “Diavolo Rosso”.

L’evoluzione del percorso del Giro di Lombardia

Fatta eccezione per il chilometraggio, che, considerando il tipo di strade e di biciclette dell’epoca, era incredibilmente simile a quello moderno (circa 230 km), il percorso e il dislivello dell’edizione del 1905 erano notevolmente diversi da quelli odierni.

La partenza era fissata a Milano e il tracciato attraversava, nell’ordine, Rogoredo, Lodi, Crema, Bergamo, Lecco, Como, Varese e Legnano, prima di concludersi nuovamente a Milano.

Anche il dislivello era quindi molto diverso da quello attuale: 1.296 metri nella prima edizione del 1905, contro i 4.639 metri dell’edizione del 2025.

Per quanto riguarda le località di partenza e di arrivo, Milano rimase la località di partenza e di arrivo dal 1905 al 1960. Dall’anno successivo (fino al 1976) la corsa, con partenza sempre da Milano, arrivò per la prima volta nella sua storia a Como.

A partire dal 1977, la corsa cambiò più volte tracciato, con diverse combinazioni di partenza e arrivo. Dal 2014 si è invece consolidato l'asse Como-Bergamo: le due città si sono alternate negli anni come sedi di partenza e di arrivo, con un'alternanza che ha visto la corsa partire da Como e arrivare a Bergamo in un'edizione, per poi invertire il percorso nell'edizione successiva.

Fino ad allora, il percorso non aveva ancora incontrato quelle salite che oggi appartengono indissolubilmente alla leggenda del Lombardia. Strade diventate icone del ciclismo, capaci, ancora oggi, di evocare immediatamente il profumo d’autunno, la fatica e la storia di questa corsa.

Prima di tutte è senza ombra di dubbio la salita simbolo di questa gara, una di quelle che non possono più mancare nel percorso della classica autunnale, stiamo parlando ovviamente della salita del Ghisallo.

Il Ghisallo entrò per la prima volta nel percorso del Lombardia nel 1919, in quest’edizione Costante Girardengo fu il primo corridore a transitare sulla salita, affrontata già allora dal versante di Bellagio. Scattò proprio sulle rampe di quest’ascesa e fece il vuoto dietro di lui. Si racconta che, al passaggio di Girardengo davanti al Santuario della Madonna del Ghisallo, in cima alla salita, le campane suonarono in suo onore, quasi a salutare il primo grande campione a transitare su quella salita destinata a diventare leggendaria.

Da lì iniziò un lungo assolo di ben 170 chilometri che lo portarono a trionfare in solitaria con ben 8 minuti di vantaggio sul secondo. Quell’edizione si rivelò come una delle più dure nella storia del Lombardia, solo 8 corridori riuscirono infatti a terminare la gara.

Dal 1923 venne invece adottato il tracciato più lungo e impegnativo del Ghisallo, sempre dal versante di Bellagio: 8,6 chilometri con una pendenza media del 6,2%. Sarebbe stata proprio questa la variante destinata a diventare la salita simbolo della Classica delle foglie morte.

Il primo passaggio del Giro di Lombardia sul Muro di Sormano © Sport&Impianti
Il primo passaggio del Giro di Lombardia sul Muro di Sormano © Sport&Impianti

Nel 1960, oltre al cambiamento dell’arrivo da Milano a Como, venne introdotta per la prima volta un’altra delle sue salite simbolo, il Muro di Sormano: lungo 1,7 chilometri, con una pendenza media del 16% e punte fino al 27%.

La prima edizione in cui venne affrontato il Muro di Sormano si disputò il 16 ottobre 1960. Come previsto, l’ascesa si rivelò talmente dura che moltissimi corridori furono costretti a scendere dalla bicicletta e a proseguire a piedi. Uno dei pochi a riuscire a rimanere in sella, spingendo un durissimo rapporto 42x27, fu Imerio Massignan, che raggiunse la cima del Muro con 30 secondi di vantaggio sui più immediati inseguitori.

Purtroppo per lui, la sua cavalcata solitaria non era destinata ad avere un lieto fine. La sede d’arrivo di quell’edizione era ancora Milano, distante ben 75 chilometri dalla cima del Muro. Massignan venne così raggiunto da un gruppo di sette corridori e, ormai sfinito, in volata dovette accontentarsi dell’ottavo posto.

A trionfare fu il belga Émile Daems. Ma la sfortuna di Imerio Massignan, ahimè, non era ancora finita.

Passò appena un anno. Era il 21 ottobre 1961 e il Lombardia si presentava con due importanti novità: l’arrivo venne spostato da Milano a Como e, prima del Muro di Sormano, al posto del classico Ghisallo, venne introdotto il SuperGhisallo, un’ascesa ancora più dura che anticipava il Muro: 9,7 chilometri con una pendenza media del 7,1%.

Dopo aver affrontato questa nuova salita, il gruppo giunse ai piedi del durissimo Muro di Sormano, dove iniziò nuovamente a sfaldarsi. Come nell’edizione precedente, si assistette a scene di autentico caos: corridori costretti a scendere dalla bicicletta, altri costretti a farsi spingere dagli spettatori (tra questi era presente persino il grande Alberto Sordi).

Questa volta furono soltanto due i corridori capaci di rimanere davanti a tutti: l’abruzzese Vito Taccone e il già citato Imerio Massignan, veneto.

Massignan riuscì ancora una volta a raggiungere in solitaria la cima del Muro, ma anche questa volta il suo vantaggio non fu sufficiente: appena una quindicina di secondi su Taccone. Durante la discesa, quest’ultimo iniziò ad accusare le fatiche delle due durissime scalate e fu anche colpito dai crampi. Il giovane abruzzese, tuttavia, non mollò e riuscì a recuperare Massignan a soli dieci chilometri dall’arrivo.

Allo stadio Giuseppe Sinigaglia andò così in scena uno spettacolare sprint a deux. A trionfare fu la tenacia di Vito Taccone, mentre Imerio Massignan dovette ancora una volta abbassare la testa, sconsolato, dopo aver accarezzato nuovamente il sogno della vittoria.

Il Muro di Sormano venne poi eliminato dal percorso nel 1963, anche a causa delle numerose lamentele legate alla difficoltà dell’ascesa e alle frequenti spinte che i corridori ricevevano dagli spettatori lungo la salita.

Tornò a far parte del Lombardia nel 2012 e venne affrontato nuovamente nel 2018 e nel 2019, prima di essere, con grande dispiacere di tutti noi, nuovamente escluso dal percorso. Resta la speranza che un giorno possa tornare a essere protagonista della corsa e continuare a scrivere nuove pagine della sua leggenda.

Per ritrovare altre due salite destinate a diventare simbolo del Lombardia, bisogna aspettare il 2004. In quell’edizione entrarono per la prima volta nel percorso il Civiglio e il San Fermo della Battaglia, due delle ascese che negli anni successivi avrebbero caratterizzato i finali con arrivo a Como. A vincere quella gara fu Damiano Cunego, al termine di una volata.

1926-2026: un secolo dalle “uova di Binda”

Alfredo Binda al Giro di Lombardia © SportHistoria
Alfredo Binda al Giro di Lombardia © SportHistoria

A cent’anni di distanza da quell’ottobre vale la pena ricordare una delle tante imprese che fanno parte della storia di questa classica: il trionfo in solitaria di Alfredo Binda. Il corridore di Cittiglio, soprannominato “l’Imbattibile” o “Il signore delle Montagne”, vinse il Giro di Lombardia per quattro volte, nel 1925, 1926, 1927 e 1931, ma la seconda vittoria fu particolarmente memorabile.

Partenza e arrivo, come detto in precedenza, erano ancora a Milano. Anche le condizioni meteo non erano molto diverse da quella prima edizione del 1905, anzi.

In un’intervista con Rino Bulbarelli, lo stesso Binda raccontò quella che definì una giornata pessima, caratterizzata da una pioggia incessante lungo tutto il percorso “Sul Brinzio grandinava e sia il lago di Como sia quello di Lugano erano straripati” raccontò Binda.

La gara era controllata da due squadre in particolare: la Legnano dello stesso Binda e l’Automoto di Ottavio Bottecchia. Un rivale non da poco, visto che ancora oggi Bottecchia rimane uno dei tre ciclisti italiani ad aver vinto il Tour de France per due volte (insieme a Coppi e Bartali), nonché l’unico ad averlo fatto per due anni consecutivi, nel 1924 e nel 1925.

Tornando alla gara, Bottecchia stava provando in ogni modo a staccare Binda. Quest’ultimo decise quindi di rispondere all’attacco. Fu così che Binda riuscì non solo a staccare Bottecchia, ma anche tutto il resto degli avversari, attaccando a metà della salita del Ghisallo.

Iniziò così la sua cronometro individuale, lunga ben 158 chilometri.

La peculiarità di questa lunghissima cronometro individuale, però, fu soprattutto l’alimentazione.

Oggi siamo abituati a vedere i corridori mangiare e bere in continuazione per evitare cali di energia durante la gara, ma Alfredo Binda 100 anni fa, a quanto pare, aveva già intuito l’importanza di una buona scorta di carburante. Infatti, fu proprio lui a raccontare di aver bevuto ben 28 uova durante quella giornata. Altro che gel e barrette di carboidrati: Binda aveva scelto una strategia nutrizionale decisamente… proteica!

Ne mangiò sei prima della partenza, mentre le altre le consumò lungo il percorso. Alcune le aveva già con sé, mentre altre furono recuperate durante la gara: a Como, dove era presente un punto di rifornimento, e a Grantola. Proprio qui arrivarono delle uova molto speciali: provenivano infatti dalle galline di Cittiglio, paese natale di Binda, ed erano state portate al punto di rifornimento direttamente dalla madre del corridore.

A quanto pare, però, la particolare dieta di Binda funzionò alla perfezione. Il corridore arrivò a Milano dopo una fuga solitaria lunghissima, con oltre 29 minuti di vantaggio sul secondo classificato. Insomma, che fossero le uova, le gambe o entrambe, quel giorno Binda aveva trovato la ricetta giusta per vincere.

La fuga solitaria come simbolo del Giro di Lombardia

Il ciclismo degli ultimi anni è diventato sempre più spettacolare. Che si tratti di una classica primaverile o di una tappa di montagna di un grande giro, la tendenza è quella di attaccare, gambe permettendo, da lontano.

Il Giro di Lombardia degli ultimi tre anni rispetta proprio questa tendenza e segue lo stesso copione. Nel 2023, 2024 e 2025 è stato, infatti, lo sloveno Tadej Pogačar a imporsi dopo una fuga da lontano, proprio come Gerbi fece nella prima edizione e Binda nell’impresa descritta in precedenza. Ma la lista non finisce certo qui.

Delle 119 edizioni del Giro di Lombardia disputate finora, infatti, oltre 50 sono state vinte da un corridore in solitaria, riuscito a evadere dal gruppo e a concludere la gara senza essere più ripreso. Si tratta di una percentuale particolarmente alta, che rende l’attacco da lontano, un elemento fondamentale che contraddistingue questa gara.

Questo sabato, 10 ottobre 2026, andrà in scena la 120ª edizione del Giro di Lombardia.

I grandi favoriti, tra cui Evenepoel, Del Toro, Seixas, Pidcock e Ciccone, cercheranno di sfruttare questa ghiotta occasione dopo essere rimasti a bocca asciutta al Mondiale, vinto dallo statunitense della UAE Brandon McNulty. A rendere ancora più aperta la sfida sarà l’assenza del campionissimo sloveno, vincitore delle ultime cinque edizioni consecutive.

Sarà un altro arrivo in solitaria? Uno sprint a due? Oppure una volata ristretta?

In ogni caso, non vediamo l’ora di gustarcela.

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