L’arrivo della Transcontinental 2026 © Sarah Cinquini via Facebook
L’arrivo della Transcontinental 2026 © Sarah Cinquini via Facebook

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Ci eravamo lasciati lo scorso anno, al termine della sua prima Transcontinental Race, parlando di “Perché una donna no?”, il progetto con cui Sarah Cinquini, ultraciclista italiana tesserata tra le fila dei Folletti Verdi, trasforma le proprie imprese in una riflessione sugli stereotipi e sulle pari opportunità. Ci aveva raccontato che, quando aggancia il pedale, smette per qualche ora di essere madre, moglie o figlia: «In bicicletta sono Sarah, e basta».

A un anno di distanza, quello spazio di libertà ha assunto la forma di un progetto ancora più grande. Nel 2027, per festeggiare i cinquant’anni, Sarah Cinquini partirà per tentare il record del giro del mondo in bicicletta senza supporto: circa 29.000 chilometri attraverso continenti, frontiere e fusi orari, contando soltanto sulle proprie forze. L’approdo naturale di dieci anni trascorsi a spostare sempre un po’ più avanti i propri limiti e di un modo di vivere la bicicletta lontano da quello a cui siamo abituati.

Lunghe notti sui pedali © Sarah Cinquini via Facebook
Lunghe notti sui pedali © Sarah Cinquini via Facebook

Sulle orme di Alfonsina Strada e Annie Londonderry

Come ci ha raccontato qualche giorno fa in una lunga intervista, a Sarah Cinquini, il ciclismo moderno non piace. Perlomeno non quello televisivo, con biciclette ridotte all’essenziale, borracce passate al volo e squadre impegnate a controllare ogni variabile. I suoi riferimenti vanno altrove, nelle tappe interminabili percorse da Alfonsina Strada al Giro d’Italia del 1924 e ad Annie Londonderry, che alla fine dell’Ottocento partì per compiere il giro del mondo in bicicletta. Due donne di epoche lontane, accomunate da un’idea della bicicletta nella quale la prestazione non può essere separata dal viaggio, dall’avventura e dalla capacità di affrontare l’imprevisto. Nelle loro imprese Sarah Cinquini ritrova anche la lotta per affermare la propria identità in un mondo costruito dagli uomini, sfidando una società che le avrebbe preferite a casa anziché libere di scegliere la propria strada.

«Io non mi considero una ciclista appassionata del ciclismo in senso tradizionale», racconta Sarah. «Mi hanno sempre affascinato le grandi imprese. C’è chi attraversa il mare in barca a vela, chi nuota e chi pedala: ognuno trova il proprio modo per esprimerle. Alfonsina Strada mi è vicina perché affrontava tappe enormi con i materiali e le difficoltà della sua epoca. Quella capacità di gestire la fatica vera mi rappresenta più del ciclismo contemporaneo, nel quale l’atleta viaggia leggerissimo e ha sempre qualcuno pronto a passargli una borraccia.»

Il giro del mondo per festeggiare i suoi cinquant’anni

L’idea del giro del mondo non è nata all’improvviso. Sarah Cinquini la coltiva praticamente da quando ha iniziato a pedalare e si è avvicinata all’ultracycling. Tra le prime a ispirarla c’è stata Paola Gianotti, ma la spinta decisiva è arrivata da Juliana Buhring, prima donna a completare il giro del mondo in bicicletta senza supporto. Al termine della Two Volcano Sprint, una gara di ultracycling che connette l’Etna al Vesuvio, fu proprio lei a dirle che aveva l’energia necessaria per affrontare un’impresa del genere. «Durante quella gara me ne erano successe di tutti i colori e avevo forato dieci volte. Al traguardo Juliana continuava a ripetermi che avrei potuto fare il giro del mondo. Era già uno dei miei desideri, ma sentirmelo dire da una persona che lo aveva realmente fatto ha rafforzato ancora di più quell’idea.»

Ma tra l’essere fisicamente e mentalmente in grado di completare il giro del mondo e riuscire effettivamente in questa impresa c’è spesso un abisso. A rendere complicato il progetto non è soltanto la distanza. Un giro del mondo senza supporto richiede un enorme lavoro logistico. Bisogna definire la traccia, scegliere i Paesi da attraversare, studiare frontiere e visti, valutare le condizioni climatiche e organizzare i trasferimenti aerei con la bicicletta. Anche la situazione geopolitica rende alcune decisioni particolarmente delicate, tra territori che non possono essere attraversati e frontiere il cui funzionamento può cambiare rapidamente. A questo si aggiunge il clima, con temperature sempre più estreme e difficili da prevedere. «Posso partire dalle tracce delle donne che hanno già affrontato questa impresa, ma devo comunque analizzarle e adattarle. Parliamo di circa 29.000 chilometri. Poi ci sono i voli, gli aeroporti e la necessità di imballare e rimontare la bicicletta più volte. Anche l’alimentazione è complicata: sulla carta possiamo calcolare quanti grammi di carboidrati assumere ogni ora, ma trovare e mangiare quelle quantità ogni giorno, per mesi, è un’altra cosa.»

Nonostante tutte queste incognite, il lavoro di preparazione è già cominciato. Per sostenere i costi dell’impresa è stata aperta una raccolta fondi che, nelle prime settimane, ha ottenuto una risposta superiore alle aspettative. Sono arrivate donazioni importanti sia da persone che Sarah Cinquini conosce sia da sostenitori che hanno scoperto il progetto attraverso il racconto delle sue imprese. La certezza, almeno da parte sua, è una: «Io parto. Cercherò di preparare tutto ciò che può essere organizzato prima, poi alcune cose dovranno inevitabilmente sistemarsi lungo la strada».

Sarah Cinquini in bici sulle Alpi © Sarah Cinquini  via Facebook
Sarah Cinquini in bici sulle Alpi © Sarah Cinquini via Facebook

Quattro mesi lontano da casa

Più ancora della preparazione fisica, programmabile attraverso allenamenti, chilometri e dati, la maggiore preoccupazione di Sarah Cinquini è quella di sentire la mancanza della sua famiglia durante l’impresa. «La parte sulla quale devo lavorare maggiormente è proprio questa: lasciare la famiglia, i figli e le mie cose per un periodo così lungo.» A mancarle saranno anche il caffè di casa, i gatti, le piante e le piccole abitudini quotidiane. Nei primi anni di ultracycling partiva con il desiderio di staccare da tutto; oggi la malinconia si fa sentire già sul primo autobus, per poi diminuire quando riesce a costruire una nuova routine fatta di sonno, alimentazione e ore trascorse sui pedali.

La sua esperienza più lunga è stata finora la NorthCape-Tarifa, completata in ventinove giorni. Il giro del mondo significa immaginare quella prova ripetuta quattro volte. Eppure, a spaventarla non sono tanto le ore in bicicletta: «Se trovo un ritmo sostenibile e non ci sono problemi fisici o rotture importanti, so di poter continuare a lungo. La domanda non è più come farò a pedalare così tanto, ma come affronterò le crisi nelle quali avrò voglia di tornare a casa».

L’ultima grande corsa contro il cronometro

Il giro del mondo potrebbe rappresentare l’ultima impresa di Sarah Cinquini affrontata con un cronometro tanto serrato. Non certo l’ultima avventura in bicicletta. «Se riuscirò a portare a termine un progetto così grande, resterò sempre una viaggiatrice. Probabilmente, però, mi sposterò verso una forma di cicloturismo sportivo. Vorrei continuare a compiere grandi traversate, sempre in solitaria, ma con un ritmo meno esasperato.» La preparazione per l’ultracycling ha un costo che non si misura soltanto nella fatica. Cinquini programma allenamento, sonno e alimentazione e, nei periodi di massimo carico, arriva a pedalare tra le venti e le ventiquattro ore alla settimana, da incastrare con il lavoro e la famiglia. «È stato bellissimo potermi sentire quasi un’atleta, pur non essendolo mai stata prima. Ma dopo il giro del mondo vorrei allentare un po’ l’acceleratore. Continuare a viaggiare senza dovermi fermare soltanto per ingozzarmi e ripartire perché il cronometro continua a scorrere.» Rallentare, dunque, ma senza ridimensionare i sogni.

Dalla strada alle scuole

Le imprese di Sarah, però, non terminano quando scende dalla bicicletta. Da alcuni anni il ritorno a casa coincide con l’inizio di una seconda parte del viaggio, nelle scuole, nelle comunità educative e nelle aziende. Cinquini lavora da tempo nella formazione e la collaborazione con la Commissione Pari Opportunità è nata quando, di fronte a chi le chiedeva come potesse una donna affrontare da sola migliaia di chilometri, ha cominciato a rispondere: «Perché una donna no?».

«All’inizio era difficile parlare di me. Poi ho trovato una chiave: utilizzare la mia esperienza per mostrare che una donna ha il diritto di pedalare, viaggiare e muoversi anche di notte. Non significa negare le paure. Quando devo fermarmi in un bar, prima guardo chi c’è dentro e valuto la situazione. Sono condizionamenti che per noi donne esistono ancora.»

Negli incontri con gli studenti, l’ultracycling diventa anche uno strumento per parlare del raggiungimento degli obiettivi. Migliaia di chilometri possono essere affrontati soltanto scomponendoli in traguardi più piccoli. Lo stesso metodo può essere applicato allo studio, a un esame o a una difficoltà che, osservata nella sua interezza, sembra insuperabile. Il giro del mondo sarà una sfida sportiva, un viaggio e il tentativo di stabilire un record. Ma sarà soprattutto un’altra storia da riportare a casa e condividere: la continuazione ideale delle imprese di Alfonsina Strada e Annie Londonderry, affrontata più di un secolo dopo con materiali e strade differenti, ma con la stessa domanda a indicare la direzione: perché una donna no?

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