Ducati Monoscocca RR
Ducati Monoscocca RR

Bologna è rossa. Non soltanto per i mattoni, gli intonaci, la luce che verso sera inonda le strade. Questa volta è un altro rosso. Entra negli spazi di Salaborsa, nelle sale di Palazzo Pepoli. Illumina Palazzo Boncompagni. Compare nelle vetrine di Galleria Cavour.

È il rosso Ducati. Le sue moto, le fotografie, gli oggetti, le celebri livree storiche. Le vittorie. Una mostra diffusa celebra un secolo di storia e, per qualche settimana, Bologna diventa un grande museo Ducati.

Ma i musei hanno caratteristiche curiose. Mentre raccontano il passato, finiscono per fare domande sul futuro.

Ci sono le moto. C'è il rumore che si può immaginare assordante anche quando tutto è perfettamente immobile. I tracciati, le competizioni, la velocità.

E poi, quasi senza preavviso, compare un oggetto diverso. Più sottile. Più silenzioso. Una bicicletta. È un'immagine che, a prima vista, sembra fuori posto. Ma a guardare meglio, qualcosa comincia a tornare.

Prima del rombo

Per capire Ducati bisogna togliere il rumore. Tornare a prima delle moto. Prima delle corse. Prima dei meccanismi a doppia camma senza molle e del bicilindrico a L. Prima di Borgo Panigale.

La Società Scientifica Radio Brevetti Ducati nasce nel 1926 a Bologna; lavora sulla tecnologia: radio, componenti, ricerca. L'azienda dei fratelli Ducati non nasce per costruire motociclette. Nasce per trovare soluzioni.

E un'impronta che accompagnerà Ducati per tutto il secolo: l'idea che un'azienda possa cambiare pelle senza perdere la propria identità. Il filo conduttore è la tecnologia; il prodotto, invece, può cambiare.

Il Cucciolo

Arriva la guerra e con essa le macerie. Quando tutto finisce, l'Italia ha un problema semplice e urgente: deve ricominciare a muoversi. 

Ducati ricomincia da una cosa piccola. Una bicicletta.

Nel 1946 il Paese deve rialzarsi. Le strade hanno ancora le ferite della guerra. Le automobili sono poche e la benzina costa.

La soluzione può stare in un piccolo motore. Si chiama Cucciolo. È un 48 cc progettato per essere applicato a una normale bicicletta. Un motore ausiliario. Una soluzione semplice, intelligente, quasi domestica.

Ducati cucciolo 1950
Ducati cucciolo 1950

Non sembra l'inizio di una leggenda. Non ha niente della teatralità che associamo oggi al marchio Ducati. Non ci sono ancora le moto, le corse, la grande velocità. C'è una bicicletta. E sopra, un piccolo motore. 

È così che Ducati entra nel mondo delle due ruote.

Il Cucciolo nasce per rispondere a un'Italia che deve rimettersi in movimento. Con un litro di benzina può percorrere cento chilometri. Una bicicletta, con quel piccolo motore, diventa un mezzo nuovo. E il successo arriva rapidamente.

Ducati capisce che c'è una strada. Prima arrivano i ciclomotori. Poi le motociclette. E con le motociclette arriva tutto quello che oggi associamo al nome Ducati: la ricerca della prestazione, il design, le competizioni, la velocità.

La bicicletta sembra ormai lontana, ma è rimasta all'inizio della storia. E, quasi ottant'anni dopo, ritorna.

La bicicletta ritorna

Questa volta non c’è un piccolo motore da applicare al telaio. C’è un progetto ambizioso.

Ducati torna nel ciclismo con una nuova gamma che comprende bici da strada, da gravel ed e-MTB, presentata all’Italian Bike Festival di Misano Adriatico. Tre mondi diversi, uniti dalla ricerca della prestazione.

Il modello che meglio racconta questa ambizione è la Monoscocca RR. Una bici da corsa in fibra di carbonio progettata per la performance, con particolare attenzione a rigidità, aerodinamica e peso.

Courtesy of Ducati Media House
Courtesy of Ducati Media House

Il dato che colpisce è il peso: 7,18 chilogrammi, un valore di assoluto rilievo per un telaio aero.

Accanto a questo modello ci sono la GraviaX, una gravel in carbonio, e le due e-Enduro, DM-160 R e DM-170 RR, che portano Ducati nella mountain bike a pedalata assistita.

Ducati DM-160 R
Ducati DM-160 R

Il progetto prende così la forma di una gamma, la “Ducati Cycling Model Year 2027”.

Ma una bicicletta di alta gamma ha geometrie, equilibri, dinamiche e linguaggi propri. Per questo, dentro il progetto Ducati, entrano competenze e protagonisti con solidi legami con il mondo del ciclismo.

Nasce così la collaborazione con il Gruppo Zecchetto, partner industriale e di sviluppo del progetto attraverso Diamant.

Ducati porta la propria cultura industriale, fatta di ricerca, tecnologia, design e competizione. Il Gruppo Zecchetto mette a disposizione le proprie conoscenze nel ciclismo, nello sviluppo del prodotto e nella lavorazione dei materiali compositi, fino alla realizzazione dei telai in carbonio.

Il risultato è l’incontro fra due culture industriali diverse: da una parte Ducati, con la propria esperienza nella progettazione e nello sviluppo di prodotti ad alte prestazioni; dall’altra il Gruppo Zecchetto, con competenze specifiche nel ciclismo, nei materiali compositi e nella costruzione dei telai.

Un'altra idea di fabbrica

Ducati porta nel ciclismo un modo di pensare che si è formato in tanti anni di lavoro: ricerca della prestazione, sviluppo della tecnologia, conoscenza dei materiali, attenzione al design, competizione.

Ma, su una bicicletta, la forza arriva dalle gambe. La velocità dipende dal corpo, dal terreno, dall’aria. Peso, rigidità, comfort, controllo, aerodinamica: tutto cambia quando a spingere non è un motore, ma una persona.

Ed è qui che il progetto cambia prospettiva, diventando una sintesi costruttiva in cui la cultura della performance motoristica si adatta alle dinamiche del gesto atletico puro.

La fabbrica non è soltanto il luogo dove un’azienda produce ciò che sa fare. Può essere anche il luogo nel quale competenze diverse si incontrano e si contaminano, fino a costruire qualcosa che nessuna delle due, singolarmente, avrebbe realizzato nello stesso modo.

A Bologna questa idea ha un significato particolare. Qui la meccanica è diventata cultura. La manifattura si è incontrata con il design, la ricerca con la competizione, la tecnica con una certa idea del fare bene le cose.

Oggi quel prodotto è cambiato ancora. Il motore non c’è più. Ma la domanda, in fondo, è rimasta la stessa: che cosa si può ancora fare per compiere un passo avanti?

Che cosa resta di Ducati senza il motore?

A questo punto si può tornare a togliere il rumore. Prima di tutto, il motore con il suo suono. Il cambio, la benzina, la velocità che arriva dalla combustione. E anche tutto ciò che rende immediatamente riconoscibile una Ducati: il logo, il colore, le forme che abbiamo imparato ad associare alle sue motociclette.

Che cosa rimane? Rimane, forse, un’idea di prestazione. La bicicletta è una macchina più integrata con chi la guida: il ciclista ne diventa parte. Un modo diverso di esprimere la performance, ma non necessariamente un’idea diversa di prestazione.

Rimane il cercare di andare più forte. Togliere ciò che non serve. Costruire meglio. Misurare, provare, correggere. Tornare sul progetto quando sembra già arrivato al limite e chiedersi se quel limite sia davvero invalicabile.

Forse è questo che Ducati sta portando nel ciclismo. Non una motocicletta senza motore. E nemmeno un logo applicato a un telaio.

Qualcosa di più difficile da definire e, proprio per questo, più interessante: un modo di guardare alla macchina e alla prestazione, indipendentemente dal mezzo attraverso cui vengono espresse.

All’inizio di questa storia, dentro una Bologna attraversata dal rosso Ducati, una bicicletta sembrava quasi fuori posto.

Alla fine del percorso non lo è più. È tornata da dove era partita, prima del rombo, quando Ducati era ancora un’azienda che cercava soluzioni senza sapere quale sarebbe stato il prodotto del futuro.

Oggi quel prodotto è cambiato ancora. Il motore non c’è più. Ma la domanda è rimasta: che cosa resta di Ducati quando cambia la macchina?

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