È morto Giancarlo Ferretti, il “Sergente di ferro” che ha segnato un’epoca del ciclismo
È morto nel giorno del suo 85° compleanno lo storico direttore sportivo romagnolo. Prima gregario di Felice Gimondi, poi uomo d’ammiraglia con Bianchi, Ariostea e Fassa Bortolo
Giancarlo Ferretti se n’è andato il 9 agosto, proprio nel giorno del suo 85° compleanno. Con lui scompare una delle figure più riconoscibili del ciclismo italiano del secondo Novecento, un uomo che ha attraversato oltre sessant’anni di storia delle due ruote prima in bicicletta e poi dall’ammiraglia.
Nato a Lugo, in Romagna, nel 1941, Ferretti aveva iniziato come corridore nel Baracca Lugo, passando poi alla Rinascita di Ravenna e alla Vital di Fusignano. Da professionista, dal 1963 al 1970, aveva corso per Legnano, Sanson e Salvarani. Non vinse mai una corsa tra i professionisti, ma costruì in quegli anni il rapporto più importante della sua carriera: quello con Felice Gimondi, di cui fu gregario fidato e quasi un fratello.
Era già allora, raccontava, più interessato alla squadra che alle proprie ambizioni. Una caratteristica che avrebbe segnato tutta la sua seconda vita nel ciclismo.
Dall’ammiraglia arrivano le vittorie
Nel 1971 Ferretti guidò i dilettanti della Rinascita alla Coppa Italia. Due anni dopo entrò nel professionismo come direttore sportivo della Bianchi, proprio accanto a Gimondi. Vi rimase dodici anni, vivendo alcuni dei momenti più importanti della carriera del campione bergamasco: la Milano-Sanremo del 1974, il Mondiale di Barcellona e soprattutto il Giro d’Italia del 1976.
Poi arrivarono Ariostea, MG, Riso Scotti e infine Fassa Bortolo, che guidò dal 2000 al 2005. Una carriera lunghissima, durante la quale secondo il racconto di Ferretti stesso furono circa 870 le vittorie ottenute dalle sue squadre, con lui in ammiraglia o comunque dietro le quinte.
Dalla sua ammiraglia passarono Moreno Argentin, Gianni Bugno, Michele Bartoli, Paolo Bettini, Alessandro Petacchi, Ivan Basso, Fabian Cancellara, Filippo Pozzato, Juan Antonio Flecha, Rolf Sørensen e Tommy Prim, solo per citarne alcuni.
Ferretti aveva un debole particolare per Bartoli, che considerava quasi costruito per andare in bicicletta. E raccontava con orgoglio anche la trasformazione di Petacchi, arrivato alla sua squadra con una sola vittoria e partito dopo averne conquistate 105.

Il “Sergente di ferro”
Il soprannome gli era rimasto addosso: Sergente di ferro. Ferretti non aveva fama di uomo diplomatico. Parlava direttamente, senza troppe metafore e senza preoccuparsi particolarmente di addolcire le proprie parole. Urlava, secondo chi lo conosceva, quasi senza urlare: bastava il modo in cui concludeva una frase per capire che non c’era molto da discutere.
I corridori, però, spesso lo seguivano. E spesso vincevano.
Era anche un uomo capace di raccontare il proprio ciclismo per ore. Aveva conosciuto Eddy Merckx, con cui aveva condiviso serate sopra le righe, e ricordava ancora il dramma di Tom Simpson sul Mont Ventoux al Tour del 1967, episodio che aveva conservato nella memoria per tutta la vita.
Il caso Frigo e l’altra faccia della Fassa Bortolo
Nel ritratto di Ferretti non può però mancare la vicenda più controversa della sua ultima esperienza da direttore sportivo: quella di Dario Frigo.
Nel 2005, durante il Tour de France, la moglie del corridore venne fermata dalla polizia francese e trovata in possesso di sostanze dopanti. Frigo, allora alla Fassa Bortolo, venne successivamente arrestato. Ferretti reagì pubblicamente con parole durissime, definendolo una “canaglia” e prendendo le distanze da lui.
Quella vicenda, però, non si chiuse con la semplice condanna del corridore. Nel 2009 la Corte d'appello di Chambéry ridusse a tre mesi con la condizionale la pena inflitta a Dario Frigo e alla moglie. Soprattutto, la sentenza diede credito alla ricostruzione di Frigo sull'esistenza, all'interno della Fassa Bortolo, di un sistema di doping organizzato e sulle pressioni esercitate sul corridore perché vi si adeguasse.
È un passaggio importante anche per rileggere, a distanza di anni, le parole di Ferretti. Il direttore sportivo aveva addossato pubblicamente a Frigo la responsabilità dello scandalo e lo aveva descritto come un uomo che aveva tradito la squadra. La sentenza di Chambéry, invece, riconobbe come credibile la tesi di un contesto di doping sistematico e istituzionalizzato all'interno della squadra.
Questo non significa che Ferretti sia stato condannato per doping: non risulta una condanna nei suoi confronti. Ma quel procedimento costituisce una parte inevitabile della storia della Fassa Bortolo e, quindi, anche della sua ultima esperienza da uomo d'ammiraglia.
La fine di un mondo
Nel 2005 Ferretti scese dall'ammiraglia. Era l'anno in cui il ciclismo professionistico stava cambiando profondamente con l'introduzione del ProTour, destinato a diventare il WorldTour. Il nuovo mondo dei manager, del marketing e della comunicazione aveva sempre meno spazio per una figura come la sua.
Ferretti aveva capito che qualcosa si era definitivamente chiuso. Aveva anche provato a tornare, senza riuscirci. E aveva scritto un libro, spinto anche da Gianni Mura, per mettere in ordine una memoria che ormai apparteneva a un'altra stagione del ciclismo.
"Il giorno più brutto è stato quando ho capito che non sarei più salito in ammiraglia", aveva raccontato.