Il fango è il protagonista della Gravelness69 © Umberto Bettarini
Cicloturismo

Gravelness69: la classica invernale all’insegna del blues

Fango, sterrato e convivialità per l’ottava edizione dell’evento gravel di Pogliano Milanese, tra armonica, ristori e spirito di condivisione

19.01.2026 12:05

Domenica 18 gennaio si è svolta a Pogliano Milanese l’ottava edizione della Gravelness69, appuntamento ormai fisso del calendario gravel lombardo, organizzato dalla Polisportiva Atletico Arluno insieme al Paddy Cullens Cycling Club.

Anche quest’anno sono stati proposti due percorsi ad anello, quasi interamente su strade bianche, tratturi e piste ciclabili, da 85 e 120 chilometri, o, come piace ricordare agli organizzatori nel loro stile che richiama il mito americano, 50 e 69 miglia. Un modo di interpretare il gravel che mette al centro l’esplorazione più che la prestazione, portando i partecipanti alla scoperta di un mondo parallelo sospeso tra il tessuto urbano dell’hinterland milanese e gli spazi aperti del Parco del Ticino.

Con circa 350 partecipanti al via, anche questa edizione ha fatto registrare il tutto esaurito, in un contesto reso ancora più caratteristico da condizioni del fondo particolarmente fangose. A differenza di altre edizioni, però, le temperature tutt’altro che rigide hanno contribuito a rendere la giornata nel complesso decisamente piacevole.

La partenza dell'ottava edizione della Gravelness69 © Umberto Bettarini
La partenza dell'ottava edizione della Gravelness69 © Umberto Bettarini

Una partenza all'insegna del blues

Il ritrovo alle ore 8.00 è fissato presso Hop Cycle, per le operazioni di registrazione dei partecipanti e la consegna dei pacchi omaggio. All’interno del locale c’è la possibilità di bere un caffè caldo e fare colazione; all’esterno, invece, il tempo scorre tra vecchi amici e compagni di pedalate, ci si racconta le ultime avventure a pedali e ci si aggiorna sui progetti futuri. Poco alla volta, mentre le chiacchiere si intrecciano e le bici vengono appoggiate ovunque, lo sparuto gruppo iniziale riempie il piazzale antistante, restituendo quella sensazione informale e rilassata tipica degli eventi gravel.

Alle 9.00 in punto arriva il momento della partenza. A dare ufficialmente il via alla giornata, come da tradizione, è Franco Limido, organizzatore e anima della manifestazione, che saluta i partecipanti suonando la sua armonica blues. Poche note, riconoscibili, che si ripetono edizione dopo edizione e che sono diventate un vero marchio di fabbrica della Gravelness69.

Si parte così, con il gruppo compatto ad andatura controllata. Ma bastano poche decine di metri di asfalto perché la strada conduca subito all’imbocco del primo settore di sterrato. Qui il gruppo si allunga, si sfilaccia, diventa una lunga fila indiana, con una coda che si forma in modo naturale all’ingresso del tratto fuoristrada.

La coda che si forma all'imbocco del primo settore di sterrato © Umberto Bettarini
La coda che si forma all'imbocco del primo settore di sterrato © Umberto Bettarini

Tra fango, stradine secondarie e tanto divertimento

I primi 40 chilometri scorrono quasi interamente su sterrato, lungo stradine di campagna che collegano un paese all’altro, tra cascinali isolati, campi aperti e una sequenza continua di curve su fondo non asfaltato. Le piogge dei giorni precedenti rendono il terreno particolarmente fangoso e scivoloso, trasformando la Gravelness69 in una prova di attenzione e sensibilità di guida. In questo contesto, se è pur vero che la Pianura Padana non sempre offre panorami mozzafiato, con un tracciato così sinuoso e un fondo reso impegnativo dalle piogge, il divertimento è assicurato. E così le bici cambiano rapidamente colore, le ruote si riempiono di fango, le maglie si macchiano senza possibilità di rimedio.

Pieni di fango dalla testa ai piedi, al chilometro 40 si arriva finalmente al primo ristoro, presso il ponte di Turbigo, ribattezzato per l’occasione “Turbigo Bridge”. Un momento utile per ricontattarsi con i compagni di viaggio distanziati lungo il percorso, bere un tè caldo e mangiare qualcosa di rigenerante. L’offerta è decisamente ampia e, oltre ai classici viveri, tra le bevande calde compare anche il bombardino. Si narra che qualche temerario sia riuscito anche ad assaggiare della buona grappa.

Proprio al ristoro va in scena uno dei tanti episodi che raccontano lo spirito della Gravelness69. Un partecipante si ritrova con il copertone squarciato e, nel giro di pochi minuti, attorno a lui si forma un piccolo capannello di persone pronte a dare una mano per rimetterlo in strada. Un gesto spontaneo e naturale, che racconta bene la solidarietà che emerge in questo genere di eventi e che, spesso, rappresenta uno degli aspetti più autentici del gravel.

Il fango è il protagonista della Gravelness69 © Umberto Bettarini
Il fango è il protagonista della Gravelness69 © Umberto Bettarini

Due percorsi, una sola meta

Dopo Turbigo i percorsi si dividono. Il corto prosegue lungo la riva est del Ticino, mentre il lungo attraversa il ponte puntando deciso verso Vigevano. Due scelte diverse, stesso spirito, prima di ritrovarsi nuovamente a 16 chilometri dall’arrivo, nei pressi di Cascina Resta, nuovo punto di ristoro della giornata. Qui ad attendere i partecipanti ci sono tè caldo e biscotti, un’ultima pausa prima di rimettersi in sella e gettarsi negli ultimi chilometri di percorso.

L’arrivo è fissato presso il Paddy Cullens Pub, dove ad attendere i partecipanti ci sono zuppa di legumi e birra. È qui che la giornata trova la sua naturale conclusione. Brindisi, incontri tra chi si è incrociato lungo il percorso e tra chi si rivede solo a fine evento, racconti di piccole disavventure, di scivolate evitate per un soffio, di tratti di fango affrontati con più fortuna che tecnica. Le bici, ancora infangate, vengono appoggiate ovunque, mentre attorno ai tavoli prende forma il vero bilancio della giornata.

Tra una risata e un sorso di birra, c’è una domanda che torna più spesso delle altre, quasi inevitabile: “A quando la prossima pedalata?”

L’ottava edizione della Gravelness69 si chiude così, tra fango che fatica ad asciugarsi, gambe stanche e sorrisi sinceri. Una gravel costruita su percorsi intelligenti, dettagli curati e su uno spirito di condivisione autentica che, anno dopo anno, continua a essere il vero marchio di fabbrica dell’evento.

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Umberto Bettarini
Milanese di nascita, calabrese per vocazione. Dopo la sua prima randonnée, ha scelto la famosa “pillola rossa” per scoprire quanto è profonda la tana del Bianconiglio ed è rimasto intrappolato in una grave forma di dannazione ciclistica