Marlen Reusser predica acqua
Il ritratto di Marlen Reusser dopo un Tour de France chiuso amaramente: la storia di una donna con una vita militante e i crucci sulla coerenza tra i propri principi e il sistema ciclismo

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Il Tour de France Femmes 2026 ha vestito Marlen Reusser di giallo per tre tappe, poi le ha tolto la maglia sul Mont Ventoux e, dopo il crollo di domenica scorsa nell’ultima frazione, anche il podio.
La prima sottrazione è arrivata il 7 agosto: un attacco solitario di Katarzyna Niewiadoma a nove chilometri e mezzo dal traguardo ha smontato il vantaggio che l’elvetica della Movistar si era costruita vincendo la cronometro di Digione, quarta tappa. Reusser restava comunque terza, a 39” dalla nuova maglia gialla. La seconda è arrivata con la crisi nera nell’utima giornata con tanto di caduta in discesa, dopo la seconda scalata del Col d’Èze, che le ha tolto il podio precipitandola fuori dalla top ten, a quasi 26’ dalla maglia gialla.

C’è qualcosa di quasi congruo in questo epilogo.
La storia di Marlen Reusser non si è mai spiegata bene con un numero in classifica.
Ha 34 anni e una carriera cominciata tardi e in modo inusuale: un difetto congenito alle caviglie le aveva chiuso la porta di altri sport; il ciclismo, all’inizio, non le piaceva neppure troppo — faceva freddo, e la sua prima gara le parve una tortura. Prima della bici c’era stato il violino, fino ai sedici anni, e il triathlon a squadre, dove nuotava, correva o pedalava a turno con le compagne. La prima licenza da corritrice arriva solo nel 2017, l’anno in cui si laurea in medicina; due anni dopo lascia il posto di assistente in chirurgia per correre a tempo pieno. Non aveva avuto modelli fra le cicliste: si è ispirata a triatlete come la britannica Chrissie Wellington (della quale lesse l’autobiografia da adolescente) e la connazionale Daniela Ryf.
Da ragazza aveva fatto anche politica, come presidente dei Giovani Verdi nel suo cantone, e come candidata al consiglio comunale di Berna, e in quegli anni rinunciava del tutto a prendere aereoplani. Da professionista ammette di aver dovuto fare concessioni: il calendario internazionale non lascia molta scelta, e lei stessa descrive la contraddizione come una versione ciclistica del predicare l’acqua e bere il vino. Resta però vegetariana da quando era bambina: è cresciuta in una fattoria, dice, e ha visto da vicino l’allevamento e la macellazione. Mangia stagionale, regionale, biologico, se possibile dall’orto di famiglia, e non ha mai sentito il bisogno di frullati proteici: le proteine si trovano anche nei legumi, nei cereali, nelle patate.
Arrivata nel world Tour a 30 anni, nel 2021, ha vinto tre volte il Tour de Suisse Women (’23, ’25 e ’26), una la Vuelta a Burgos Feminas (’25), l’allora Gent-Wevelgem (’23), la Dwars door Vlaanderen (’26), l’ Itzulia Women (’23) e la Setmana Ciclista Valenciana e un Mondiale a cronometro, più una sfilza di campionati svizzeri a cronometro e in linea dal 2017, per un totale di 40 vittorie. Inoltre per sue volte è stata seconda alla Vuelta España Femenina (2021 e 2025).
Reusser una delle voci più nitide del gruppo quando si parla degli squilibri economici del ciclismo femminile. «Gli uomini organizzano, gli uomini finanziano, gli uomini raccontano», ha detto in un’intervista al magazine svizzero Migros Impuls; con le donne, aggiunge, tutto è ancora “in divenire”, perché dove si vuole raccogliere bisogna prima investire, e il ciclismo maschile ha decenni di tifo e sponsor che quello femminile deve ancora costruirsi. C’è poi la questione dei modelli: se un ragazzo cresce guardando Van der Poel o Pogačar sogna di diventare come loro. La scarsità di riferimenti femminili visibili è, per Reusser, una delle ragioni per cui meno ragazze si avvicinano allo sport. A chi vuole approfondire consiglia “What Works” di Iris Bohnet.
Quando il corpo presenta il conto
Anche sulla cultura del corpo nel gruppo femminile non si è fatta remore a intervenire in modo netto. Dopo il Tour 2025, vinto da Pauline Ferrand-Prévot al termine di un dimagrimento vistoso, Reusser — medico oltre che corritrice — dichiarò al Tages-Anzeiger: «Da atleta la ammiro, da medico sono preoccupata». Aveva già chiesto, senza successo, che l’UCI introducesse standard minimi di massa grassa; il timore, per lei, è il messaggio che certi risultati mandano a un’adolescente senza nutrizionista che guarda e vuole imitare.

Nel 2023 si era ritirata dalla cronometro dei Mondiali di Glasgow, e aveva scelto di raccontarne il motivo in un’intervista alla radiotelevisione svizzera SRF, parlando apertamente di salute mentale — terreno su cui il ciclismo si muove ancora con circospezione. Una ricerca presentata l’anno dopo alla conferenza della European Association of Sport Management ha analizzato la ricezione di quell’intervista sui social: nelle otto settimane successive il video ha raccolto più interazioni del 97% degli altri contenuti pubblicati dallo stesso account, e il 72% dei commenti era di sostegno. Reusser e Swiss Cycling, nota lo studio, «avevano applicato diverse strategie di comunicazione tipicamente utilizzate in risposta a una crisi, con l’eccezione della “deferenza”, che viene utilizzata per lodare i propri concorrenti dopo una sconfitta», intraprendendo azioni per “ridefinire” la situazione, sottolineando la necessità di pause e di una migliore pianificazione della stagione.
L’anno dopo è arrivata un’ammissione pubblica ancora più forte: in un documentario della SRF ha raccontato di essere affetta da sindrome post-Covid, conseguenza di una caduta al Giro delle Fiandre che le aveva rotto otto denti, la mandibola e i due canali auricolari. Le Olimpiadi di Parigi, dove sarebbe stata tra le favorite a cronometro, restano un rimpianto: la salute peggiora in estate, la diagnosi arriva tardi e senza grande chiarezza su cure e prognosi. «Sono cronicamente malata», ha detto in lacrime, cercando comunque di restare positiva.d

Da quella stagione compromessa alla firma con la Movistar, dal titolo mondiale a cronometro conquistato a Kigali nel 2025 alla tappa vinta a Bergamo al Giro d’Italia, il ritorno di Reusser è stato scandito da vittorie pesanti quanto la malattia che le aveva impedito di correre. Il Tour 2026 doveva essere la conferma definitiva: la cronometro, tre giorni di giallo, la battaglia sul Ventoux. È finito con una scivolata in discesa e il podio sfumato nell’ultima tappa. Per una corritrice così, resta esattamente questo: una beffa sportiva, non la misura di chi sia Marlen Reusser.