Vincenzo Nibali, vincitore del Giro d'Italia 2016 © Bettiniphoto
Vincenzo Nibali, vincitore del Giro d'Italia 2016 © Bettiniphoto

Riviviamo un Giro di stordente bellezza

La corsa rosa ha regalato un profluvio di emozioni, lungo tre settimane cariche di pathos e ricche di ribaltoni

Lo stordimento provocato dalla bellezza del Giro d’Italia 2016 non andrà via tanto rapidamente.  Non capita spesso di assistere a un GT così combattuto, con frequenti cambi al vertice, con il crollo di alcuni dei favoriti contrappuntato dalla rinascita inaspettata di altri.

Otto avvicendamenti di leader (da Dumoulin a Kittel ad Arnhem, da Kittel a Dumoulin a Praia a Mare, da Dumoulin a Brambilla ad Arezzo, da Brambilla a Jungels a Sestola, da Jungels ad Amador a Cividale del Friuli, da Amador a Kruijswijk a Corvara, da Kruijswijk a Chaves a Risoul, infine da Chaves a Nibali a Sant’Anna di Vinadio), un dato che, in tale entità, negli ultimi 20 anni si era verificato solo nel 2005; sempre negli ultimi 20 anni, solo una volta il Tour de France ha raggiunto (e superato: 10 cambi di maglia gialla) questo livello di combattività, mentre alla Vuelta è più frequente assistere a un simile andamento (8 cambi di leader li abbiamo avuti nel 2008, nel 2011, nel 2013 e nel 2015).

17 vincitori di tappa, solo André Greipel (3 vittorie), Marcel Kittel e Diego Ulissi (2 a testa) sono riusciti a ripetersi; 6 le fughe a segno (Tim Wellens a Roccaraso, Gianluca Brambilla ad Arezzo, Giulio Ciccone a Sestola, Mikel Nieve a Cividale, Matteo Trentin a Pinerolo e Rein Taaramäe a Sant’Anna di Vinadio); 6 le affermazioni di corridori italiani (due da finisseur con Ulissi, tre in fuga con Brambilla, Ciccone e Trentin, e una da un attacco per la classifica con Nibali a Risoul).

13 delle 22 squadre in gara hanno vinto almeno una tappa, il record è di Etixx-Quick Step e Lotto Soudal con 4 successi a testa (doppio Kittel, Brambilla e Trentin per i primi; triplo Greipel e Wellens per i secondi) ; e sono 2 le Professional che sono riuscite a esultare, la Bardiani con Ciccone e la Gazprom con Filiforov nella cronoscalata dell’Alpe di Siusi.

 

Dal protagonismo di Dumoulin al ritiro di Landa
I numeri li abbiamo snocciolati, senza la pretesa di essere esaustivi, ma consapevoli che questi dati aiutino a comporre un quadro della situazione. Però non bastano, ovviamente.

Non bastano perché ad esempio non dicono nulla dei tanti colpi di scena a cui abbiamo potuto assistere nel corso di queste tre settimane a dir poco intense. Del resto, l’essere partiti con un cronoprologo che si decide per la bellezza di un solo centesimo di secondo, avrebbe dovuto suggerire a tutti che questo Giro nasceva sotto una certa stella: quella dell’imprevedibilità.

Il primo personaggio della corsa rosa è stato Tom Dumoulin, molto atteso a maggior ragione per il fatto che il Giro partiva dall’Olanda. Il corridore della Giant ha fatto sognare i suoi connazionali per diversi giorni, portando la maglia rosa per più di una settimana (prestandola giusto un giorno a Kittel). Per tutto il tempo Dumoulin ha assicurato che alla classifica non ci pensava, ma poi a Roccaraso ha preso coraggio e ha deciso di puntare alla generale. Appena ha parlato, un problema al soprasella ha iniziato a martoriarlo, sicché dopo due giorni ha perso la maglia, e nella tappa di Asolo si è direttamente ritirato.

Non era stato il primo ritiro eccellente: non la facciamo tanto lunga sui velocisti che abbandonano la corsa prima delle montagne (è sempre successo, non sarà elegante ma certi nomi è meglio averli al via piuttosto che no), ma va citato senz’altro il clamoroso forfait di Mikel Landa, un giorno prima di Dumoulin.

Lo spagnolo della Sky era uno dei tre principali favoriti della corsa, ma dopo aver stampato nel Chianti una cronometro sorprendente (la migliore della sua carriera), ha patito il giorno di riposo, e alla ripartenza alla volta di Sestola si è subito staccato su una salitella, poi è naufragato perdendo minuti su minuti, infine è risalito in ammiraglia. A metà Giro, e ben prima che la corsa entrasse nel vivo avvicinando le Alpi, uno dei nomi più attesi usciva dal cartellone, tra grandi stracciamenti di vesti da parte di chi temeva che nessuno, in assenza di Landa, avrebbe potuto terremotare la gara in montagna.

 

Da Brambilla a Ulissi a Ciccone, l’Italia vive alla giornata
Intanto Gianluca Brambilla viveva la sua due giorni di gloria in maglia rosa, prima di passare il simbolo del primato al compagno di squadra Bob Jungels; e il lombardo-veneto della Etixx è stato il primo personaggio forte a irrompere sulla scena: la sua gioia incontenibile ad Arezzo, la difesa al cardiopalma della rosa nella crono del Chianti (vinta dall’ex saltatore dal trampolino Primoz Roglic), e infine il fatto che abbia aiutato l’indomani – pur essendo leader della generale – il compagno Bob Jungels, che da lui ha ereditato il primato in classifica, hanno fatto conoscere al grande pubblico questo ragazzo dall’attitudine davvero positiva.

L’Italia un po’ balbettante di questi tempi si è consolata con lui così come con Giulio Ciccone, vincitore sugli Appennini ad appena 21 anni (un grande futuro davanti a sé!), e con Diego Ulissi, protagonista di due vittorie belle e autorevoli, ottenute da consumato classicomane quale il toscano ancora non è, pur potendo diventarlo se continuerà a crescere come ha evidenziato in questa stagione.

Mentre il movimento bianco-rosso-verde viveva le sue glorie di giornata, cominciava a emergere qualche pensiero sulle condizioni del faro di tale movimento, ovvero Vincenzo Nibali. Benino ma non benissimo, qualche dubbio l’aveva sollevato un suo attacco abortito a Roccaraso, ma insomma, lo Squalo era lì, coi migliori, e tutti pensavano che avrebbe azzannato il Giro da un giorno all’altro.

Parallelamente al basso profilo tenuto da Nibali, venivano fuori quelli che poi sarebbero stati i suoi veri avversari di classifica. Tra Cividale del Friuli e Corvara si è capito che gli uomini da battere erano Steven Kruijswijk (in maglia dopo il tappone dolomitico) ed Esteban Chaves (vincitore proprio a Corvara), mentre Alejandro Valverde, perdendo tre minuti nella frazione dolomitica, si autoesiliava nel ruolo di colui che avrebbe poi corso di rimessa, sperando di risalire qualche posizione.

 

Il crollo di Nibali, l’emersione violenta di Kruijswijk
Nella citata frazione dolomitica, Nibali ha vissuto un ennesimo chiaroscuro: staccato dopo aver innescato l’attacco giusto sul Valparola, si è ritrovato a inseguire tutto solo Kruijswijk e Chaves nei 25 km finali, dimostrando di avere una grande forza (altrimenti avrebbe perso molto più dei 40″ lasciati sul campo nell’occasione), ma evidenziando un’imbarazzante sofferenza nel momento dei cambi di ritmo.

“Tutto tornerà a posto nella cronoscalata dell’Alpe di Siusi”, pensavano un po’ tutti; e invece il giorno dopo, nella prova contro il tempo che pareva cucita su misura per lo Squalo, l’imprevista débâcle di Vincenzo ha gelato gli entusiasmi dei tifosi italiani.

Mentre Kruijswijk si giocava (senza fortuna) il successo di giornata con lo sconosciuto (ai più) Foliforov, mentre Valverde e Chaves e Ilnur Zakarin (altro nome eccellente della classifica) si difendevano più che bene, Nibali finiva lontanissimo, appena 25esimo al traguardo a 2’10” da Kruijswijk. Con il contorno di un problema meccanico che gli aveva fatto perdere un mezzo minuto, con addosso una pressione sempre più insostenibile, coi dubbi che gli mangiavano l’anima.

La classifica dopo la cronoscalata diceva che Kruijswijk era molto più che un portatore di maglia rosa passeggero: 2’12” su Chaves, 2’51” su Nibali, 3’29” su Valverde, a una settimana dalla fine del Giro rappresentavano un bottino di tutto rispetto, tantopiù che l’olandese della LottoNL dava ogni giorno di più l’impressione di essere pienamente in controllo.

 

Vincenzo nel tunnel, pensieri e dubbi e poi la liberazione
Questa sensazione si è rafforzata tantissimo nella tappa di Andalo, al ritorno in corsa dopo il terzo giorno di riposo. Anche in questo caso Nibali non ha badato a spese (leggasi: energie) per provare a far saltare il banco, ma ancora una volta ha pagato salato lo scotto della reazione dei suoi avversari. La prima vittoria di Valverde al Giro era accompagnata dal terzo secondo posto di tappa consecutivo di Kruijswijk, che però guadagnava praticamente su tutti, ritrovandosi a sera con 3′ tondi su Chaves, 3’23” su Valverde e addirittura 4’43” su Nibali.

E qui, apriti cielo, il de profundis per il siciliano è esploso senza più freno alcuno. Tra chi ululava di corridore finito, chi se la prendeva con il preparatore Paolo Slongo, chi con una squadra che non tutelerebbe a dovere il suo capitano, chi con le pedivelle (in questo Giro, o perlomeno in due terzi di esso, lo Squalo ha usato pedivelle più lunghe rispetto al solito), chi con il carattere del messinese, il florilegio di analisi, interpretazioni e sentenze è stato un profluvio.

Per una stagione incentrata sul Giro, un disastro niente male per Vincenzo. Un fallimento su tutta la linea, una Beresina che tra l’altro restava piuttosto inspiegabile: problemi fisici, un virus, le analisi mediche, ma il responso non autorizzava il corridore al ritiro. Apparentemente non c’era nulla che non andasse, nel fisico del corridore. Il male, la falla, il bug andava cercato piuttosto nella testa di Nibali.

Un po’ come quanto avvenuto lo scorso anno al Tour, il trovarsi apparentemente fuori dai giochi, estromesso dall’alta classifica, ha rappresentato per lo Squalo quasi una liberazione. Liberazione dal senso di oppressione generato dalle tante attese che tutti riponevano in lui. È stato come lo scatto di un interruttore, un on-off tornato di colpo sulla posizione di “acceso”, con sensazioni tornate buone nelle due tappe interlocutorie di Cassano d’Adda (col colpo di mano in volata di Kluge) e di Pinerolo (col bellissimo duello in fuga di Brambilla e Moreno Moser, concluso dalla vittoria di… Trentin).

 

Due giornate indimenticabili tra Italia e Francia
Ed eccoci allora alla due giorni decisiva: lo sconfinamento in Francia, coi due over 2700 da affrontare in due giorni, e con Kruijswijk all’apparenza inattaccabile. Sul Colle dell’Agnello Chaves ha provato a giocare le sue carte, e sulle prime Nibali ha dato l’impressione di essere lì lì per saltare un’altra volta. Ma salendo di quota, il siciliano si è sentito meglio, ha approfittato di un rallentamento davanti, si è rifatto sotto. E poi è andato meglio, sempre meglio, e a questo punto tutti i rapporti di forza sono cambiati, perché è stato lui a carburare e a imporre il proprio ritmo agli altri. Chaves ha patito subito, ma lì per lì si è salvato; Kruijswijk ha tenuto botta, ma – per sua stessa ammissione – è stato portato al limite; Valverde si è staccato.

Poi, appena cominciata la discesa, il clamoroso colpo di scena, la caduta della maglia rosa, un errore di guida, l’impatto con un muro di neve, il ribaltamento, la bici rovinata, la squadra assente, e la malasorte che di colpo presentava tutto insieme il conto. Avremmo saputo poi, noi e Steven, che quella tappa l’aveva portata a termine con una costola microfratturata.

L’inseguimento dell’olandese, disperato e destinato a prosciugarlo, ma anche l’inseguimento di Valverde, arrivato a un passo dal compimento prima che Nibali incontrasse un grandissimo Michele Scarponi che l’avrebbe aiutato a riprendere margine, lanciandolo verso la stoccata decisiva sulla salita di Risoul, quella che avrebbe fatto staccare anche Chaves.

Il tripudio, un capolavoro a metà perché mancava ancora la seconda parte del copione, quella che prevedeva il ritorno di Nibali in maglia rosa; un ritorno concretizzatosi al rientro in Italia, tra la fine del Colle della Lombarda (ancora grande gioco di squadra, stavolta con Tanel Kangert) e lo strappo di Sant’Anna di Vinadio, con Chaves staccato, aiutato invano dal connazionale Rigoberto Urán (in barba alle regole di squadra, ma in ossequio all’unione di Colombia), arrivato alla fine stremato e sconfitto, mentre Vincenzo esultava per il secondo Giro in palmarès.

 

Il secondo Giro c’è; e il secondo Tour?
L’arrivo di Sant’Anna di Vinadio è stato un concentrato di passione ed emozione, a livelli quasi inenarrabili. I genitori di Chaves che prima soffrono, poi vanno ad abbracciare Nibali, poi vanno a piangere con il loro Esteban, il quale però esibisce una capacità incredibile di prendere tutto con la giusta filosofia.

Valverde che arriva ed esulta come un bambino, come se nella sua straordinaria carriera non avesse mai vinto nulla, e un podio al Giro lo riempisse di felicità; ma far parte della festa di un Giro così straordinario è un punto d’arrivo per chiunque, ogni ciclista al mondo avrebbe voluto essere nella fotogallery di questa corsa rosa numero 99, avrebbe voluto far parte del racconto di queste tre settimane sublimi, concluse da due giorni da infarto.

Quasi che non conti neanche troppo chi ha vinto e chi ha perso, “tutti primi al traguardo del mio cuore” dicevano un tempo, non si contano gli attestati di stima per Kruijswijk, precipitato dalla rosa al quarto posto, un’assenza dal podio che pare uno sfregio, per quanto l’olandese aveva fatto vedere sulle montagne. Non si contano i tifosi conquistati da Chaves, non si conta l’ammirazione per quel cagnaccio di Valverde, che in una settimana ha raddrizzato il suo Giro fino a un podio che testimonia il valore di questo corridore sempre in prima linea, dall’inverno all’autunno, ogni santa stagione da 16 anni in qua.

E non si può misurare la capacità di sognare dei tifosi di Nibali, certo cresciuti di numero (in questi ultimi 2-3 giorni non si è parlato quasi d’altro che di Giro, in Italia), e uniti nel lussurioso pensiero che Vincenzo possa ora andare al Tour per far doppietta, perché c’è chi dice che solo lui potrebbe riuscirci nel ciclismo d’oggi, e la logica ci dice che vincere il Giro è un ottimo inizio per tentare di bissare col Tour… Poi non succederà, ovviamente, tutto tornerà nei ranghi, Nibali stesso minimizza, “penso più alle Olimpiadi che al Tour”, ma si sa che non può allargarsi troppo, visto che il capitano Astana per la Grande Boucle dovrebbe essere Fabio Aru.

No, non succederà, impossibile. Non succederà, ma se succede…

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