Majlinda Kelmendi premiata dal presidente del CIO Tomas Bach © Twitter
Majlinda Kelmendi premiata dal presidente del CIO Tomas Bach © Twitter

Kosovo, San Marino: stesso sogno, diverso destino

Due nazioni puntavano a raccogliere la prima medaglia della propria storia a cinque cerchi

Una delle tante bellezze dei Giochi Olimpici risiede nella possibilità di ammirare atleti di tutto il mondo darsi battaglia nelle differenti discipline, andando alla spasmodica scoperta di questo o di quello staterello caraibico, africano o oceanico.

A Londra toccò bagnare l’esordio nel medagliere a diversi paesi: il Bahrain fu di bronzo nei 1500 metri donne con Maryam Yousuf Jamal, al Botswana con Nijel Amos d’argento negli 800 metri, a Cipro con il velista Pavlos Kontides primo battuto nel Laser. E ancora, il Gabon che, nel taekwondo, arrivò ad un passo dal trionfo nella massima categoria; allora gioimmo noi con Carlo Molfetta, e il gigante Anthony Obame fu comunque accolto come un eroe al rientro a Libreville.

Fu anche la volta di Grenada con l’oro di Kirani James nei 400 metri, del Guatemala con il marciatore Erick Barrondo argento e in lizza alla pari con i temibili cinesi, al Montenegro con la squadra femminile della pallamano superata dalle più esperte norvegesi.

All’inizio dei XXXI Giochi Olimpici estivi dell’era moderna erano ben 77 nazioni su 208 facenti parte del sistema CIO a non aver ancora potuto assaporare la gloria di un podio nel palcoscenico più importante del mondo. Ci sono paesi popolosissimi come Bangladesh e la Repubblica Democratica del Congo e isole sperdute della Polinesia come le Cook e Tuvalu. Nella lista anche diversi territori europei: Albania, Andorra, Bosnia e Herzegovina, Malta, Monaco e San Marino.

Proprio la Repubblica del Titano aveva oggi la grandissima possibilità di concludere la carestia di medaglie grazie a due sorelle: Alessandra e Arianna Perilli, protagoniste del panorama nel tiro, specialità fossa olimpica. Classe ’78 Arianna, campionessa europea nel 2005 e nel 2006 nonché portabandiera nella cerimonia d’apertura carioca. Classe ’88, mai incoronata migliore del continente ma vicinissima a Londra 2012, laddove fu portabandiera, e andò ad un’incollatura dal realizzare il sogno dei circa 30 mila abitanti di Serravalle e dintorni.

Alessandra riuscì ad entrare nella finale a sei della fossa e terminò la propria fatica con 93 piattelli colpiti su 100, alla pari della francese Delphine Réau e della slovacca Zuzana Stefeceková. Ma i posti sul podio sono due per tre atlete, visto che Jessica Rossi ha stampato un irreale record del mondo di 99 su 100. Si va quindi agli spareggi, dove la nostra, purtroppo, trema: al primo piattello tutte lo prendono, al secondo lei sbaglia, le altre no. Amaro, amarissimo legno.

La possibilità di replica, stavolta per entrambe le sorelle, è arrivata ieri a Rio de Janeiro. Ma non è giornata: in qualificazione Arianna finisce con 65 piattelli presi su 75. Peggio ancora fa Alessandra con 63, entrambe distanti dai 67 serviti all’australiana Catherine Skinner (poi sorprendente oro) per entrare tra le migliori sei.

Se lo Stato incastonato tra Marche e Romagna deve rimandare a Tokyo il passo storico (anche perché gli altri tre atleti – il tiratore Stefano Selva, il judoka Kharim Gharbi e il saltatore Eugenio Rossi – non hanno la possibilità di riuscirvi), non altrettanto ha fatto il Kosovo. Il paese divenuto indipendente nel 2008 è alla prima esperienza (così come il Sud Sudan) e, tra le proprie fila, ha una fenomenale atleta.

Lei è Majlinda Kelmendi, judoka nata nel 1991 a Pec, nella parte occidentale del paese. Dall’età di 8 anni si diletta con il judogi addosso e risultati arrivano, diventando una costante nelle categorie giovanili. Nel 2009 vince il Mondiale Juniores di categoria (52 kg) e nell’anno seguente è nona nella rassegna assoluta. Difende i colori del proprio paese, che dal 2009 fa parte della federazione europea di judo. Ma non è ancora membro del Comitato Olimpico Internazionale.

Nel 2012 ci sono i Giochi Olimpici a Londra e la Kelmendi è una delle favorite; solo che non può gareggiare con il colore azzurro del proprio paese, “inesistente” per la famiglia a cinque cerchi. Fu parte della delegazione dell’Albania, paese con il quale il Kosovo ha in comune lingua, cultura, tradizione, religione e buona parte di storia. Non è una rassegna da ricordare: dopo aver battuto al primo turno la finlandese Sundberg, la sua corsa deve fermarsi agli ottavi contro la mauriziana Legentil che la fa fuori con un ippon.

Ma questa è stata solamente una battuta d’arresto momentanea: da lì, infatti, prende il via una cavalcata che la porta a vincere i titoli mondiali nel 2013 e nel 2014 a cui aggiungere quelli continentali nel 2014 e nel 2016. È di gran lunga la più forte della categoria e nel 2014 viene premiata come miglior judoka al mondo tra tutte le categorie.

Il 9 dicembre 2014 il comitato olimpico kosovaro è stato accettato dal CIO come membro a pieno titolo; questo vuol dire principalmente presenza ai Giochi Olimpici. E al Maracanà la Kelmendi sfila, seguita da altri sette connazionali, nella cerimonia di apertura, per un momento altamente simbolico.

Pathos che si ripete due giorni dopo, quando è in programma la sua competizione: è la numero 1 del tabellone nonché la nettissima favorita. Agli ottavi si sbarazza con un ippon della svizzera Tschopp e ai quarti si prende la rivincita sulla mauriziana Legentil, pur non brillando. Non si dimostra irresistibile neppure nella semifinale contro la giapponese Nakamura, ma comunque tanto basta per entrare in finale ed assicurarsi la prima medaglia nella storia del paese.

A dividerla dall’oro c’è solo l’italiana Odette Giuffrida, capace di arrivare al momento clou eliminando rivali più accreditate di lei. Ma l’azzurra poco può in finale contro la Kelmendi che, piazzando all’inizio dell’assalto uno yuko (il colpo meno importante dei tre che assegnano punti), si limita a controllare fino al termine dei 4′ di gara. È oro, e Majlinda scoppia in lacrime. Non riuscirà a trattenere le lacrime neppure sul podio dove a premiarla c’è il presidente del CIO Tomas Bach, venuto a mantenere la promessa di essere il cerimoniere della prima, storia medaglia kosovara.

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