Latour, Thomas, Alaphilippe e Sagan sul podio di Parigi © ASO - Alex Broadway
Latour, Thomas, Alaphilippe e Sagan sul podio di Parigi © ASO - Alex Broadway

Thomas guida la carica dei promossi

Le pagelle del Tour de France: Alaphilippe e Sagan, garanzia di vittorie e spettacol. Cavendish e Kittel non pervenuti, ASO tragicomica

Geraint Thomas – 10
Ancora si stenta un po’ a crederci, ma Geraint Thomas ha vinto il Tour de France e lo ha fatto con pieno merito. Inscalfibile dal primo all’ultimo giorno, il gallese ha corso in maniera impeccabile, da autentico padrone, sfruttando il roboante trenino Sky, quest’anno più forte che mai, per controllare magistralmente la corsa dalla posizione di vantaggio che ha avuto sin dalla cronosquadre. Non solo la gialla, però, per il nativo di Cardiff, il quale, inoltre, si è tolto la soddisfazione di vincere su entrambi gli arrivi in salita alpini. Dalla pista ai grandi giri, passando per le pietre e le volate tirate a Boasson Hagen e Cavendish, questa la stupefacente parabola di uno dei vincitori più inaspettati nella storia della Grande Boucle, che dopo anni di gregariato ha saputo togliersi la soddisfazione più bella.

Tom Dumoulin – 9.5
2° al Giro solo due mesi fa e ora 2° al Tour. Un po’ di amaro in bocca per non essere riuscito a vincere nessuna delle due corse il buon Tom lo avrà, ma ciò che ha fatto l’olandese quest’anno può essere definito in un solo modo: magnifico. Nessuno negli ultimi 20 anni si era avvicinato così tanto alla doppietta. Peccato solo per quell’infausta foratura nella tappa con arrivo al Mur de Bretagne, senza la quale sarebbe stato molto più vicino a Thomas in classifica e, magari, avrebbe potuto giocarsela in modo diverso, specialmente nelle tappe pirenaiche. C’è la sensazione, comunque, che la vittoria alla Grande Boucle sia solo rimandata e, inoltre, ha tutta una carriera davanti per ritentare la doppietta, per ora, solo assaporata.

Chris Froome – 9
Lui la doppietta l’ha accarezzata più di tutti, avendo vinto il Giro; tuttavia, sui Pirenei, sotto gli attacchi dell’arrembante Roglic, ha dovuto alzare bandiera bianca, vedendosi sfuggire la storia (record di vittorie al Tour e prima doppietta dai tempi di Pantani) da sotto il naso. Ha fatto comunque in tempo a ridestarsi di colpo nella cronometro finale, in modo da strappare il podio dalle mani del sopraccitato rivale sloveno. Potrà comunque consolarsi pensando che il suo tentativo di doppietta è andato meglio rispetto a quelli delle sue storiche nemesi Contador e Quintana.

Peter Sagan – 9
Non ci sono cadute e nemmeno separazioni che tengano dinnanzi al carrarmato slovacco, protagonista dell’ennesimo grande Tour. Tre vittorie di tappa, la sesta maglia verde (raggiunto Zabel) e la solita buona dose di spettacolo. In un ciclismo che, quando arriva luglio, sempre più spesso tende ad annoiare, Sagan, col suo estro e il suo carisma, è una perenne ventata d’aria fresca.

Julian Alaphlippe – 9
Prosegue la stagione da incorniciare del dinamico Julian, che da giovane di belle speranze si è trasformato in campione a 360 gradi. Vince due tappe di montagna, domando sia Alpi che Pirenei, conquista la maglia a pois e si erge a grande protagonista ogni volta che la strada sale, andando a conquistare ben 4 HC e animando tappe che, senza di lui, sarebbero state, probabilmente, la causa di un ricovero di molti di noi per overdose di noia.

Primoz Roglic – 8.5
Non avrà conquistato il podio, ma un posticino nel cuore di molti sicuramente sì (in quello di chi vi scrive, Roglic, ci sta da tempo immemore, per la verità). Si difende sulle Alpi, ma da Mende in poi tira fuori i denti ed è l’unico ad attaccare concretamente gli Sky, tenace nel tentativo crivellare il treno con continui e feroci scatti. La sua vittoria a Laruns è, probabilmente, la più bella di tutto il Tour, sicuramente la più voluta, ottenuta con una caparbietà degna dei migliori Evans e Vinokourov. Forse a causa degli sforzi del giorno prima, o forse per via d’un calo di concentrazione dovuto all’euforia per lo splendido trionfo, fa una crono al di sotto delle sue possibilità, seppur non negativa, e perde il podio. Un passo falso che servirà da lezione a un atleta molto più giovane ciclisticamente che anagraficamente, il quale, sicuramente, può crescere ancora molto.

Lawson Craddock – 8.5
Il primo, nella storia, a rimanere all’ultimo posto della classifica generale dal primo all’ultimo giorno. Un eroe postmoderno che incarna in sé l’essenza del ciclismo: la capacità di soffrire oltre il possibile e l’immaginabile per raggiungere un obiettivo. Lui, oltre a quello di concludere la Grande Boucle ne aveva un altro, grandiosamente nobile, raccogliere fondi per sistemare il velodromo di Houston. Nella speranza che ci riesca noi gli tributiamo un meritatissimo inchino.

Steven Kruijswijk – 8
Il suo Tour, oscurato un po’ da quello del compagno Roglic, è stato, comunque, stupendo. Dimostra grande gamba e concentrazione sin dalla prima settimana, in montagna è costantemente tra i 5/6 più forti e sull’Alpe d’Huez rischia anche di portare a termine un’impresa epocale. Il pel di carota olandese, in questa Grande Boucle, ha dimostrato che il corridore visto al Giro 2016 non era una meteora, mettendosi dietro gente, alla vigilia, più quotata di lui, come Landa e Bardet, e conquistando un bellissimo 5° posto. Chissà che l’anno prossimo non torni al suo caro Giro d’Italia, per provare a conquistare quel podio in un grande giro il quale, alla luce di quanto dimostrato sulla strada, è paradossale che non sia ancora presente nel suo palmares.

John Degenkolb – 8
Sprazzi del corridore meraviglioso ammirato prima dell’infortunio di due anni fa. Conquista, per la prima volta in carriera, una tappa alla Grande Boucle nella sua Roubaix e si piazza con continuità in volata. Incrociamo le dita e speriamo sia l’inizio di una seconda vita ciclistica per un campione a cui la sfortuna ha già portato via troppo.

Dylan Groenewegen e Fernando Gaviria – 7.5
Recitano il ruolo di padroni della prima settimana, conquistando due tappe ciascuno. Poi, appena il Tour si fa duro, decidono di tornare a casa. Indubbiamente fortissimi, probabilmente i due assi per eccellenza degli sprint al momento, alla luce, anche, della crisi mistica che affligge Marcel Kittel da quando è passato in Katusha, ma non ci sarebbe dispiaciuto vederli, quantomeno, provare a terminare il Tour.

Greg Van Avermaet – 7.5
Non vince alcuna tappa, ma veste per 8 giorni la maglia gialla e va in fuga a più non posso, onorando la Grande Boucle come pochi hanno avuto l’ardire di fare. Uno di quei ciclisti che si trasformano in compagni di un viaggio lungo 21 giorni. Grazie Greg per averci dato, sovente, un motivo per non appisolarci davanti al tubo catodico.

Daniel Martin – 7
Peggiora la posizione in classifica dell’anno scorso, per via, anche se non soprattutto, di una concorrenza più qualificata, ma si consola ottenendo il suo secondo successo sulle strade francesi, nella tappa con arrivo sul Mur de Bretagne. Conquista, inoltre, il numero rosso finale di più combattivo, anche se forse lo avrebbero meritato di più altri.

Omar Fraile e Magnus Cort Nielsen – 7
In un Tour in cui lo spazio per le fughe è stato molto risicato, questi due coraggiosi sono stati gli unici, oltre ad Alaphilippe, a vincere una tappa andando all’attacco al mattino. Di fatto, inoltre, hanno salvato il Tour di un’Astana tradita dal suo capitano Jakob Fuglsang.

Bahrain Merida – 6.5
Perdono Nibali in un modo che definire raccapricciante è poco. Con molta dignità, tuttavia, riescono a fare in modo che il loro Tour non finisca in mezzo ai fumogeni dell’Alpe d’Huez, e, con gli Izagirre, Pellizotti, Colbrelli e Pozzovivo, si ergono a protagonisti della Grande Boucle ottenendo una miriade di bei piazzamenti. Resterà il rammarico per ciò che avrebbe potuto fare Vincenzo, ma i suoi compagni meritano un fragoroso applauso per come hanno reagito all’atroce misfatto.

Arnaud Démare e Alexander Kristoff – 6.5
Salvano in extremis il loro Tour con una vittoria ciascuno, allo sprint, nella 3° settimana, quando la concorrenza ormai era dimezzata e Sagan acciaccato. Hanno il merito, comunque, di aver portato a termine il Tour (anche se Démare …)

Pierre-Roger Latour – 6.5
Corre un Tour un po’confusionario, tra il gregariato per Bardet e qualche fuga non andata a buon fine. Arriva una maglia bianca voluta, ma conquistata quasi di inerzia, vista la concorrenza composta dallo sfortunato Guillaume Martin (voto 7 al merito per aver concluso il Tour con una costola fratturata) e da Egan Bernal, gregario Sky lasciato solo al suo destino nella tappa di Roubaix, in cui ci ha rimesso 16 minuti (voto 8, in ogni caso, all’enfant prodige colombiano, il quale, a 21 anni, è stato gregario preziosissimo dei suoi due capitani in salita). L’impressione, comunque, è che sarebbe ora di spaiarlo da Bardet e dargli modo di correre, a tutti gli effetti, per sé stesso.

Bob Jungels – 6
Non centra la top-10, ma ha la scusante di aver dovuto spendere molte più energie nella prima settimana di tutti i suoi rivali, dato che ha corso da gregario per i suoi compagni più adatti ai tipi di traguardi presenti nei primi 10 giorni. È protagonista, comunque, di un Tour migliore rispetto a quello di altri corridori più quotati (Fuglsang, Majka, Adam Yates) e cresce la curiosità per vederlo capitano in un grande giro sin dal primo giorno.

 Nairo Quintana – 6
Il suo Tour è ampiamente insufficiente sino a Saint-Lary-Soulan, con la debacle sull’Alpe d’Huez, fino a quel momento la sua salita, come punto più basso di una Grande Boucle obbrobriosa. Poi, nella mini tappa, arriva la reazione d’orgoglio, da campione quale Quintana è, anche se ogni tanto se ne dimentica. Un attacco a inizio salita, da scalatore vero, e buonanotte a tutti quanti. Sul traguardo, poi, le lacrime di chi si è tolto un gorilla dalla spalla. Un’infingarda caduta nella tappa di trasferimento di Pau, con conseguenti ferite e dolori, gli toglie la possibilità di giocarsi le sue carte nel tappone pirenaico e lo fa precipitare dal 5° al 10° posto della classifica generale. Ad ogni modo, una sufficienza risicata, grazie al bel acuto di Saint-Lary-Soulan, la strappa, ma non salva assolutamente il Tour disastroso della Movistar.

Romain Bardet – 5.5
Un netto passo indietro rispetto all’ultimo Tour. Brilla sull’Alpe d’Huez, pur non riuscendo a conquistare l’ambito traguardo, ma sugli altri arrivi in salita stenta e a Saint-Lary-Soulan va in crisi dicendo addio, definitivamente, al podio. Si rifà, in parte, con una crono sopra le aspettative che gli permette di strappare il 6° posto a Mikel Landa. Resta la sensazione, ad ogni modo, che gli manchi qualcosa per poter realmente aspirare alla vittoria del Tour de France.

Ilnur Zakarin – 5.5
Il 9° posto è troppo poco per un corridore che, nella stagione precedente, era arrivato quinto al Giro e terzo alla Vuelta. In montagna non è mai al livello dei migliori, pur tendendo, come al solito, a crescere nell’arco delle tre settimane. Entra nei 10 in extremis, complice il crollo verticale di Fuglsang, e finisce la Grande Boucle, se non altro, con una bella prestazione a cronometro. A noi, tuttavia, di questo suo Tour resterà, principalmente, l’orrida sensazione provata nel vederlo scendere con le mani sulla parte alta del manubrio. A 29 anni è, forse, arrivato il momento che qualcuno gli insegni i fondamentali di questo sport, perché altrimenti vincerà sempre meno di quanto il suo portentoso motore potrebbe permettergli.

Mikel Landa – 5
E #FreeLanda fu, ma forse era meglio tenerlo incatenato, se questi dovevano essere i risultati. Cade nella tappa del pavé, senza grosse conseguenze, e non riesce mai ad essere protagonista nelle frazioni di montagna, dove corre perennemente sulla difensiva e, sovente, si stacca dai più forti. Prova a dare un senso al suo Tour attaccando sul Tourmalet con Bardet, Zakarin e Majka. La Movistar orchestra pure bene l’azione (una volta tanto), ma le gambe degli interpreti sono quelle che sono e appena il gruppo dietro si ridesta dal torpore, sull’Aubisque, prima con le tirate di Gesink e poi coi furenti scatti di Roglic, i fuggitivi, incluso il basco, devono, rapidamente, alzare bandiera bianca. Conclude la Grande Boucle con una cronometro troppo brutta per essere vera. L’anno scorso, quando militava tra le fila del Team Sky, era arrivato 15° a 51” da Bodnar nella prova contro il tempo conclusiva di Marsiglia. Quest’anno a Espelette è giunto 45° a 3’11” da Dumoulin. Rimandato alla Vuelta.

Alejandro Valverde – 5
Inutile dire che lui la buona volontà ce la mette anche, ma il periodo negativo cominciato alle classiche delle Ardenne, dove aveva iniziato a palesare la perdita di un po’ di smalto, continua anche alla Grande Boucle. Alla fine, conclude fuori dai 10 un Tour con pochissimi guizzi, che non lo ha realmente mai visto neanche avvicinarsi al livello dei migliori. Che sia iniziato il tramonto di uno dei più grandi ciclisti degli ultimi 15 anni?

Jakob Fuglsang – 4.5
Un lontano parente del corridore che abbiamo ammirato, negli ultimi tempi, nelle brevi gare a tappe, tipologia di corsa di cui ormai è un califfo. Costretto a rimanere sempre sulla difensiva poiché incapace di tenere la ruota dei migliori, a lungo staziona, comunque, in alta top-10, prima di crollare definitivamente sui Pirenei, guadagnandosi, così, ahinoi, una bocciatura piena.

Warren Barguil – 4.5
Al Tour deve aver mandato il cugino del baldanzoso corridore ammirato alla scorsa Grande Boucle. Ritenta con la strategia che tante gioie gli aveva regalato nel 2017, ovvero uscire di classifica per andare in fuga, fare incetta di tappe e conquistare la maglia a pois. Ma la condizione non è quella dei giorni migliori e, come se non bastasse, sulla sua strada trova un Julian Alaphilippe che lo porta a scuola in ogni occasione.

Rafal Majka e Adam Yates – 4.5
Il Tour li respinge sin da subito e con le fughe non va tanto meglio. Yates cade quando era in testa da solo Bagnères-de-Luchon e Majka trova sulla sua strada Quintana a Saint-Lary-Soulan e Roglic sull’Aubisque. L’unica nota positiva, in particolare per il polacco, è che la condizione sembra in crescita e, per entrambi, potrebbe esserci modo di rifarsi nel proseguo della stagione (magari alla Vuelta).

Marcel Kittel – 4.5
Le doti non si discutono, ma da quando è in Katusha non ne imbrocca una. Il rapporto con i compagni, in particolar modo coi membri del suo treno, pare non ingranare ed è questo probabilmente il motivo per cui, poi, fanno così tanta fatica a coordinarsi nel caos delle volate. Esce fuori tempo massimo nell’undicesima tappa e per la prima volta dal 2013 a oggi non conquista nemmeno una frazione alla Grande Boucle.

Mark Cavendish – 4
Evanescente. Non c’è molto altro da aggiungere. Un po’ l’età, un po’ una squadra totalmente incapace di supportarlo e il Tour di Cannonball finisce presto e senza nemmeno un sussulto.

ASO – 0
Tre settimane di spettacolo osceno, tra un percorso rivedibile e un problema sicurezza che si fa sempre più grande. I primi 10 giorni risultano banali e, sovente, pericolosi; le Alpi ci lasciano in memoria poco o nulla e i Pirenei verranno ricordati, più che altro, per la ridicolissima partenza con le griglie della tappa con arrivo a Saint-Lary-Soulan. Prudhomme, tutto tronfio, probabilmente convinto di apparire ai più come il nuovo Henri Desgrange (anche se, per la verità, ricordava di più il Pagliaccio Baraldi di Fabio De Luigi), riferendosi alla mini tappa con partenza a griglie aveva avuto il coraggio di parlare di nuovo brand creato dal Tour de France (una tappa per allievi un nuovo brand, non so se ci capiamo). Mentre il nostro amato direttore si vantava della sua spiccata creatività, inoltre, sulle strade ne succedevano di tutti i colori. Da Nibali che piomba al suolo in mezzo ai fumogeni, fratturandosi una vertebra, a Froome spinto a terra da un arrembante gendarme, passando per la protesta di ferventi agricoltori, vogliosi di boicottare il Tour per gridare al mondo le loro ragioni, risolta a colpi di spray al pepe, il quale, purtroppo, in modo quasi tragicomico, è finito pure negli occhi di molti, poveri, corridori, che loro malgrado si sono ritrovati in mezzo a questa pseudo guerriglia molto pepata. Cara ASO, per il prossimo anno meno nuovi brand e più sicurezza, grazie.

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