Il gruppo dell'Inseguimento a squadre dopo l'oro a Glasgow © FCI
Il gruppo dell'Inseguimento a squadre dopo l'oro a Glasgow © FCI

La combriccola di Glasgow era tutta gente a posto

Bilancio straordinario per l’Italia agli Europei: messe di medaglie, vittorie preziose, Cassani in sollucchero, Villa e Salvoldi da piedistallo

Eh già, un po’ di rocker di Zocca non guasta mai, a sottolineare il momento in cui si va finalmente al massimo, dopo anni di vita spericolata… Anche se immaginare il posato nonché salutistissimo Davide Cassani, responsabile tecnico azzurro, nei panni del Vasco nazionale, fa sorridere alquanto.

Ma il nuovo corso dell’Italia questo è: una nazionale che riesce a vivere lo spirito del momento, si tinge di rock, non teme i riflettori, e per esempio coglie al volo l’occasione di questo Europeo speciale, multidisciplinare, una piccola Olimpiade con tanti occhi puntati sopra, per fare benissimo. Son segnali anche questi.

Son segnali ad esempio quelli che dicono che in pista, area nella quale ormai siamo stabilmente usciti dalla fase di lallazione, e anzi riusciamo a esprimerci in maniera chiara e forte, ebbene nella pista portiamo a casa un oro nell’Inseguimento maschile e un argento in quello femminile; un argento nell’Omnium maschile e un bronzo in quello femminile. Oltre a una fantastica Corsa a punti. Che però non è specialità olimpica, le altre quattro invece sì: dalle parti di monsieur Malagò si stappa già, al pensiero di TokyoVentiVenti.

E il CONI ha ben donde di farsi venire l’acquolina in bocca, perché anche nella MTB portiamo a casa un signor argento (Luca Braidot), per non parlare della strada, oro+oro, quando mai si era verificato? (2007, Stoccarda, Bettini e Bastianelli l’ultima volta, o forse l’unica). E se Bastianelli è ancora lì, trait d’union tra un ciclismo dominato (quello azzurro un paio di lustri fa) e quello d’oggi che a fatica esce dalle nebbie, per il resto quasi tutto è cambiato.

Non Dino Salvoldi, vero deus ex machina del settore femminile, produttore industriale di medaglie come poche discipline hanno espresso – a livello tecnico – negli ultimi decenni. Chapeau, ancora una volta, per come ha messo in campo le squadre: quella su strada, ovviamente, un tutt’uno proteso all’unico obiettivo possibile, la vittoria. Facendola in tasca all’Olanda semi-imbattibile. E la squadra su pista, quel tetris fantastico, sposta qui, metti lì, assembla su, sistema giù, fino a trovare l’assetto perfetto. Che fa doppia rima con quartetto, tanto per essere banalmente poeticisti.

In pista Salvoldi condivide sudori e sentori con Marco Villa, uomo in più quasi sorrentiniano, l’asso nella manica che non ti aspetti, il feticista dell’understatement che però porta a casa risultati in serie, e non è più questione di avere quel tigre nel motore che risponde al nome di Elia Viviani, né di poter contare sulla crescita (per quanto un po’ frenata, al momento) di Filippo Ganna. Qui si lavora, facendo anche qualche carpiato (vedi alla voce “tetto di Montichiari”), ma ottenendo risultati importanti. Quella pista – dicevamo – in cui ora ci esprimiamo come non accadeva da tanto tempo: al punto da notare più che percettibili sommovimenti addirittura nella linea dell’elettroencefalogramma del settore Velocità, fin qui piatta, e invece a Glasgow un minimo rianimata dai 500 metri della Miriam Vece, dal chilometro di Francesco Lamon.

E non lo consideriamo eminenza grigia, ma di sicuro impastatore di spessore, vocazione politico (futuro presidente, massì), però quel Davide Cassani (è di lui che parliamo ora), capace di lasciare un segno anche negli albi d’oro… son soddisfazioni che non si possono pagare. Voleva dimostrare di non essere solo un bravo volano, di non essere solo un ottimo oliatore di ingranaggi, di non essere solo portato per coordinare, indirizzare, amministrare risorse umane. Ma pure di vincere, sulla sporca strada.

E a Glasgow ha vinto, porca miseria, eccome se ha vinto. Ha vinto con Matteo Trentin (e Davide Cimolai), e subito ci ha tenuto – corretto, legittimo, sacrosanto – a riportarci con la mente al rettilineo di Bergen, lì Trentin sbagliò a impostare la volata e ciao podio (quarto amarissimo posto), qui ha fatto tutto perfettamente, e la perfezione in genere ha il colore dell’oro, nello sport.

Ci avrebbe anche potuti ricondurre a Doha, uguale a oggi con stoccatore di giornata + preziosa pedina accanto in un gruppo ristretto (lì furono Giacomo Nizzolo e Jacopo Guarnieri), per proporre un ulteriore parallelo che facesse giustizia di troppe critiche che gli son piovute addosso all’ammiraglia in passato. Perché un ct ha il dovere di portare il suo uomo migliore a giocarsi la vittoria, o almeno la medaglia, e poi sta a chi pedala metterci quel plus. Che a volte arriva, a volte si colora d’argento come Viviani all’Europeo 2017, a volte sbatte sul palo del legno (il già citato Trentin di Bergen). A volte va a dama. Come oggi. Come speriamo possa succedere ancora, spesso, sempre di più, a partire da Innsbruck magari. Ma basta sognare, oggi non ce n’è bisogno: c’è una splendida realtà da ammirare. Alla fase onirica, ci ripenseremo più in là; per il momento, va bene va bene va bene va bene va bene va bene va bene va bene, va bene così…

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