Il momento decisivo de Il Lombardia 2018: Thibaut Pinot stacca Vincenzo Nibali © LaPresse - Fabio Ferrari
Il momento decisivo de Il Lombardia 2018: Thibaut Pinot stacca Vincenzo Nibali © LaPresse - Fabio Ferrari

Quel Rambo del Lago di Como…

Thibaut Pinot vince il Giro di Lombardia staccando sul Civiglio Vincenzo Nibali (gran secondo) e conquistando il successo più bello e importante in carriera. Podio per Teuns

Un paio di settimane fa pensavamo che fosse corretto che Alejandro Valverde avesse vinto un Mondiale, finalmente, perché pensare alla sua carriera che termina senza quel successo veniva difficile, e più che altro lasciava in bocca un retrogusto di ingiustizia (posto che di sport parliamo, e quindi di eventi minori, e il concetto di giusto e ingiusto è, in quest’ambito, quasi un’iperbole, se rapportato a…). Ora, ci viene la tentazione di riciclare quei pensieri e spenderli anche per Thibaut Pinot, per sottoscrivere quanto fosse sbagliato che non ci fosse nel suo palmarès una vittoria dello spessore di un Giro di Lombardia.

I grandi giri, chissà se mai ne conquisterà uno, l’hanno sin qui respinto in malo modo, in maniera anche brutale se ripensiamo ad esempio ai fatti dell’ultima corsa rosa, completamente distrutto nel fisico quando aveva il podio in tasca, dopo la giornata di Bardonecchia. Poteva, l’impatto di un corridore del genere, generoso, leale, entusiasta, limitarsi a qualche tappa nei GT, o a qualche corsa minore, foss’anche di pregio come l’ultimissima Milano-Torino? Certo che no.

Poteva e doveva ricominciare tutto da una gara monumentale, per quel che riguarda la carriera del più italiano tra i francesi, e non lo si dice con vano e vezzoso orgoglio nazionalistico, quanto con curiosità non intaccata dagli anni, giacché viene proprio difficile pensare a un transalpino così innamorato delle cose di casa nostra, e delle corse di casa nostra anche, al punto da sacrificare più volte il sacro Tour al frizzante Giro, e da porre i magnifici finali di stagione nel Belpaese (diventati un must per il ciclismo tutto, in questi anni ’10) come uno dei momenti topici delle sue annate da ciclista.

Ora arriva per lui il premio più ambìto, più atteso, più meritato. La Classica delle Foglie Morte, francofila sin dall’intitolazione, prévertiana e mai banale, complessa e fascinosa, il che poi sembra una traslazione in gara ciclistica del carattere di questo bel Thibaut, bello nel senso non estetico (non solo, perlomeno), ma proprio relativamente alla sua personalità: mai banale, complessa, fascinosa. Ce lo dirà lui poi se ama anche le poesie.

 

Nibali rinverdisce i fasti delle sue sconfitte più belle
A far da contraltare alla giornata esaltante di Thibaut Pinot, la sconfitta di Vincenzo Nibali, che poi per molti tanto sconfitta non è; a dire la verità non amiamo parlare di “vincitori morali”, di “argenti che valgono come un oro” e via retorizzando. Chi vince vince, chi perde perde, anche chi perde benissimo, regalando spettacolo ed emozioni come lo Squalo ha fatto oggi.

Ha perso, questo bisogna dirlo senza cercare di aprire paracadute di sorta; ma poi bisogna allo stesso tempo ricordarsi che lo sport non è solo vittoria o muerte, c’è di mezzo tantissimo, e quel tantissimo ha un significato, se è vero che alcuni spettacolosi tracolli nibaliani, proprio un Lombardia di tanti anni fa, fuga assurda dal Ghisallo e implosione sul lungolago, per non dire della Liegi maledettamente iglinskyana, o dell’Angliru con Horner, ce li portiamo nel cuore come gemme preziose che imperlano una carriera di per sé (e sempre più) straordinaria.

Ci fa piacere, tantissimo piacere, ritrovare Vincenzo che lotta come una bestia per portare a casa un risultato, anche se non quello più grosso, ma ci saranno magari altre occasioni; il suo ripartire nel momento in cui viene ripreso, il suo andare a prendersi così la piazza d’onore, ha tanto di cose vecchie, epiche quasi, di Bartali in fuga, poi raggiunto, poi vincitore allo sprint… E allora sì, perdere non è come vincere, ma ci può essere il modo di ritagliare fotogrammi di gioia anche in una sconfitta.

 

Una partenza lanciatissima prima della fuga a 8
Si è cominciati subito al piccolo trotto in questo Giro di Lombardia numero 112, e il gruppo non aveva neanche lasciato Bergamo che già si contavano i primi ritiri (Serge Pauwels della Dimension Data dopo appena 3 km!), gente evidentemente del tutto svuotata al termine della stagione, messa lì in startlist a far numero. Poco male, la corsa si è comunque sviluppata su direttrici ben determinate, con un ritmo altissimo e molteplici tentativi falliti a precedere il via della fuga del giorno.

L’azione è partita al km 27 dei 241 totali, composta da 8 uomini: due della Bardiani-CSF, ovvero Umberto Orsini e Alessandro Tonelli, e poi il tonicissimo Davide Ballerini (Androni-Sidermec) di questo periodo, Florian Sénéchal (Quick-Step Floors) che già ci aveva provato in soliltaria al km 8, Franck Bonnamour (Fortuneo-Samsic), Jhonatan Restrepo (Katusha-Alpecin), Michael Storer (Sunweb) e Marco Marcato (UAE Emirates).

Gli 8 hanno avuto 6′ di vantaggio massimo al km 56, sulla discesa del Colle Gallo, prima rampa di giornata, col gruppo tirato da Movistar e Groupama-FDJ, fin qui abbastanza blandamente. È stata la squadra francese ad alzare il ritmo già sul Colle Brienza, portando dopo la discesa il gap a meno di 4′, prima di tornare a rilassarsi un attimo, rilasciando ai battistrada un altro po’ di spago: in fondo si era ancora a metà gara, e con 120 km ancora da coprire non era il caso di riavvicinare troppo i fuggitivi.

 

Fermento sul Ghisallo, bravo il giovane Orsini
Con l’appropinquarsi al Colle del Ghisallo la corsa si è invece decisamente accesa, sempre con la Groupama a menare fendenti. La salita è stata approcciata con 2’30” dal gruppetto dei fuggitivi, che si è subito sbriciolato: fuori causa Restrepo prima ancora che la strada si mettesse a salire, poi out Sénéchal, e ai -68 (a 7 dalla vetta) uno scatto di Orsini ha completato l’opera dissipatoria. Al toscano della Bardiani si sono accodati Storer e Bonnamour, poi pure Tonelli ha provato a chiudere quando le pendenze si sono fatte più leggere, e ci è riuscito, ma sembrava piuttosto evidente che quell’azione non sarebbe durata ancora a lungo, anche perché dal plotone non ci si limitava ad aumenti di ritmo, ma partivano anche contrattacchi in serie.

Tra gli altri, sempre sul Ghisallo, abbiamo visto muoversi Jan Hirt (Astana), poi un gruppetto con Matteo Montaguti (AG2R La Mondiale), Sergio Henao (Sky), Carlos Verona (Mitchelton-Scott), e con loro pure Matej Mohoric (Bahrain) e Robert Gesink (LottoNL-Jumbo), infine – mentre in tanti perdevano pure contatto, su tutti Bob Jungels (Quick-Step) – Jack Haig (Mitchelton), l’unico con Hirt a riuscire nel frangente a evadere dal gruppo.

In cima Orsini, previo acconcio scatto in vista del Gpm, è transitato per primo e anche queste son soddisfazioni, conquistare da neoprofessionista una delle vette leggendarie del ciclismo; poi Tonelli e Storer e Bonnamour, quindi a 50″ Haig, a 1’20” Ballerini e Hirt (il ceco era stato superato nel finale di salita dall’australiano), e a 1’40” il gruppo preceduto di pochi metri da Simone Velasco (Wilier Triestina-Selle Italia). In discesa ha continuato a tirare la Bahrain, che prima l’aveva fatto con Nibali (Antonio), e ora con Izagirre (Gorka). La Colma di Sormano era dietro l’angolo.

 

Parte da lontano (da Sormano) l’azione decisiva
Inutile dire che i fuggitivi non avrebbero visto per primi la cima della successiva salita, ovvero la Colma di Sormano. Hirt e Ballerini erano stati già ripresi ai -55, poi sulla salita ai -51 ecco che è stato raggiunto Haig, e ai 50 – dopo un altro breve allungo di Orsini con Storer, e si era già sul tratto definito Muro di Sormano – anche gli attaccanti della prima ora sono stati riacciuffati. Tutto da rifare, con una LottoNL-Jumbo che da diversi chilometri tirava in maniera convinta, preparando il terreno per un assalto a lunga gittata del suo capitano: George Bennett? No, Primoz Roglic.

Lo sloveno che ha incantato tutti al Tour de France è scattato ai -49, a 2 dalla vetta di Sormano. Ha guadagnato pochi secondi, e il gruppo tirato da Franco Pellizotti (all’ultima recita da professionista, grandi complimenti per la sua prestazione), mentre perdeva pezzi uno dopo l’altro, continuava a tenere a vista il contrattaccante. Nella ventina di unità che, avvicinandosi alla vetta, componevano il plotone (quel che ne restava), i Bahrain-Merida erano schierati ottimamente dietro a Pelliza, e invece il Campione del Mondo Alejandro Valverde non era messo benissimo, restando piuttosto defilato, e peggio ancora era posizionato Romain Bardet, direttamente in coda.

Quando sul finale dell’ascesa il ritmo si è ulteriormente infuocato, il capitano dell’AG2R è andato completamente nel pallone, finendo addosso a uno spettatore, dovendo mettere piede a terra, di fatto chiudendo lì ogni possibile velleità. Davanti, invece, fuochi d’artificio.

E sì, perché a mezzo chilometro dalla vetta era scattato Vincenzo Nibali, proprio lui, e aveva staccato tutti, proprio tutti, meno uno: Thibaut Pinot. I due alfieri di Bahrain e Groupama hanno raggiunto in un attimo Roglic, e l’hanno piantato in asso, andando a scollinare praticamente a braccetto (mancavano a quel punto 47 km), e accingendosi a percorrere assieme la pericolosa e lunga discesa dalla Colma.

Quel mezzo chilometro di forcing era stato sufficiente al duo italo-francese per scavare un solco notevolissimo, nell’ordine di 30-40″ sul drappello del boccheggiante Valverde. Il murciano ha riordinato le idee nei primi metri di discesa, e si è messo in testa di reagire, ma non ha trovato collaborazione; al contrario, ha trovato contrattacchi, di Egan Bernal (Sky) prima, di Rigoberto Urán (EF Education First-Drapac) poi; ma se Rigo è stato raggiunto dopo poco, il giovane Egan ha fatto i numeri, andando a recuperare da solo quei 40″ di gap rispetto ai due di testa. Non chiedeteci come abbia fatto, già andare al ritmo di Nibali e Pinot era una cosa da pazzi, su quella discesa, più ancora lo era andare al ritmo di Roglic (che è stato bravo a sua volta a chiudere sugli altri due, andando a riprenderli ai -39.5), ma andare al ritmo di Bernal, per recuperare 30-40″ su discesisti del calibro di Vincenzo o Primoz, beh: capolavoro, o come volete definirlo? Capolavoro della giovanile incoscienza, per essere forse un tantino più completi.

 

Civiglio, o dell’assalto all’arma bianca di Pinot
Incoscienza o meno, Bernal è rientrato subito dopo la fine della picchiata, ai -32.5; il gruppetto di Valverde (al cui interno si segnalava una foratura che metteva fuori causa Gianni Moscon) continuava ad annaspare privo di organizzazione al suo interno, finché non sono stati gli EF (segnatamente con Daniel Martínez) a incaricarsi di inseguire, ma l’efficacia non era tanta, anche perché i Bahrain (Domenico Pozzovivo, Ion Izagirre, ancora Pellizotti), lì in agguato a rompere cambi o a stoppare eventuali contrattaccanti (tra cui Valverde stesso), facevano ovviamente il gioco dei battistrada.

I quali si son presentati ai piedi della salita di Civiglio con ancora 40″. Con Roglic che non collaborava, dichiarandosi esaurito nelle energie; con Bernal che cercava di gestirsi con una sapienza superiore di molto ai suoi pochi anni. Dopo un paio di chilometri di scalata, a 17 dalla fine, Pinot ha piazzato il primo scatto, e tanto è bastato per Roglic: ciao amici, ci vediamo un’altra volta. Bernal pure ha patito il colpo ma è riuscito – con un po’ di apnea – a salvarsi per il momento, e a rifarsi sotto.

Ma quando Nibali ha rilanciato poco dopo, il colombiano ha dovuto alzare bandiera bianca. Sì, restando lì non lontano per un altro chilometro più o meno, ma impossibilitato a far di più che guardare le spalle degli altri due. Pinot ha continuato a forzare per tutto il tempo, Nibali alla sua ruota a gestire le forze. Thibaut è scattato ai -15, e il siciliano ha risposto bene.

A 14.5 dal traguardo (meno di un chilometro dalla vetta) il francese ha messo in strada il terzo affondo, e ancora Vincenzo ha reagito con apparente baldanza. Lo scollinamento (e con esso i momentanei patimenti dello Squalo, che a quel punto con tutta evidenza aveva qualcosa in meno rispetto all’avversario) era ormai prossimo, ma il capitano della Groupama ha pensato che “ora o mai più”, e allora ha raccolto le forze per un ultimo, tremendo scatto, a circa 300 metri dalla vetta. È stato proprio lo scatto di troppo per Nibali.

Quando Nibali non ne ha per rispondere a un avversario, o a un cambio di ritmo generalizzato, guarda giù. Muove la testa quasi come un segno di resa, non vuole guardare o forse cerca di trovare nelle gambe, là in basso, la scintilla di una reazione. La quale però non arriva, quando le cose son già messe così. Oggi, perlomeno, non è arrivata. Ed è un gran peccato, perché al Gpm mancava pochissimo. Tanto bastò però a Pinot per involarsi, 300 metri per spiccare il volo, forse all’ultima occasione buona.

 

Thibaut verso la vittoria, Nibali ripreso ma…
Thibaut ha pedalato in maniera eccentrica nell’eccentrica discesa dal Civiglio, non possiamo dire che l’abbia fatto bene, ma è stato efficace, pur tra mille correzioni in corsa. Il punto è che Nibali, per un paio di minuti (risultati poi determinanti), si era praticamente messo in stand-by, completamente avulso da se stesso e dalla corsa, e lì il francese ha costruito il suo margine. Quando infine l’ossigeno è tornato ad affluire nel cervello dello Squalo, e il sangue ha ripreso a scaldargli le gambe, era tardi. Tardi per riprendere la scia di un Thibaut sempre più scatenato, ma non per difendere il prezioso piazzamento.

Difendere, certo, perché sul Civiglio non è che dietro fossero rimasti a guardarsi: Tim Wellens (Lotto Soudal), Rafal Majka (Bora-Hansgrohe), poi in maniera molto più efficace Daniel Martin (UAE Emirates), ma anche Rigoberto Urán, avevano dato battaglia. Avete visto bene, non abbiamo citato Valverde, perché l’iridato nel frangente si è addirittura staccato. E non è riuscito – a differenza di Pozzovivo, e Ion Izagirre, e Dylan Teuns (BMC) – a riportarsi poi sul gruppetto di Martin in discesa.

Il drappello dell’irlandese ha invece fatto bene i propri conti, mettendo Nibali nel mirino dopo la breve discesa, e continuando ad avvicinare il siciliano nei chilometri successivi, quando si dava l’assalto al Monte Olimpino, salitella (-ella, ad onta del nome roboante, e già mashato in “OlimPinot”) posta a 4 km dalla fine. Vincenzo l’ha approcciata in debito, visibilmente, chiedendo acqua (senza riceverne) alle motostaffette, e focalizzando l’eventualità – sempre più reale – di venir ripreso. Qui il capolavoro tattico dello Squalo, il quale sulla rampetta si è gestito, accettando di perdere gli ultimi secondi che gli rimanevano sui primi inseguitori, ma scegliendo di non finirsi, di lasciare da parte un goccetto di gran riserva, che tornasse buono per un ultimo, estremo scatto.

E cosciente che anche gli avversari, alla fine di una giornata così esigente, dovevano per forza di cose essere molto stanchi, si è fatto riprendere (l’hanno ripreso) in cima all’Olimpino, ai -3, ha respirato, ha raccolto le ultime forze, e dopo mezzo chilometro è ripartito secco, proprio lui, in barba a tutti gli inseguitori che pensavano forse di aver archiviato la pratica Nibali in vista della lotta per la piazza d’onore.

 

La grande reazione di Vincenzo vale la piazza d’onore
Pinot volteggiava sulla sua bici, saltellava gli ostacoli (tombini o passaggi pedonali che fossero), rideva fin quasi a sganasciarsi, esultava e si esaltava, dava il cinque a tifosi speciali presenti per lui sul percorso (i compagni di squadra Jérémy Roy e William Bonnet che si erano ritirati da tempo e avevano optato per mettersi tra il pubblico e aspettare l’arrivo dell’amico campione). Andava a vincere, acclamato in maniera sportiva e riconoscente (in tutti i sensi del termine “riconoscente”).

Negli stessi istanti, Nibali rimetteva spazio tra sé e gli altri, e con svolazzo d’artista si assicurava il secondo posto, a 32″ da Pinot. A 43″ la volata del bronzo ha visto imporsi Teuns su Urán, Wellens, Izagirre, Majka e Pozzovivo; solo nono Martin, a 48″; top ten chiusa da George Bennett a 1’22”; appena fuori, 11esimo a 1’31” (in volata su Bernal, Michael Woods e altri), l’atteso e deluso Valverde.

Un Giro di Lombardia (perdonate ma “Il Lombardia” non ci appartiene) molto bello, forse esaltato addirittura dalla cassazione del San Fermo della Battaglia (lavori stradali in corso), solitamente ultima salita di questo percorso con arrivo a Como, la cui assenza ha probabilmente fatto sì che i super-big entrassero in scena già a 50 km dalla fine (il Monte Olimpino non rappresentava certo lo spauracchio della situazione che avrebbe potuto bloccare tatticamente la gara “in attesa di”).

In ogni modo, un finale di stagione su strada degno, spettacolare, in linea con la storia di questa corsa tanto bella quanto tuttora considerata quasi una cugina minore rispetto alle classiche di primavera. Eppure con niente da invidiare a quelle. Perché, come ci ricorda Pinot, ci sta benissimo di considerarla, semplicemente, “la più bella“.

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