Alejandro Valverde e Simon Yates in azione alla Vuelta © PhotoGomezSport
Alejandro Valverde e Simon Yates in azione alla Vuelta © PhotoGomezSport

Ale e Simon se la sono spassata alla grande

Pagelle 2018: è l’anno di Valverde e Yates, senza dimenticare Froome e Thomas. Disastroso Aru e tutta la UAE Emirates

Alejandro Valverde – 9
Il murciano risponde con una maglia iridata a chi pensava che dopo l’incidente del Tour 2017 non sarebbe tornato quello che prima. Certo, gli anni che passano cominciano a pesare anche su di lui, dopotutto nelle sue Ardenne è stato sconfitto e nei GT ha sofferto più che in passato, finendo fuori dal podio di una Vuelta abbastanza abbordabile, ma sono i minimi difetti dell’ennesima stagione da urlo: partita subito alla grande con fame chimica di vittorie, a fine marzo erano già 9 compresa una Vuelta Catalunya dominata. Con la vittoria a Innsbruck, su un percorso fatto su misura per lui, resta davvero poco ad aggiungere ad una grandissima carriera, e questo forse può diventare il suo primo vero limite; adesso l’unica lacuna importante è Il Lombardia, corsa che anche quest’anno gli è risultata indigesta. Nel frattempo, potrebbe esordire al Fiandre…

Simon Yates – 9
Indiscussa rivelazione stagionale nell’ambito delle corse a tappe. Il maggior merito di Simon è aver compiuto il famoso (e neanche troppo atteso) “scalino” senza perdere nulla del suo modo di correre aggressivo e gagliardo: i primi segnali di una grande stagione alla Paris-Nice, vincente sull’arrivo in salita e sconfitto da Soler solo all’ultima tappa; meraviglioso poi al Giro d’Italia, a Sappada ha regalato una delle più belle azioni della stagione, ha dato anche l’impressione di non avere nulla da recriminare per il crollo nella terza settimana, consapevole di non essere ancora pronto per vincere un Giro d’Italia;  per una Vuelta sì, invece, correndo più di riserva, ma neanche troppo. È il volto sorridente di una Mitchelton-Scott che invece si rattrista per Esteban Chaves (s.v), durato quest’anno giusto la prima settimana (e che settimana!) del Giro d’Italia: il colombiano non vede ancora la luce in fondo al tunnel dei suoi guai.

Chris Froome – 8.5
Meglio una tappa da leoni o una doppietta Giro-Tour da pecora? Nel caso di Chris Froome, la prima scelta è la più azzeccata. Il britannico esce dalla stagione 2018 con una popolarità (almeno fuori dalla Francia) impensabile fino a poco tempo fa, grazie all’impresa della Venaria Reale – Bardonecchia, una delle più belle cavalcate solitarie del ciclismo moderno. Con la vittoria al Giro, ottenuta correndo in totale discontinuità col Froome del passato, ha conquistato il pubblico italiano, per poi abbozzare con quello francese, al seguito di una tesissima vigilia di Tour con la conclusione un po’ sgangherata della vicenda relativa alla positività al salbutamolo: il podio ottenuto con compagno vincente è un compromesso più che accettabile. E dopo 3 GT di fila vinti e 4 sul podio, si gode il meritato riposo, anche se sarebbe stato bello vederlo onorare un Mondiale alla portata degli scalatori.

Tom Dumoulin – 8.5
Il più meraviglioso dei piazzati della stagione 2018. Non ha mai potuto assaporare la gioia di alzare le braccia (2 vittorie stagionali sì, ma a cronometro tra Giro e Tour), ed ha fatto una notevole collezione di secondi posti: 2° al Giro, 2° al Tour, 2° anche al mondiale a cronometro, e appena fuori dal podio in quello su strada. Su due piedi, verrebbe da dire che l’olandese avrebbe fatto bene a rinunciare ad uno di questi quattro appuntamenti: ma poi, come avremmo potuto godere della sua tenacia a Sappada e della sua resistenza tra Sestriere e Jaufferau? come avremmo saputo rinunciare ai suoi tentativi disperati a Lauruns di mettere in difficoltà la maglia gialla, o all’estremo zig-zag sull’infernale Höll, per poi riuscire in un ricongiungimento impossibile al gruppo di testa alla fine del Mondiale? Dumoulin soffre l’epoca del garagismo ma emoziona lo stesso, essendo uno dei più bei passisti che ci è concesso di godere al giorno d’oggi.

Primoz Roglic – 8.5
Altro corridore da corse a tappe ad aver compiuto un importante scalino in questo 2018, a tutti i livelli: a cominciare dalle corse a tappe di una settimana, dove lo sloveno aveva già dimostrato in passato di poter dare il meglio, e difatti le vittorie a Romandia e Giro dei Paesi Baschi non sono mai state messe in discussione. Il vero banco di prova era però il Tour de France: è andato oltre le aspettative, concludendo in crescendo fino alla vittoria di tappa a Lauruns; solo il giro a vuoto nella crono di Espelette non gli ha permesso di salire sul podio. Nelle corse di un giorno non sono ancora arrivati risultati di peso, ma al Lombardia è riuscito per la prima volta a risultare protagonista di una grande corsa.

Geraint Thomas – 8
Ora che la stagione è terminata, appare più chiaro come sin dall’inizio il gallese sia stato preparato come piano B per il Tour de France, nel caso che Froome non avesse potuto correre o esprimersi al meglio. Ha corso pochissimo, ma abbastanza tirato a lucido (2° nell’Algarve, poi 3° alla Tirreno-Adriatico), l’unica “anomalia” è la partecipazione alla Parigi-Roubaix con la quale tra l’altro cadendo ha anche rischiato di rovinare la stagione. Vincendo il Delfinato è apparso ormai chiaro che la forma-Tour fosse più di quella di un semplice gregario, e comunque Thomas è andato meglio che in qualunque altro GT nel passato, con la doppietta tra Rosiére e Alpe d’Huez e soprattutto riuscendo a tenere per tutte e 3 le settimane, cosa che non era ancora riuscito a fare (va detto che nel 2017 la sua sfortuna ha messo parecchio i bastoni tra le ruote). Dispiace che dopo il Tour sia praticamente sparito, forse più appagato che stanco: almeno una partecipazione al mondiale a cronometro sarebbe stata più onorevole. Ma chi non sarebbe appagato dopo aver vinto un Tour dopo una carriera da pistard?

Egan Bernal – 8
Con un presente già solido, il team Sky ha già assicurato anche il futuro col precoce colombiano: comincia la sua prima stagione ad alto livello vincendo in casa alla Colombia Oro y Paz, contro i mammasantissima del suo paese. E non si ferma qui: solo una caduta all’ultima tappa gli impedisce di salire sul podio alla Vuelta a Catalunya dove si rompe la clavicola; dopo un mese è già pronto per spaventare Roglic al Romandia e a dominare al Giro di California. Esordisce al Tour, dove resta in corsa pur sfrangendosi contro un ammiraglia, e solo questo gli impedisce di portare a casa una maglia bianca altrimenti ampiamente alla sua portata, pur correndo totalmente al servizio della maglia gialla. L’unico grosso problema del ragazzo è insomma la tendenza a cadere rovinosamente: fa tris a San Sebastian dove si fa male abbastanza da compromettere la partecipazione al Mondiale. Si rivede comunque nel finale di stagione, correndo da leone anche Il Lombardia. Nel 2019 potrebbe già diventare uno dei corridori-top per i GT, col Giro come possibile bersaglio.

Elia Viviani – 8
Il plurivincitore 2018 è un velocista ed è un italiano: il passaggio alla Quick-Step giova tantissimo ad Elia, il quale nonostante la concomitanza con un Fernando Gaviria (6) così così nonostante l’esordio con doppietta al Tour de France, ed un team ricco di punte e corridori vincenti, trova tutto lo spazio necessario per primeggiare con frequenza, cominciando al Tour Down Under e terminando alla Vuelta a España: nel mezzo, il dominio delle volate al Giro d’Italia, le 7 vittorie complessive nei GT, il bis ad Amburgo, una Gent-Wevelgem non facilissima nel quale è stato sopravanzato solo da Sagan, ma sopratutto il titolo tricolore vinto da vero cacciatore di classiche. È il salto di qualità definitivo per il veronese, che tra l’altro in stagione non ha disdegnato un ritorno in Pista agli Europei, con oro nell’inseguimento a squadre, argento nell’Omnium e la testa a Tokyo, dove il percorso della prova su strada è sbarrato da diverse montagne.

Michael Valgren Andersen – 8
Spesso sottovalutato, il danese si rifà con una stagione da urlo, in una squadra tradizionalmente non votata alle classiche dove la poca attesa gli permette anche la necessaria entropia: sorprendente al Nord, dove vince una (brutta) Omloop Het Nieuwsblad da finisseur, per poi essere protagonista e finire ai piedi del podio al Giro Delle Fiandre; chiude la prima parte di stagione con la vittoria nella “sua” corsa, l’Amstel Gold Race. Nella seconda, dopo un Tour corso a caccia di fughe vincenti, entra bene in gioco andando sul podio alla Bretagne Ouest Classic per poi ritagliarsi un ruolo da protagonista anche al Mondiale, come già fece 4 anni fa quando si “rivelò” tra i professionisti attaccando con De Marchi a Ponferrada. Mi raccomando avversari, continuate ancora a sottovalutarlo!

Julian Alaphilippe – 8
Sempre più centrale il ruolo del francese nel mondo del ciclismo, con una vera “esplosione” nella stagione in corso: 12 vittorie in tutto, il doppio di quanto aveva vinto finora da professionista. Spiccano le prime classiche (curiosamente non aveva mai vinto corse in linea), spodesta Valverde alla Freccia Vallone per poi battere Mollema alla Clásica San Sebastián; nel mezzo, la gioia forse più grande, la maglia a pois al Tour con due vittorie di tappa per gradire. Con questo percorso da vincitore assoluto (arrivano poi anche Il Tour of Britain e la Okolo Slovenska) arriva al Mondiale da favorito, ma un po’ spompato: non regge sullo Höll e chiude così la sua stagione con una nota stonata, rimandando allo Yorkshire l’appuntamento con la maglia iridata.

Enric Mas – 8
Nell’incredibile stagione della Quick Step c’è spazio per un traguardo mai raggiunto e forse nemmeno auspicato dalla squadra di Lefévère: un podio in un GT. E questo grazie alla rivelazione proveniente dalle Baleari, solamente al secondo anno da professionista e cresciuto nei vivai del team belga. Già nella prima parte di stagione Mas comincia a ottenere risultati importanti a Paesi Baschi e Svizzera, ottenendo ad Arrate la sua prima vittoria da professionista e comportandosi da miglior giovane in entrambe le gare; alla Vuelta parte in sordina e come i veri corridori da corse a tappe viene fuori solo nella terza settimana, fino alla vittoria di Collada de la Gallina che lo porta addirittura al secondo posto finale.

Peter Sagan – 7.5
Altro tassello importante nella carriera dello slovacco la stagione 2018, la prima dopo 3 anni senza conseguire il titolo di campione del mondo come ampiamente preventivato. Ma è un’altra gioia che arriva ed era effettivamente una delle più attese e imprescindibili nel suo palmarès, la Parigi-Roubaix vinta con un attacco coraggioso a 50 km dall’arrivo. A questa si aggiunge un’altra Gand-Wevelgem ed il ristabilito ruolo di maglia verde al Tour de France, con annesse 3 vittorie di tappa. Poi la caduta nella mini-tappa pirenaica al Tour ne mina il rendimento nel resto della stagione, è forse anche per questo motivo una delle stagioni meno vincenti della carriera dello slovacco, con “soli” 8 successi stagionali: escluso l’anno d’esordio, ha fatto peggio solo nel terribile 2014, recentemente descritto come un’annata nella quale era seriamente tentato a gettare la spugna.

Thibaut Pinot – 7.5
La vittoria al Lombardia risolleva la stagione sfortunata e inefficace del francese nelle corse a tappe: arriva al meglio al Giro d’Italia vincendo il Tour of The Alps, ma viene colto da un malanno proprio nell’ultima tappa di montagna mentre stava lottando per il podio. Ritenta alla Vuelta, dove riporta due degli arrivi in salita più difficili (Lagos de Covadonga e Col de la Rabassa), ma giri a vuoto in altre tappe lo tengono lontano dal podio anche lì. Però la gamba resta buona e si rifà con gli interessi nelle classiche italiane, vincendo anche la Milano-Torino prima di far tornare in Francia dopo 20 anni la Classica delle foglie morte con una coraggiosa azione sul Muro di Sormano.

Miguel Ángel López Moreno – 7.5
Non male, a 24 anni, salire sul podio di due GT nella stessa stagione: “Superman” conferma dunque quanto di buono fatto vedere già nelle categorie giovanili. Come corridore è risultato però un po’ anonimo ed irritante: nella prossima stagione si chiederà un po’ più di coraggio al colombiano che quest’anno ha conquistato anche 3 vittorie in altrettanti arrivi in salita tra Tour of Oman, Tour of The Alps e Vuelta Burgos.

Vincenzo Nibali – 7.5
Ancora una stagione imprevedibile per il siciliano, un patrimonio per questo sport: tenace, imprevedibile, dove lui c’è ed è in condizione di dire la sua le corse si animano. Ha osato, e questo gli ha permesso di vincere una Milano-Sanremo che praticamente nessun altro, in tempi moderni riuscirebbe a vincere con un’azione sul Poggio. Un vero peccato che gli obiettivi stagionali, Tour de France e Mondiale, vengano compromessi da un assurdo incidente sull’Alpe d’Huez: tuttavia le fatiche cumulate per presentarsi al meglio al Mondiale gli permettono di avere una gamba accettabile per il Lombardia, e tanto basta per infiammare la gara, andare vicino al successo  e lottare con le unghie e con i denti per mantenere il secondo posto.

Pascal Ackermann – 7.5
In un’annata nella quale André Greipel (5.5) comincia a rallentare e litiga col management della Lotto Soudal, Marcel Kittel (3.5)  si comporta in maniera deleteria alla prima stagione in Katusha, e John Degenkolb (6.5) dà timidi segnali di risveglio vincendo a Roubaix nel Tour de France pur restando ai margini delle volate, il presente degli sprint in Germania rinasce in casa porta il nome ed il cognome del 24enne della Bora-Hasgrohe, al secondo anno da professionista e rivelazione stagionale. Nove successi in tutto di cui 6 in corse a tappe minori del World Tour, la doppietta Brussels-Fourmies ed il campionato nazionale, battendo proprio Degenkolb. A questo punto pressoché sicuro il suo approccio ad una grande corsa a tappe nel 2019, nonostante una presenza ingombrante come Sagan in squadra.

Niki Terpstra – 7.5
Il “boss” delle Fiandre quest’anno è l’olandese, pressoché imbattibile alla Ronde e vincente anche ad Harelbeke e Le Samyn. Ma è più un segno dell’annata di dominio assoluto della Quick Step nelle corse del Nord, che ha visto Philippe Gilbert (6.5) grande uomo squadra sempre determinante negli appuntamenti più importanti, pur senza successi individuali, Yves Lampaert (7) trovare lo spazio individuale finora per lo più negato con la Dwaars Door Vlaanderen e soprattutto l’ambito titolo belga, Fabio Jakobsen (7) domina le volate di Nokere-Koerse e Schedelprijs per poi confermarsi con 7 vittorie stagionali come uno dei più promettenti velocisti in rampa di lancio. Dopotutto, è una squadra dal vertiginoso numero di 73 successi stagionali, dei quali la Cronosquadre Mondiale è una naturale conseguenza.

Michal Kwiatkowski – 7
Altra stagione nella quale il polacco riesce ad alternare egregiamente ruoli di gregariato (specialmente al Tour) con occasioni individuali, spostando la sua attenzione dalle classiche (dove a essere onesti fallisce un po’ ovunque) alle corse a tappe. Vince difatti la Tirreno-Adriatico e domina la corsa di casa, il Giro di Polonia, che ancora mancava colpevolmente nella sua bacheca. Gli ottimi risultati invogliano lui e la sua squadra a tentare di correre la Vuelta a España, il GT per lui naturalmente più tagliato, da capitano, ma non dura una settimana: poco da fare, evidentemente non è il suo. Riesce anche a sfiorare il podio nella cronometro dei mondiali.

Marc Soler – 7
Non solo Mas rappresenta la nouvelle vague dei corridori spagnoli da corse a tappe: comincia a emergere anche il talento di Soler, che i più ricorderanno come vincitore del Tour de l’Avenir nel 2015. É ancora in Francia che il catalano trova il suo spazio ideale, andando a vincere a sorpresa la Parigi-Nizza grazie ad un’azione che gli permette di ribaltare la classifica nell’ultima tappa. Ottima la prima parte della stagione, che lo vede salire sul podio della Vuelta Andalucia e far bene anche nel Catalogna, si spegne nella seconda dove ha comunque la possibilità di assaggiare le strade del Tour de France. Colpisce il suo amore per il ciclismo: da corridore da corse a tappe ha preteso e ottenuto di partecipare alla Parigi-Roubaix, dove si è anche distinto andando in fuga.

Bob Jungels – 7
In un solo giorno il lussemburghese ha valorizzato tutta una stagione: capolavoro per lui alla Liegi-Bastogne-Liegi, autore di un’azione bellissima di cui l’ultimo nel tempo a farsi protagonista è stato un suo connazionale, Andy Schleck. Il resto della stagione è però abbastanza povero, e prevalentemente al servizio dei velocisti della squadra, soprattutto Gaviria al Tour de France (dove fa comunque classifica, ma conclude fuori dalla top ten), e come treno nella cronosquadre mondiale vinta.

Matej Mohoric – 7
Lo sloveno sta venendo fuori lentamente, ma sta venendo fuori, alla fine, alla sua quinta stagione da professionista nonostante sia ancora giovanissimo. Le sue vittorie spesso non sono banali: comincia con un bell’exploit al Gp Industria e Artigianato dove fa valere tutte le sue doti da discesista, per poi mettere il segno al Giro d’Italia nella tappa di Gualdo Tadino, con una fuga a due venuta fuori solo nei chilometri finali della frazione più lunga. Dimostra di cavarsela bene anche in salita, arrivando sul podio nella corsa di casa prima di indossare la maglia di campione nazionale, per poi perfezionare un ottima stagione vincendo il Binck Bank Tour (anche qui decisiva una fuga-bidone che gli ha permesso di mettersi avanti ai big) ed il rinato Detuschland Tour, stavolta a suon di volate. 7 vittorie stagionali dalle quali emerge come nelle categorie giovanili che il ragazzo è forte ovunque: l’anno prossimo si cimenterà anche nelle classiche del nord.

Michael Matthews – 7
Stagione interlocutoria e non particolarmente fortunata per l’atipico velocista australiano, che si è trovato spesso a cadere o subire malanni nei momenti topici della stagione, come è accaduto al Tour de France del quale era maglia verde uscente. Ciò non gli ha comunque impedito di distinguersi con ottime prestazioni (5° alla Freccia Vallone) e successi pesanti, concentrati nel mese d’Agosto con la vittoria a Geerardsbergen con 2° posto al BinckBank Tour e la doppietta nelle classiche canadesi. Testa già al mondiale dello Yorkshire nel quale potrebbe essere uno dei principali favoriti

Rohan Dennis – 7
La stagione 2018 incorona un nuovo re delle cronometro: l’ex recordman dell’ora ha deciso con successo di concentrarsi totalmente contro le lancette, vincendo tutto quello che c’era da vincere quest’anno: tappa al Giro, tappe alla Vuelta, Campionato Mondiale. L’unica sconfitta stagionale in linea è nell’esordio stagionale a Gerusalemme contro Tom Dumoulin.

Tiesj Benoot – 6.5
L’agognata prima vittoria professionistica del talento belga rispecchia in pieno le qualità dell’atleta: Benoot trionfa al termine di una Strade Bianche infangata e corsa con forza e coraggio. É il vertice di un’ottima primavera del belga, sempre tra i primi in gran parte delle classiche del pavé alle quali ha partecipato e ai piedi del podio anche nella Tirreno-Adriatico; perde la bussola dopo aver sofferto una caduta al Tour, non ritrova la gamba per un mondiale ottimo per le sue caratteristiche e riesce giusto a farsi rivedere in spolvero solo alla Parigi-Tours.

Tim Wellens – 6.5
Altra stagione interlocutoria per lo scattista fiammingo, il quale se non altro può essere soddisfatto del suo nuovo record di successi stagionali (7). Di positivo c’è la solita partenza a bomba dalla Spagna, la vittoria in una bella semiclassica come la Freccia Brabante, il ritorno al successo al Giro d’Italia a Caltagirone ed il podio alla Bretagne Ouest Classic ed al Binck Bank Tour. Ma manca ancora negli appuntamenti importanti, piazzandosi senza dare mai l’idea di poter fare risultato sulle Ardenne e al Lombardia e risultando completamente anonimo al Mondiale.

Romain Bardet – 6.5
Stagione da inversione dei poli per il francese: spento ed inconcludente nelle corse a tappe quanto frizzante e protagonista nelle classiche. La prestazione più bella la regala in una Strade Bianche corsa col coltello tra i denti e risultando secondo solo a Benoot; ma nel corso dell’annata arriva anche il podio alla Liegi e soprattutto il bronzo al Mondiale, “salvando” la sua nazionale dalla defaillance di Alaphilippe. Tour abbastanza da dimenticare invece, complice la controprestazione a Saint Lary Soulan non va oltre il sesto posto.

Gianni Moscon – 6.5
Il trentino esce tutto sommato bene da una stagione molto difficile a livello nervoso, non tanto per la vittoria finale al Tour of Guangxi ma per come sia riuscito ad uscire con disinvoltura da situazioni molto scomode. L’annata è cominciata con la spada di Damocle dell’interminabile querelle con Reichenbach, chiusasi all’indomani della Parigi-Roubaix col più ovvio dei nulla di fatto. Neanche 3 mesi di tranquillità per arrivare all’espulsione dal Tour de France dopo il pugno a Gesbert nella tappa di Carcassone, al quale è seguito una sanzione forse eccessiva per l’entità dell’offesa. Moscon ha reagito nel modo migliore, vincendo immediatamente al ritorno alle gare in una Coppa Agostoni corsa in maniera impressionante, e dimostrando di poter essere l’unico capitano accettabile per la nazionale; come tale corre a Innsbruck e fa anche bene, chiudendo 5°, tuttavia dà la sensazione di essersi lasciato prendere dalla foga ed aver gestito male lo sforzo. Insomma Moscon è forte, determinato, ma può ancora migliorare, di testa oltre che di gambe.

Matteo Trentin – 6.5
Il nuovo capitolo della carriera del trentino alla Mitchelton-Scott comincia nel segno della sfortuna, con 2 infortuni a gennaio in Australia ed in aprile alla Parigi-Roubaix. Le cose vanno molto meglio col ritorno in strada a fine giugno, mentalizzato su un obiettivo, l’Europeo di Glasgow, che consegue contro i re del cross Mathieu Van Der Poel (7, ancora limitato il suo impegno su strada) e Wout Van Aert (8 per la spettacolare stagione del nord a valle di un titolo mondiale). Alla Vuelta non si rende protagonista delle volate come nella scorsa stagione, essendo in una squadra più impegnata alla vittoria finale: per la prima vittoria in maglia di campione europeo bisogna attendere il Tour of Guangxi.

Arnaud Démare – 6.5
Niente di veramente clamoroso nella stagione del velocista transalpino, ma si può dire che la pagnotta se l’è portata a casa, con un podio a Milano-Sanremo e Gent-Wevelgem, la seconda vittoria in carriera al Tour de France a Pau ed il filotto imperiale fatto al Tour Poitou-Charentes: 5 tappe su 5 vinte, compresa una cronometro individuale di 23 km. Il gesto tecnico più bello di tutti resta però l’interminabile volata sul pavé nella prima tappa della Parigi-Nizza a Meudon, conclusa con una vittoria al fotofinish contro Gorka Izagirre.

Alexander Kristoff – 6
Può una vittoria sui Campi Elisi salvare un’intera stagione? Probabilmente sì nel caso del norvegese, reduce da 4 stagioni ad altissimo livello ma come tanti suoi compagni di squadra, “stregato” dalla maledizione UAE (approfondiremo in coda). 5 vittorie stagionali sono un po’ poche per i suoi standard (se non altro consolida il particolare primato del GP Francoforte: 4 vittorie nelle ultime 4 edizioni disputate!) e la primavera è sempre più carente, col solo risultato soddisfacente della medaglia di legno alla Sanremo. Se poi vogliamo proprio essere cattivi, la vittoria dei Campi Elisi è stata comunque facilitata dalla “dispersione” di velocisti dalla partenza fino a Parigi, che ha mantenuto i soli Degenkolb e Démare come rivali qualificati.

Richie Porte – 6
Secondo annus horribils di fila per l’australiano, che chiude mestamente l’esperienza triennale con la BMC che con della fortuna maggiore avrebbe potuto regalare qualche soddisfazione in più alla compagine. Quello degli ultimi 3 anni ha dato l’impressione di essere il miglior Porte, ma anche il più fragile: e così arriva al Tour de France nel migliore dei modi, segnando un meritato successo al Tour de Suisse nel quale dimostra di sapersi muovere bene, oltre ad avere una gran gamba…per poi mestamente cadere al Tour de France nella tappa del pavé, prima ancora che cominci il pavé. Da lì in poi non troverà più l’equilibrio fino alla fine della stagione: alla Vuelta per riscattarci, ci arriva debilitato da altri malanni di salute, tenterà con orgoglio almeno la disperata via delle fughe. Arrivederci al 2019 con un’altra maglia, quella della Trek, sperando che porti più fortuna e che gli anni migliori non siano totalmente andati.

Oliver Naesen – 6
La rivelazione del pavé nella stagione 2017 fatica nello sfoggiare un definitivo salto di qualità: l’annata 2018 si chiude con tanti piazzamenti in primavera (il migliore il 4° posto ad Harelbeke), ma senza dare mai l’impressione di avere le carte buone per vincere queste classiche. Migliorato nella velocità (tanti i piazzamenti in classiche che si concludono in volata più o meno ristretta, tra cui il podio a Francoforte), rende comunque sufficiente la stagione comportandosi bene nel finale, con la vittoria nella sua corsa prediletta, la Bretagne Ouest Classic, e la presenza costante nelle primissime posizioni di Paris-Tours, Tour de L’Eurometropole, Memorial Vanderbroucke, classiche canadesi.

Greg Van Avermaet – 5.5
Battuta d’arresto fisiologica per il belga dopo la bulimia di successi degli ultimi due anni. L’annata non è stata dopotutto disastrosa, il buon Greg ha risposto “presente” in tutti gli appuntamenti principali lottando fino alla fine nelle posizioni principali sia al Fiandre che alla Roubaix, ma non può certo dirsi soddisfatto di aver conseguito solo 2 successi in tutta la stagione, il Tour of Yorkshire ed una tappa in Oman. Le sconfitte che forse bruciano di più sono quelle patite nelle classiche canadesi, concluse entrambe sul podio, e al Tour de France, dove sulla strada del successo a Roubaix ha trovato John Degenkolb. L’unico vero giro a vuoto stagionale può considerarsi il Mondiale, certamente molto duro per un corridore da nord come lui ma non più di quanto lo fosse Rio.

Rigoberto Urán – 5.5
Ritorno alla normalità, e quindi alla mediocrità per il colombiano, dopo l’exploit del Tour 2017 che dava effettivamente l’idea di esser stato una mosca bianca. L’annata si rivela abbastanza anonima sulle corse a tappe, con due vittorie minori (una tappa al Colombia Oro y Paz e una in Slovenia), il Tour de France perso già a Roubaix con conseguente ritiro sulle Alpi ed una Vuelta piuttosto piatta conclusa al settimo posto. Nelle classiche non va molto meglio:  non a posto sulle Ardenne, cicca un Mondiale fatto su misura e cerca di farsi perdonare in Italia, andando molto bene al Giro dell’Emilia dove però l’impresa di De Marchi gli nega un possibile successo; è quasi podio anche al Lombardia. In casa Education First, molto più performante la stagione di Michael Woods (7), il quale ignora la classifica di Giro e Vuelta, ma ottiene ottimi risultati a Liegi e Mondiale, centrando un podio canadese a Innsbruck che mancava da circa 35 anni.

Nairo Quintana – 5
Sempre più irriconoscibile, sempre peggio, ad un passo dall’essere rottamato: le ultime due stagioni hanno notevolmente ridimensionato Nairo Quintana, arrivato al professionismo coi crismi dello scalatore potenzialmente più forte dei prossimi anni, massacrato ed umiliato senza posa dai rivali passisti e dalle nuove generazioni. Torna quest’anno allo schema Tour-Vuelta, affrontando una preparazione europea incentrata sulle corse a tappe classiche, dove non impressiona ma non fa neanche disastri, tutto sommato. Dopotutto, al Catalunya comandava Valverde, ai Paesi Baschi Roglic volava, allo Svizzera Porte aveva il vantaggio della cronosquadre e comunque per Nairo arrivava un bel successo con un attacco da lontano sull’arrivo in salita di Arosa. Forse l’unico segnale brutto era arrivato a inizio stagione, con la sconfitta subita dal rampante Bernal al Colombia Oro y Paz proprio all’ultima tappa. Ordunque, si arriva al Tour, partito in salita per via di una caduta: ci si aspetta che sulle Alpi possa attaccare, ed invece resta passivo. Si riscatta vincendo la breve tappa di Saint-Lary-Soulan, ma poi va in crisi a Lauruns chiudendo con un mesto 10° posto. Fa ancora più male il risultato ottenuto alla Vuelta, dove aveva anche la possibilità di correre come “spalla” di un  Valverde. Ma in Movistar la co-capitanatura non sembra essere mai un vantaggio e anche stavolta Quintana finisce la corsa con le pile scariche, prendendo minuti nelle ultime tappe di montagna e allontanandosi dal podio. Lo accompagna nella valle dell’anonimato il basco Mikel Landa (4.5), col quale era stato protagonista di un inutilissima querelle a inizio stagione, ancora meno giustificabile oggi visti i risultati. Landa fa bene solo a inizio stagione, vincendo a Sassotetto nella Tirreno-Adriatico e piazzandosi secondo al Giro dei Paesi Baschi; risulta anonimo al Tour e da lì fino a fine stagione non termina neanche una gara. Come al solito il basco non sa incidere senza un capitano forte.

Fabio Aru  – 3
Il peggiore, senza dubbio alcuno, in questa stagione. Aru esce ancor più ridimensionato di Quintana dall’ultima stagione, più che dall’ultimo biennio. Dalla Vuelta vinta nel 2015 non è riuscito a correre un GT senza calare nella terza settimana beccando scoppole, terminando il Giro d’Italia prima del tempo e la Vuelta in 23° posizione, in entrambi i casi in crisi di nervi prima ancora che di risultati. La scena emblematica di tutta la stagione è il momento in cui il sardo cade nella tappa della Vuelta di Balcón de Bizkaia per un incidente meccanico, urlando in mondovisione esagerati improperi contro la sua bici, una brutta figura anche nei confronti del costruttore. Sembra di rivedere la storia di un altro talento, Damiano Cunego, anche se l’ambizioso sardo sembra molto meno incline a piegarsi alla mediocrità. Sarà come dice Martinelli, vengono fatte scelte sbagliate dalla gente che gli é attorno? Come nel caso del veronese, guarda caso Saronni è sempre di mezzo. E non può essere un caso se anche gli altri talenti passati in UAE corrano al di sotto delle loro possibilità: di Kristoff ne abbiamo già parlato, Daniel Martin (6) ha salvato la faccia con una vittoria di tappa e un buon piazzamento al Tour de France ma è risultato impalpabile nelle sue classiche e ad un Mondiale perfetto per lui, Rui Alberto Faria Da Costa (4) è ormai lontano parente del campione iridato di Firenze 2015 e Diego Ulissi (4.5) sembra rassegnato ad una carriera di secondo piano, con un unico scatto di orgoglio a Leukerbad, nel Tour de Suisse, che non perdona un Giro d’Italia assolutamente negativo.

Visita lo store di Cicloweb!

Archivio

La vignetta di Pellegrini

Versione stampabile