Mathieu van der Poel si prende l'Amstel Gold Race © Amstel Gold Race
Mathieu van der Poel si prende l'Amstel Gold Race © Amstel Gold Race

Il più grande spettacolo dopo il Big Bang

Un incredibile Mathieu Van der Poel rientra ai 300 metri e vince l’Amstel Gold Race su Clarke e Fuglsang. Alaphilippe battuto di lusso, De Marchi e Trentin in top ten

Allora, lo scenario era questo qui: l’Amstel Gold Race volgeva al termine, la news l’avevamo già impostata ipotizzando l’esito più scontato, date le condizioni, e cioè la vittoria di Julian Alaphilippe nello sprint a due su Jakob Fuglsang. Già partiti i complimenti di rito al francese, protagonista di una serie da urlo tra Strade Bianche, Milano-Sanremo e appunto Amstel. Il rinvio all’articolo con la cronaca completa, anche se non c’erano pagine e pagine di notes da riportare, un andamento abbastanza ordinario per la classica olandese, un attacco di gittata di meno di 40 km orchestrato dalla Deceuninck-QuickStep, e pronto per essere finalizzato da Alaphilippe.

Aggiungiamo colore: nella chat redazionale di Cicloweb era già stato detto che la Deceuninck, dopo la sventola presa alla Freccia del Brabante, oggi stava dando una lezione a Mathieu Van der Poel. E il ragazzino entra così, di sguincio e di soppiatto, nella nostra narrazione pasquale. Aveva attaccato a 44 km dalla fine, sul Gulperberg (“GULP!”, “Eccolo!”…), e subito mandato in fibrillazione il sistema venoso di chi scrive e lo attendeva con ansia e curiosità; poi però l’avevano ripreso, e sull’affondo degli uomini di Lefévère, quindi di Alaphilippe, si notava in maniera evidente la sua assenza. È rimasto a secco, ha speso troppo prima, questo il tenore dei nostri pensieri.

Mancava solo di aspettare per vedere il piazzamento di qualche italiano, schiaffare una foto/screenshot dell’arrivo, e la news era pronta per essere mandata in edicola.

Poi è successo quello che è successo: contro ogni previsione, Van der Poel ha vinto l’Amstel Gold Race. Sembrava una prospettiva incredibile ancora a 2 km dal traguardo della gara, e invece si è realizzata, tra le nostre urla di gioia e non di tifo, nel senso che non è che si tifi per MVDP, ma per quel che lui fa, e quando fa quel che ha fatto oggi, come si può trattenere l’embolo? Non si può, semplice.

Ora raccontiamo per filo e per segno la corsa, mentre in mente ci resta il tremore che per minuti ci ha presi, di fronte a una tale impresa, e il ridere irrefrenabile di contentezza che, ancora una volta, ci ha confermato quanto siano gli altri a sbagliare, tutti gli altri intendiamo, quelli che passano la Pasqua a gozzovigliare a pranzo anziché consacrarla – come si dovrebbe – al ciclismo. Gli altri ovvero quelli sani di mente, certo, mentre i pazzi siamo noi: ma quanti tra quelli che hanno assistito oggi all’epilogo dell’Amstel Gold Race, baratterebbero quei minuti di pazzia con qualsiasi altra cosa? Siamo seri, su!

 

C’è Paolo Simion tra gli 11 uomini in fuga
Ci ha messo un po’ a partire la fuga del giorno nella 54esima Amstel Gold Race, ma rispetto alla Roubaix di domenica scorsa, che la fuga manco l’ha vista, gli amanti degli assalti perduti possono consolarsi. Circa 20 km di gara sui 266 totali tra Maastricht e Berg en Terblijt, ed è stato italiano l’apripista, Paolo Simion della Bardiani-CSF, insieme a Michael Schär (CCC) e Nick Van der Lijke (Roompot-Charles). A stretto giro si sono accodati altri cinque corridori, a partire dalla coppia Sport Vlaanderen-Baloise formata da Thomas Sprengers e Aaron Verwilst, proseguendo con Grega Bole (Bahrain-Merida), Julien Bernard (Trek-Segafredo) e Marcel Meisen, un crossista che corre in quella squadra di crossisti (Corendon-Circus) capitanata da quell’altro crossista che tutti sappiamo…

Otto al comando non bastavano, per cui ecco pure Tom Van Asbroeck (Israel Cycling Academy) unirsi alla combriccola, e infine – quasi fuori tempo massimo, ma ce l’han fatta – Marco Minnaard e Jérôme Baugnies (Wanty-Gobert), che non si dicesse che i rivali della Vlaanderen avevano due uomini in fuga e quelli della Wanty no. Tra l’altro, apriamo parentesi: uno dei principali successi della primavera per noi è l’aver finalmente capito come si pronuncia il nome di questa squadra belga. Ovviamente non “Uònti”, all’inglese, anche se un buon 98% dei suiveur lo pronuncia purtroppo in questo modo; ma nemmeno “Vànti” alla fiamminga, perché l’azienda è vallone. Quindi, alla francese: “Uantì”. Per la consulenza ringraziate Vigonesi.

Il gruppo ha lasciato abbastanza fare, tanto che per lunghi frangenti pareva di assistere a una tappa di GT, con tutti gli annessi e connessi del caso. 8′ e passa il vantaggio massimo degli 11, toccato dalle parti del Camerig (13esimo muro della giornata) a 150 km dalla fine, poi il lavoro comune di varie squadre, dalla Sunweb alla Lotto Soudal, dalla Deceuninck-QuickStep all’Astana, dalla Movistar alla Sky, ha permesso al gruppo di riavvicinarsi agli 11.

11 che poi son diventati 10 a 90 km dalla fine, allorquando proprio Simion ha dovuto gettare la spugna per un ficcante crampo alla coscia destra. Essere in fuga era comunque l’obiettivo della Bardiani, e l’impresa è riuscita, anche perché altre speranze non ce n’erano, come avrebbe poi confermato impietosamente l’ordine d’arrivo: sapete quanti corridori di Reverberi hanno concluso la prova? 1 su 7, Enrico Barbin. Sapete in che posizione? 109 su 109. Comunque, ripetiamo, non si chiedevano risultati di sorta al team emiliano.

 

Dalla sortita di Van der Poel al trappolone dei Deceuninck
Un chilometro dopo l’altro, le salitelle olandesi non facevano quella selezione che invece i muri fiamminghi sono soliti fare. Ma con l’avvicinarsi alle fasi calde della gara (onesti? Moscia o molta moscia fino ai -50), qualcosa per forza era pronto per succedere. L’Astana tirava ormai da molti chilometri e pure con un buon ritmo, come se avesse il favorito assoluto tra le proprie fila: il che, con tutta la stima per Alexey Lutsenko e/o Jakob Fuglsang, ci pareva un attimo eccessivo, anche se il danese di lì a poco ci avrebbe parzialmente smentiti.

La fuga perdeva terreno e pure diversi pezzi, prima ha ceduto Verwilst, poi su un attacco (autolesionista) di Bernard c’è stato lo sparpaglìo definitivo, e davanti son rimasti solo Bole, Meisen e Van Asbroeck. Sul Gulpenberg, muro numero 28, il momento tanto atteso: quello dell’attacco di Mathieu Van der Poel.

Il ragazzo ci ha abituati ad azioni di ampio respiro, e non erano certo i 44 km che separavano detto muro dal traguardo a far paura a lui o ai suoi tifosi. Già il fatto di esserci ri-abituati a considerare normali attacchi di una tale gittata, va ascritto come merito enorme a Mathieu e a quelli come lui: una new wave del ciclismo che sta portando ossigeno puro in uno sport per troppi anni legato a schemini asfittici e ci fermiamo qui, proponendoci di tornare prima o poi sul tema in maniera approfondita.

Mathieu ha preso subito margine ma si è ritrovato alle calcagna il campione nazionale spagnolo Gorka Izagirre, che lavorava ancora per il beneficio della tattica Astana: una tattica che però non avrebbe premiato Lutsenko, destinato a cadere in curva di lì a 5 km.

Di lì a 5 km, per dirla tutta, è finita pure l’avventura di MVDP, dato che il gruppo non ha lasciato fare più di tanto, 15″ di vantaggio lasciato alla coppia, ma poi subito corsa a chiudere. A tenere le fila della situazione era in questo caso la Deceuninck-QuickStep (sempre per la serie “per dipingere una parete grande ci vuole un pennello grande”, per fermare un campione grande ci vuole una squadra grande). La pensata di Alaphilippe e compagni è stata acutissima: prevedendo che mister argentovivoincorpo avrebbe giocato d’anticipo, volevano dimostrargli che non sempre è vero che chi colpisce per primo colpisce due volte, se non altro perché ormai con Van der Poel non si può più parlare di effetto sorpresa: sai che attaccherà, lui attacca, dov’è la sorpresa?

Ma come volevano, i Deceuninck, prendere in castagna il ragazzo? Semplice, partendo in gran pompa subito dopo la fine del suo attacco. Così hanno fatto: sul Kruisberg, ai -39, Dries Devenyns ha messo il natante in mare, e Julian Alaphilippe s’è imbarcato al volo. Con loro due un sorprendente Matteo Trentin (Mitchelton-Scott), più pimpante oggi che su tutte le pietre messe insieme, e Jakob Fuglsang, ovvero il famoso finalizzatore Astana la cui identità tutti aspettavamo di scoprire. Fuglsang e Alaphilippe insieme: ed era già ora di Strade Bianche Amarcord.

 

L’affondo di Alaphilippe e la risposta di Fuglsang
Devenyns ha tenuto alto il ritmo, intanto Mathieu annaspava per qualche secondo, e sull’Eyserbosweg ai -36 Julian ha dato quella che voleva essere, nelle intenzioni, la mazzata decisiva: certo presto per le attitudini (non: abitudini) del francese, ma comunque il ferro andava battuto in quel momento di superconduzione. Devenyns s’è fatto da parte, Trentin non ha avuto gambe per seguire Julian, Fuglsang invece sì, e infatti ha raggiunto il collega in cima al muro: Strade Bianche Amarcord vol. 2.

Su Trentin son piombati due uomini usciti dal gruppo, ovvero Michal Kwiatkowski (Sky) e Michael Woods (EF Education First). Van der Poel non aveva ancora ripreso il pieno controllo delle proprie energie. Altri invece si predisponevano al naufragio: Peter Sagan, tanto per fare un nome. Ma anche Sonny Colbrelli e Matej Mohoric, e anche Alejandro Valverde e Wout Van Aert, mentre non brillava come 15 giorni fa Alberto Bettiol: ogni corsa è una storia diversa.

Il gruppo non era comunque ancora alla resa, prova ne sia il fatto che diversi drappelli o gruppuscoli o kamikaze solitari provavano a uscire all’inseguimento di chi era davanti. Tra questi, peraltro, si profilava il tramonto di Woods, staccato sul Keutenberg (Muro 32 ai -28) da Kwiatko e Trentin. I due battistrada invece filavano d’amore e d’accordo, amministrando un margine di 20-30″ sulla seconda coppia, e di 50″-1′ sul gruppo. Almeno questo ci diceva (a noi e a loro) il GPS, ma quanto questo strumento del demonio possa essere fallace lo sappiamo bene, e nel finale anche Ala&Fug se ne sarebbero una volta di più resi conto.

Il terzo e ultimo passaggio sul Cauberg, a 18 km dalla conclusione, avrebbe dovuto vedere un tentativo di Fuglsang di staccare il più veloce Alaphilippe, ma ciò non è avvenuto. I due hanno proceduto come un orologio svizzero, e hanno ricacciato indietro Kwiatkowski-Trentin, che ai piedi del muro si erano riavvicinati (6″ il gap), e in cima si sarebbero ritrovati di nuovo a 20″. Qui si sono segnalati però alcuni importanti movimenti nel plotone, soprattutto Maximilian Schachmann (Bora-Hansgrohe), gran protagonista al recente Paesi Baschi, è uscito tutto solo in caccia. Caccia vana, si direbbe, viste le distanze tra le varie parti.

 

Trentin e Kwiatkowski e tutti quelli impegnati a inseguire qualcuno
Il penultimo muro era il Geulhemmerberg ai -13, e qui Kwiatkowski ha staccato Trentin, salvo poi ricordarsi che forse era il caso di tenersi ancora accanto il Campione Europeo, e aspettarlo quindi dopo il muro: la coppia si è riformata ai -10. I movimenti in gruppo continuavano, prima son partiti Simon Clarke (EF) e Bauke Mollema (Trek), poi pure Romain Bardet (AG2R), per il quale si dica quel che si vuole, salvo che non abbia uno spirito felice quando si misura con le classiche. Quindi, occhio, un gruppetto di stordente gioventù, con Bjorg Lambrecht (Lotto Soudal), Valentin Madouas (Groupama-FDJ) e lui, Mathieu. Rieccolo sui nostri schermi.

Troppo tardi, troppo tardi, sentenziavamo stoltamente. Per fortuna la vita non fa altro che metterci di fronte alla nostra incapacità di prevedere il futuro, nel bene e nel male.

Ultimo muro, il Bemelerberg ai 6 km ospitava le residue speranze (o dovremmo dire illusioni) di Fuglsang di staccare Alaphilippe: tentativo del danese, ma a vuoto. Jakob non ha comunque per il momento fatto mancare il proprio apporto all’azione. Intanto i tre bimbi, con l’aggiunta di Alessandro De Marchi (CCC) che era stato bravissimo ad agganciarli, raggiungevano Bardet: elemento quasi secondario, pensammo, “tanto la corsa se la giocano comunque Julian e Jakob”.

Ai -5, Fuglsang ha finalmente smesso di collaborare continuativamente al progetto di Alaphilippe (“non sono il tuo co.co.pro.!”, potrebbe avergli intimato), diciamo finalmente perché siamo pur sempre affezionati alla logica: se sei battuto in volata, ci sta di rischiare di farsi raggiungere dagli inseguitori, nel perseguire lo scopo di far spendere di più al collega più veloce.

In ogni caso, la corsa sembrava sempre in cassaforte: ai 3 km i cronometri segnalavano 40″ su Trentin-Kwiatkowski e 1′ sul gruppetto di MVDP, che intanto metteva nel mirino Mollema e Clarke. In mezzo c’era sempre l’indomito Schachmann, che ai 2 km, su un falsopiano ricco di vento contrario, è piombato inaspettato su Kwia-Trentin. Il polacco, capita la mala parata, ha in realtà anticipato il rientro del tedesco, piantando in asso Matteo e involandosi alla volta della disperata impresa di riprendere i primi due. Disperata?

 

Il finale più incredibile che potessimo immaginare
No, certo che non era un’impresa disperata, perché intanto J&J erano ai minimi termini, non collaboravano più, anzi si guardavano e rimiravano, forse colpiti dalla reciproca bellezza, ma son cose a cui si dovrebbe badare al limite dopo, dividendosi i gradini del podio diciamo. Invece niente, i due erano fermi, più o meno. Gabbati alla grande dal GPS, che faceva loro attribuire molto più margine alla propria azione. E invece c’erano forse una ventina di secondi di troppo tra quel che dicevano i numeri e quel che era la realtà. E allora Michal li ha sì rimessi nel campo visivo, e li ha sì rimessi nel mirino, e li ha sì raggiunti, sulla curva dell’ultimo chilometro. Ultima curva, tra l’altro, prima di un rettilineo infinito che – ora vedrete – ci resterà per sempre stampato nella memoria.

Abbiamo trascurato una parte della storia: dal momento in cui Kwiatkowski era partito su Trentin e il sopraggiungente Schachmann, a quello del suoricongiungimento con Fuglsang e Alaphilippe, dietro non si era rimasti con le mani in mano. Uno scatenatissimo Mathieu stava infatti riportando sotto (con la collaborazione di Lambrecht soprattutto) il drappello, già già. Trentin e Schach erano stati ripresi ai 1800 metri, e nel successivo chilometro era stato colmato il grosso del gap rispetto ai primi.

In pratica, avete capito bene: sul rettilineo finale, inquadratura frontale, vedevamo Kwiatko azzannare i due J, e sullo sfondo Mathieu caracollare alla guida del sempre più vicino gruppetto. Il finale da infarto era bello che servito.

Kwiatko ha ripreso i battistrada e dai 700 metri si è messo a tirare, puntando dritto a un posto sul podio (e se avesse avuto fortuna, anche alla vittoria magari); Fuglsang ha sentito l’orda arrivare da dietro e ha capito che bisognava stringere i tempi, oltre che i denti. Alaphilippe invece non ha capito proprio più nulla. Restava il più veloce del terzetto, probabilmente, e il traguardo era così maledettamente vicino, e Van der Poel così maledettamente lontano, che tutto poteva ancora essere salvato. Quel “così maledettamente lontano” è il miglior inno alla relatività che leggerete oggi: 200 metri di distacco su 800 di strada sono o non sono una distanza siderale? Sì. 200 metri di distacco su 800 di strada sono o non sono un’inezia se ti chiami Mathieu, indossi una maglia tricolore  e sei un dio del cross? Sì. Tutti avevano ragione, su quel maledetto rettilineo.

A questo punto la ragione si annebbia, tutto assume contorni quasi favolistici, ma sfidiamo un appassionato ics a guardare quel rettilineo finale dell’Amstel 2019 e a conservare la massima lucidità. Impossibile. Ai 500 c’era ancora luce tra i tre e gli altri. Ai 400 pure, ancora luce. Ai 300 quasi non ce n’era più, con Mathieu che ondeggiava da una parte all’altra della strada incombendo minaccioso, con alla ruota Clarke che aveva capito tutto della vita: “mi metto in scia al mostro e qualcosa ne ricaverò”.

Kwiatko ha finito ogni energia, ha rinculato. Ai 200 Alaphilippe ha immaginato di dover partire, anzi è proprio partito, ma tutta insieme ha sentito la fatica della giornata, del suo lungo attacco, forse anche la consapevolezza della disfatta dietro l’angolo. Non era rotonda la sua volata. Non era neanche lunghissima, checché se ne dica, se un Alaphilippe non tiene 150-200 metri di volata in coda a una corsa dura, non è lui ma il sosia mollaccione.

Ma non ce n’era, proprio per niente. Mathieu con quel suo fare da turbine ha preso Julian e anzi ha subito scartato, scartando pure Fuglsang che è riuscito a prendere per un secondo la scia dell’olandese. Il pubblico di casa non era più in sé. In un fuorisoglia interminabile, con una potenza indescrivibile, ma anche una naturalezza divina, Van der Poel ha superato tutti. Ha evitato che qualcuno da dietro lo superasse a sua volta (non che ce ne fosse il rischio). Ha dato biciclette al mondo (di distanza, intendiamo). Ha alzato le braccia, urlando a modo suo “non ci posso credere”, è crollato sull’asfalto, gli spettatori non erano nemmeno in tripudio, di più, furore totale, adrenalina che scoppiava in ogni cervello, il boato del Big Bang, qualcosa del genere insomma.

Clarke secondo: aveva avuto ragione a fidarsi della scia del Fenomeno. Fuglsang, urlando di rabbia, terzo, urlava sì perché si rendeva conto che avrebbe potuto pure batterlo, quell’Alaphilippe, e quindi se avesse collaborato di più e avesse scongiurato il ritorno degli inseguitori… se, se, se; no, una volata a due con Julian non l’avrebbe vinta, il buon Jakob. Julian, quarto, beffatissimo, nemmeno un podio. Già l’altro giorno si era scottato a star troppo vicino a Mathieu, il dio del fuoco (i soprannomi li sprechiamo, per MVDP!). Alla Freccia del Brabante aveva perso già con l’olandese. Ma questa fa molto più male, perché è una corsa più importante, e perché onestamente Alaphilippe se la sentiva già in tasca. Un po’ tutti gliela sentivamo in tasca.

 

Un Fenomeno illumina il ciclismo. De Marchi e Trentin in top ten
Il podio l’abbiamo scritto; Alaphilippe quarto pure; l’ordine d’arrivo continua con Schachmann quinto, Lambrecht sesto, De Marchi settimo, Madouas ottavo, Bardet nono e Trentin decimo. Kwiatkowski e Mollema, cronometrati a 2″, fuori dai 10; gli altri fuori gioco. Si segnala un bel 20esimo posto di Kristian Sbaragli (Israel).

E ora? Che si fa? La stagione su strada del Fenomeno è già finita, per ora, ci si rivede in agosto al BinckBank Tour, e già ci deprimiamo. Ha altri progetti, la MTB soprattutto, al momento: non lo tieni fermo, vuol fare tutto e di più, e quindi già prevediamo che il grande pubblico del ciclismo (cioè quello dei GT) lo vivrà come una figura mitologica, tra il maggio del Giro e il luglio del Tour: “Van der Poel, avreste dovuto vederlo all’Amstel”… “Sì, ma era Pasqua, eravamo a tavola”. E crescerà, la sua figura, nei racconti di chi “c’era”. Il ciclismo non si nutre da sempre di epica? E l’epica non si nutre anche di assenza, di non visto?

Siamo praticamente al paradosso di Ecce Bombo (ma rovesciato) per Mathieu, “mi si nota di più se gareggio e faccio il diavolo a quattro, o se non gareggio?”. Lo si nota comunque. Continueremo a scrivere di lui, perché avrete capito che non se ne può fare a meno, non si può non parlare di lui se lo si è visto, è un personaggio totalizzante per questo nostro ciclismo, ma per fortuna che c’è. Continueremo a scrivere di lui, ma un’altra volta. Ora è mezzanotte, abbiamo sforato qualsiasi limite orario, abbiamo già riguardato più volte quel chilometro finale che è passato automaticamente dai monitor direttamente all’hard-disk mentale dei ricordi ciclistici più belli. Continueremo a scrivere di lui.

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