Gli azzurri intorno al ct Marco Villa © FCI
Gli azzurri intorno al ct Marco Villa © FCI

Italia adelante con juicio

Chiusi gli Europei su Pista di Apeldoorn, nell’ultima giornata i danesi dominano le Madison, agli azzurri poche briciole (quarte Confalonieri-Paternoster, sesti Viviani-Consonni)

Polveri un po’ bagnate per l’Italia nella quinta e ultima giornata di gara agli Europei su Pista di Apeldoorn, che per gli azzurri non riserva soddisfazioni da medaglia ma che – con la fine della manifestazione – consegna ai posteri un bilancio tutto sommato in linea con quello che la nazionale azzurra realizza da diversi anni a questa parte. Rispetto al 2018, edizione di Glasgow (che ebbe luogo però in estate, all’inizio di agosto), ci sono un argento in meno e un bronzo in più, ma il totale resta invariato, così come il numero di ori: 2-1-2 il computo alla fine, sesto posto generale contro il quinto di un anno fa, ma questi son dettagli.

Non è neanche il caso di lamentare una mancata crescita, un po’ perché la comparazione non è perfettamente fattibile (per il citato spostamento in calendario), e soprattutto perché se avessimo chiuso con uno score di 3-1-2 o di 2-2-3 avremmo avuto ragione di parlare di un miglioramento? Sostanzialmente no, avremmo dovuto commentare comunque di un mantenimento del livello (ottimo, gare veloci a parte) perché si può esultare per una crescita quando quei numeri raddoppiano da un anno all’altro; se gli spostamenti sono minimi, non si può evitare di considerare quanto l’effetto alea pesi su queste competizioni. Ci vuol poco perché un oro diventi legno in queste gare.

Insomma, barra a dritta e continuiamo così, non abbiamo al momento la possibilità (per una serie di motivi che non è nemmeno il caso di rianalizzare qui per la 18esima volta) di sognare valanghe di titoli, per cui accontentiamoci del buono standard che riusciamo a portare avanti.

Chi esce festante da Apeldoorn è la Francia, ad esempio, che in un anno passa da 5 medaglie (1-3-1) a 8 (5-1-2) con una clamorosa impennata del peso specifico di questi podi; è la Danimarca, che sale da 2 medaglie (1-0-1) a 4 (3-1-0), mentre perdono competitività la Germania, da 11 (3-4-4) a 9 (1-5-3), e la Gran Bretagna che scende da 10 (4-3-3) a 9 (2-4-3) nonostante la presenza di mostri sacri quali i coniugi Kenny-Trott che però non hanno mostrato la brillantezza di qualche stagione fa; per loro vale però il credito acquisito in passato, fattore che ci fa pensare che nel 2020, soprattutto in zona Tokyo, saranno tirati nuovamente a lucido.

Protagonisti assoluti della manifestazione, e non solo perché se la giocavano in casa, sono poi gli olandesi. Già vincitori nel 2018 (5 medaglie d’oro e 3 di bronzo, totale 8), ad Apeldoorn hanno ulteriormente premuto sull’acceleratore, salendo a 13 medaglie (5-4-4) e mostrando un’invidiabile profondità e ampiezza di “rosa”. Dominano nelle gare veloci maschili, tra le donne contano sull’eterna Wild, e possono spendere degli emeriti cavalli pazzi (ci viene in mente soprattutto Van Schip) che possono razziare risultati di prestigio qua e là.

 

Vece sesta nei 500 metri, Letizia&Maria Giulia giù dal podio Madison
Finale a fari spenti per l’Italia, dicevamo. Non ci aspettavamo esaltazioni dalle due cronometro, e i risultati sono stati in linea con le attese: nel Chilometro fuori in qualifica Francesco Lamon e Francesco Ceci, rispettivamente nono e undicesimo; soprattutto Lamon ha qualche rimpianto, essendo stato eliminato per appena due centesimi di secondo; in finale ha poi vinto Quentin Lafargue, già primo in qualifica: 1’00″289 il tempo del francese, che ha preceduto l’olandese Theo Bos e l’altro transalpino Michael D’Almeida.

Nei 500 metri Miriam Vece è riuscita ad approdare alla finale col settimo tempo di qualifica, e poi a migliorarsi nella prova conclusiva, andando a piazzarsi al sesto posto con 34″112; vittoria per la russa Anastasiia Voinova in 33″005 davanti alla connazionale Daria Shmeleva e all’ucraina Olena Starikova.

Maggiori aspettative erano puntate sulle Madison che chiudevano il programma della 5 giorni stellata. Tra le donne Maria Giulia Confalonieri e Letizia Paternoster speravano di migliorare il quinto posto ottenuto a Glasgow nel 2018, e in effetti sono riuscite in questo intento, anche se la medaglia è sfumata ancora: quarte le due azzurre al termine di una gara molto bloccata nella quale nessuna coppia è riuscita a guadagnare il giro, e in cui ha fatto premio la costanza delle danesi negli sprint.

Julie Leth e Amalie Dideriksen sono andate a segno in 9 delle 12 volate (4 le hanno proprio vinte), e nella seconda metà di gara sono risultate imprendibili per le altre, andando a chiudere con 33 punti; seconda la Gran Bretagna: Laura Trott e Katie Archibald erano partite fortissimo, ma poi si sono eclissate troppo nella fase centrale, e nonostante abbiano vinto l’ultimo sprint (con punti doppi) e in totale 5 volate, si sono fermate a 31. Terzo posto d’esperienza per l’Olanda di Kirsten Wild e Amy Pieters, 23 i loro punti; e quarta l’Italia, che per la verità non è mai stata in zona medaglie, neanche dopo aver vinto il quarto sprint (in quel momento le nostre erano quinte in classifica): il gap tra Paternoster-Confalonieri e chi le precedeva è sempre stato visibile, anche più di quanto si desumerebbe dalla graduatoria, nella quale le azzurre hanno chiuso a quota 18, a 5 punti dal bronzo. Quinto posto per la Francia a 12.

 

Viviani e Consonni si svegliano un po’ tardi
L’ultima gara della manifestazione era la Madison maschile, e qui Elia Viviani e Simone Consonni nutrivano qualche ambizione, seppur consci del fatto che il livello generale della prova fosse parecchio elevato. Esattamente come nella gara femminile, è risultato difficilissimo conquistare il giro, tanto che le coppie nemmeno ci provavano, smontate di base dal ritmo altissimo tenuto in corsa. Solo la Germania (Max Beyer-Theo Reinhardt) è riuscita nell’impresa, con un attacco diretto tra i -134 e i -122 giri (200 quelli totali).

Grazie ai 20 punti del giro conquistato, i tedeschi si sono isolati al comando della classifica, risultando per un po’ inattaccabili. Il loro problema era che la Danimarca si era riservata le cartucce migliori per la seconda metà di gara: presenti solo in 3 dei primi 9 sprint, Michael Mørkøv e Lasse Norman Hansen (fidanzato della Leth, tra l’altro: coppia d’oro!) sono risultati implacabili dalla decima volata alla fine, non mancandone più neanche una e vincendone addirittura 6 delle ultime 11 (7 in totale per loro); al 15esimo sprint i danesi hanno agganciato i tedeschi a quota 34, poi hanno decisamente preso il largo chiudendo a 52 contro i 37 punti dei secondi classificati.

Secondi che non sono stati Beyer-Reinhardt, i quali si sono visti superati proprio all’ultimo sprint dagli olandesi: meno incisivi del previsto, Jan-Willem Van Schip e Joeri Havik sono stati spesso nascosti nelle pieghe della corsa, limitandosi a punzecchiare qua e là (vinte la sesta, la nona, la 13esima volata); nel finale però erano lì, e giacché c’erano hanno provato a prendersi il podio. JWVS ha impostato una progressione irresistibile per andare a prendersi i 10 punti del 20esimo sprint, e dopo due giri e mezzo in apnea in testa al gruppo è riuscito nell’intento, non facendosi superare da francesi e danesi che aveva alle calcagna, e fissando appunto in 37 il punteggio finale oranje; stessi punti della Germania, piazzata però dietro all’arrivo, e quindi spedita sul terzo gradino del podio.

Giù dal podio stesso la Francia di Morgan Kneisky e Benjamin Thomas, 34 punti, e una Spagna inopinatamente moscia, quinta a 20; ancora dietro a Sebastián Mora e Albert Torres, ecco l’Italia, sesta con 18 punti. Si è svegliata un po’ tardi la coppia azzurra, che ha vinto il penultimo sprint (bell’allungo di Viviani che per un attimo ha anche avuto la tentazione di tirare dritto per provare a prendere il giro) e si è piazzata nell’ultimo, ma ormai i buoi erano scappati dalla stalla, e non è che in precedenza gli italiani avessero fatto incetta di punti (appena 11 prima degli ultimi due sprint).

 

Dagli Europei alla Coppa del Mondo
Chiusi gli Europei, non si andrà certo in vacanza, anche perché la pista dovrà sistemare per benino i contingenti per Tokyo 2020, ancora in fieri. Saranno importanti i punti che le singole nazionali conquisteranno nelle prossime prove di Coppa del Mondo: la challenge UCI, prossima al canto del cigno (una riforma non del tutto comprensibile la svuoterà di contenuti a partire dalla stagione 2021-2022), è già in rampa di lancio e partirà nel primo weekend di novembre, con la prima tappa a Minsk dal 1° al 3 del prossimo mese. Sempre in novembre si disputeranno le tappe di Glasgow (8-10) e Hong Kong (29-1° dicembre). Avremo tempo e modo di trattare approfonditamente il tutto.

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