La stretta di mano tra Filippo Ganna e Marco Villa dopo il record del mondo © UCI
La stretta di mano tra Filippo Ganna e Marco Villa dopo il record del mondo © UCI

Troppo grande perché un velodromo lo contenga

Coppa del Mondo, Filippo Ganna scrive la storia a Minsk con un doppio record del mondo (e oro) nell’inseguimento. E c’è l’argento di Letizia Paternoster nell’omnium

Di giornate da ricordare ce ne sono state tante ultimamente, per il ciclismo su pista italiano. Merito di tanti ragazzi e di tante ragazze che hanno dato lustro fra Coppa del Mondo, Europei, Mondiali e Giochi Olimpici ad un movimento che, giova sempre ricordarlo, è da terzo mondo ciclistico in tema di impiantistica. Fra i vari nomi alternatisi, uno però spicca sulla compagnia a livello di palmares e prestazioni.

È Filippo Ganna, tre volte campione del mondo nell’inseguimento (come Bradley Wiggins, Hans Henrik Ørsted, Leandro Faggin e Roger Rivière, meglio solo Hugh Porter), una volta campione europeo e tra i fenomeni generazionali dei velodromi contemporanei. Oggi, però, il verbanese ha aggiunto una pagina che lo consegna ai libri di storia, frutto non di una, ma di due prestazioni mai centrate nella pluricentenaria avventura nei velodromi.

Inseguimento individuale da sogno: oro e due record per Ganna
Lo scenario è quello della Minsk Arena, l’appuntamento è la prima tappa della Coppa del Mondo 2019-2020; la giornata conclusiva in terra bielorussa si apre presto per le qualificazioni dell’inseguimento individuale maschile. E subito il botto: Filippo Ganna distrugge il record del mondo, per altro fatto segnare nell’altura boliviana di Cochabamba, migliorandolo di oltre un secondo. 4’04″252 il tempo dell’incredibile azzurro, partito in sordina con un 1’07″9 nel primo km a cui hanno fatto seguito degli infernali parziali di 59″8, 58″7 e 57″7. Basti pensare che nessuno degli altri diciannove atleti in gara ha chiuso un km sotto i 60″.

Se l’italiano è irreale, la concorrenza non scherza, realizzando prestazioni che solo un paio d’anni fa parevano inarrivabili: il britannico John Archibald è secondo in 4’09″843 mentre lo svizzero Florian Bissegger con 4’10″391 e lo statunitense Ashton Lambie con 4’11″966 centrano la finale per il bronzo. La quale ha un esito diverso da quanto aspettabile: è l’ex detentore del primato Lambie ad avere la meglio con un tempo di 4’11″215 a fronte di un 4’12″488 del giovane e talentuoso elvetico.

La finale, disputata poco dopo le 14 ora locale (il mezzogiorno nel Centro Europa), è stata senza storia; partito incredibilmente veloce per i suoi standard con un 1’06″7 nel primo km, Filippo Ganna ha poi spalancato il gas concludendo il secondo km in 59″1 e proseguendo nel terzo in 58″3. Il doppiaggio del povero Archibald nel corso del penultimo giro ha scalfito solo leggermente l’azzurro, che ha terminato l’esercizio in 58″2. Il tempo è clamoroso, qualcosa di mai sinora immaginato: 4’02″647, nuova barriera mondiale e secondo miglioramento del record nello spazio di tre ore. 59.345 km/h di media, un dato impressionante ma che rafforza la grandezza di uno dei grandi fenomeni dello sport italiano.

Splendida Paternoster nell’omnium, con questa Valente l’argento è il massimo
L’ultima gara in ordine temporale a terminare è stata l’omnium femminile che, in maniera bizzarra, è stata programmata tutta nella sessione pomeridiana, costringendo così le partecipanti a disputare quattro prove in meno di quattro ore; l’unico aspetto positivo è che stato possibile ammirare la tempo race, sinora avvolta in una nube di mistero.

L’inaugurale scratch, dove l’eterna uzbeka Olga Zabelinskaya ha cercato fortuna nel finale, ha premiato la statunitense Jennifer Valente, riuscita a precedere in volata la britannica Laura Kenny, l’azzurra Letizia Paternoster, la neerlandese Kristen Wild e la danese Amalie Didericksen; la crème de la crème, dunque. La tempo race è stata teatro di una bel tentativo a sei nato attorno a metà gara, con queste atlete andate a guadagnarsi il giro e lottando così per la vittoria; a vincere con 23 punti è stata ancora una volta Jennifer Valente che ha regolato Letizia Paternoster solamente per la miglior volata finale. Seguono, nell’ordine, Amalie Dideriksen con 22, la polacca Daria Pikulik e la belga Jolien D’Hoore a 21 e la portoghese Maria Martins con 20.

L’eliminazione vede la trentina correre spesso nella seconda parte del gruppo, ma non per stanchezza; mentre volano via le avversarie, lei risale sempre più, non risultando mai in bilico. Il primo pesce grosso a salutare è la Dideriksen, decima, ma nella lotta a sei restano dentro le attese; viene eliminata per sestultima la D’Hoore, seguita da una Wild che non pare vivere la miglior giornata e da una buona Pikulik. La sfida a tre è avvincente: la prima a salutare è Jennifer Valente, che “peggiora” così il suo score; nella lotta per il successo, Letizia Paternoster nulla può a fronte di una veterana come Laura Kenny. Alla vigilia dell’ultima prova la graduatoria segna Valente in testa con 116, Paternoster seconda 112, quindi Kenny a 96, Dideriksen a 90, Pikulik e Wild a 88, D’Hoore a 86.

La corsa a punti viene aperta dal tentativo dell’austriaca Verena Eberhardt, che si prende la prima delle otto volate; rosicchia un punto la Paternoster, portandosi a meno 3. Ma già nel secondo sprint, dove passa per prima, la Valente restituisce con gli interessi. Il primo scatto lo piazza la svizzera Andrea Waldis ai meno 57 giri, su cui si accoda Kirsten Wild; resesi conto della pericolosità, Laura Kenny, Kirsten Wild e Daria Pikulik reagiscono, andando a chiudere dopo la terza volata conquistata dalla Wild.

Sfruttando la marcatura tra le big, la bielorussa Tatsiana Sharakova cerca di scaldare il pubblico di casa andando in caccia ai meno 48 giri assieme alla già citata Eberhardt e alla francese Clara Copponi; le tre si giocano la quarta volata, vinta dalla Sharakova, e soprattutto guadagnano la tornata ai meno 39 giri. Prendendo la ruota di Amalie Dideriksen, la Paternoster prova a muoversi ai meno 34 giri ma la Valente, la Kenny e la Sharakova non lasciano il minimo spazio; lo sprint va così alla Kenny davanti alla Valente, con la britannica che si avvicina e la statunitense che si allontana dall’azzurra.

L’empasse seguita alla volata e la sua distanza in classifica permette alla russa Daria Klimova di cercare fortuna ai meno 28 giri; missione compiuta dato che guadagna la tornata, così come capita ad Olga Zabelinskaya, dopo aver preso anche il sesto sprint. La settima e penultima volata risulta fondamentale per l’esito dell’omnium; la Valente la vince e va in fuga, la Paternoster è seconda e rafforza la sua posizione. Saggiamente, la giovane azzurra si piazza a ruota della Kenny, la quale però è in riserva, tanto che non disputa neppure la volata, lasciando via libera alle colleghe distanziate – prima piazza per la Dideriksen.

Conquista l’oro finale con 130 punti la statunitense Jennifer Valente, assoluto mvp del weekend con tre vittorie. Seconda una ottima Letizia Paternoster con 116 punti, ancora una volta costante nella prova multipla. Completa il podio a quota 106 la britannica Laura Kenny, seguono a 99 la danese Amalie Dideriksen e la francese Clara Copponi, a 94 una spenta neerlandese Kirsten Wild, a 93 la polacca Daria Pikulik, a 92 la belga Jolien D’Hoore e via seguendo tutte le altre.

La madison maschile parla ancora danese, gara a due volti per Consonni-Viviani
Buone premesse che però evaporano strada facendo; così si può sintetizzare la madison maschile per il duo azzurro composto da Simone Consonni ed Elia Viviani. Reduci dalla storica affermazione alla 6 Giorni di Londra, i futuri compagni della Cofidis disputano una provano molto positiva nella fase iniziale ma mentre gli altri crescono nell’ultimo quarto di gara, loro non riescono ad imitarli.

Vincitori del primo e del terzo sprint, i nostri se la vedono nel primo quarto con Yoeri Havik e Jan Willem van Schip, portentoso duo dei Paesi Bassi, con i giovani Mark Stewart e Matthew Walls per la Gran Bretagna pronti in agguato. Un doppio colpo azzurro, con il secondo posto di Consonni nel dodicesimo sprint e il primo di Viviani, dopo essere sgusciato via, in quello seguente come una biscia in mezzo ai rivali, è però il canto del cigno del duo, che scompare dalla lotta.

In una gara estremamente controllata, il primo tentativo serio di guadagnare il giro arriva a meno 58 giri, con Spagna, Paesi Bassi, Germania, Svizzera, Austria e Hong Kong in azione ma che vengono ripresi prima ancora del seguente sprint. Il momento che cambia la gara arriva ai meno 48 giri: nella fiammante maglia di campione europeo, Michael Mørkøv si muove alla sua maniera, senza che nessuno risponda; le trenate di Lasse Norman Hansen sono come di consueto incredibili e la Danimarca può così segnare +20 nel bottino ai meno 39 giri, dopo che il saggio LNH attenda di prendersi i punti del sedicesimo sprint.

Quatti quatti, gli scandinavi vengono imitati dai sempre temibili Bryan Coquard e Benjamin Thomas per la Francia, che a loro volta guadagnano la tornata un paio di giri più tardi. La Gran Bretagna prova la medesima sorte, ma non ha fortuna in un paio di casi – prima isolata, poi con la Danimarca. Chi vi riesce, andando così a issarsi provvisoriamente sul podio, è il Belgio di Kenny De Ketele e Robbe Ghys, partiti ai meno 25 e rientrati ai meno 18. Purtroppo per loro, due cagnacci della specialità come Sebastián Mora e Albert Torres per la Spagna fanno lo stesso nello spazio di cinque giri, dai meno 16 ai meno 11.

Sono dunque quattro i paesi davanti a tutti, ma la lotta per il podio quasi non c’è; per l’oro la partita è chiusa, vuoi per i punti vuoi per la superiorità dimostrata. La Danimarca vince con 52 punti controllando l’ultimo sprint dove è spettatrice, dato che la Francia non fa la volata, accontentandosi del secondo posto finale con 44 punti e interessata soprattutto a non farsi sopravanzare dalla Spagna, alla fine terza con 41 punti. Il secondo posto nell’ultima volata non è sufficiente al Belgio, che deve così accontentarsi della quarta piazza con 40 punti. Settima posizione con 27 punti per l’Italia, andata a prendersi il terzo posto nell’ultima volata.

Nella velocità maschile i Paesi Bassi sono ingiocabili, nel keirin femminile sorride Hinze
Sono due le altre gare disputate, entrambe prove di prestazione. La velocità individuale maschile è, come ormai di consueto, affare tutto neerlandese: spettacolare la finale per l’oro fra i due titani della specialità. La prima prova vede vincere Jeffrey Hoogland per soli 8 millesimi, nella seconda, dopo un contatto spalla contro spalla, può sorridere Harrie Lavreysen. La bella premia ancora Lavreysen dopo una volata lunghissima durata quasi due giri. Quasi tutto semplice nella finale per il terzo per Matthijs Buchli, che completa il podio tutto orange avendo la meglio senza patemi sul francese Sébastien Vigier, nonostante nella seconda prova venga declassato per aver oltrepassato il limite interno della pista. Nessun italiano in gara, in contumacia di un Francesco Ceci infortunatosi ieri nella caduta nel keirin.

Il keirin femminile vedeva al via anche Miriam Vece, ma la cremasca è andata fuori al primo turno, risultato negativo in chiave qualificazione olimpica – per quanto le chance siano risicate. La vittoria è andata alla tedesca Emma Hinze, riuscita ad imporsi con un discreto margine. Sul podio assieme a lei salgono la francese Mathilde Gros e il sudcoreano Lee Hyejin, classificate seconde a parimerito dato che neppure il fotofinish è riuscito a dirimere la questione. Quarta la colombiana Marta Bayona, che aveva provato a sorprendere le avversarie, quinta la campionessa del mondo di Hong Kong Lee Wai Sze e sesta la cinese Zhong Tianshi.

Sette medaglie in tre giorni per l’Italia, il prossimo weekend si gareggia a Glasgow
In testa al medagliere, come spesso capita, sono i Paesi Bassi con cinque ori e un argento; l’Italia chiude l’ottimo finesettimana bielorusso con al quarto posto (dietro a Stati Uniti e Gran Bretagna) con un bottino di un oro, quattro argenti e due bronzi, superando i neerlandesi per il numero di medaglie, segno della profondità del nostro movimento delle prove endurance.

L’unico punto negativo di questo inizio di Coppa del Mondo è sempre il solito, ossia la vergognosa copertura televisiva che l’UCI decide di fornire per un evento che dovrebbe invece venir trattato come un gioiello. E invece è la solita accozzaglia senza capo né coda, con tanto di scelte illogiche come l’oscuramento di metà della madison maschile (quasi mezzora di gara) per mostrare le immagini delle gare delle precedenti giornate. L’unica consolazione è che già la settimana prossima i velodromi tornano protagonisti; a Glasgow, da venerdì 8 a domenica 10, lo spettacolo si ripropone ancora una volta.

Visita lo store di Cicloweb!

Archivio

La vignetta di Pellegrini

L’angolo della polemica

Versione stampabile