Caleb Ewan vince sul traguardo di Pesaro al Giro d'Italia © LaPresse - Gian Mattia D'Alberto
Caleb Ewan vince sul traguardo di Pesaro al Giro d'Italia © LaPresse - Gian Mattia D'Alberto

Cambiare per crescere, chi ce l’ha fatta

La classifica dei migliori 10 trasferimenti del 2019: da Ewan-Lotto a Van Aert-Jumbo, quando una nuova sfida è un successo

Apriamo oggi una tre giorni dedicata a rivisitare la stagione appena terminata, passando in rassegna i risultati del ciclomercato. Chi, cambiando casacca, ha offerto un rendimento migliore o sorprendente rispetto alle attese? E chi, dall’altro canto, ha maggiormente deluso con la nuova maglia? Senza contare uno spazio dedicato a chi, fra i giovani, si è reso protagonista in positivo.

L’articolo odierno è dedicato a chi è piaciuto di più in questo 2019 vissuto da matricola in un nuovo team, confermando e nella maggior parte dei casi migliorando il proprio ruolino di marcia. Di nomi ce ne sarebbero tanti, ma ci limitiamo a dieci; tra i primi esclusi vale la pena menzionare Mike Teunissen, il cui ritorno dal Team Jumbo-Visma lo ha visto effettuare l’atteso salto di qualità, e Davide Ballerini, senza vittorie con la casacca del club ma che in Astana ha dimostrato di essere un corridore per tutte le stagioni.

10) Filippo Ganna – Team Ineos
Era già forte in precedenza, ma il salto di qualità soprattutto nelle cronometro che il verbanese ha mostrato nel suo primo anno in Gran Bretagna è stato notevole. Il percorso che lo ha portato a centrare la medaglia al Mondiale della specialità è partito da lontano, verrebbe da dire già al primo giorno con l’allora Team Sky: il 14 febbraio, suo debutto con la squadra, il golden boy del ciclismo italiano si è presto con margine la crono al Tour de Provence, alzando le braccia al cielo anche a giugno al campionato italiano e, soprattutto dato il parterre, in agosto al BinckBank Tour. Le buone prestazioni sono giunte anche nelle corse in linea, una su tutte la Coppa Sabatini, motivo per cui la decisione di abbandonare lo UAE Team Emirates si è rivelata azzeccata.

9) Ion Izagirre – Astana Pro Team
Partiva già da una buona base ma la scelta di separarsi dalla Bahrain Merida è stata fruttuosa sin da subito, ridando al trentenne basco una dimensione da grande protagonista nelle corse di una settimana. La prima parte di stagione è impeccabile: primo alla Vuelta a Valenciana davanti a Valverde, secondo alla Vuelta a Andalucía proteggendo le spalle di capitan Fuglsang, vincitore solitario dell’ultima tappa della Paris-Nice e infine dominatore in casa alla Vuelta al País Vasco. Se avesse continuato così l’annata sarebbe stato più su, perché da maggio in poi, fra un Giro in ombra e una Vuelta da gregario senza guizzi, cala di colpi. In ogni caso lui e il fratello Gorka non potevano optare per destinazione migliore.

8) Stefan Küng – Groupama FDJ
Ai tempi del passaggio al professionismo era stato etichettato come successore di Cancellara sulle pietre e nelle crono, non soltanto per la comune nazionalità; complici anche tanti problemi fisici, il suo talento non lo si è mai visto con costanza nella lunga esperienza in BMC. La chiusura del sodalizio elvetico lo ha portato ad oltrepassare il confine per giungere alla corte di Marc Madiot e finalmente lo si è visto affrontare una stagione senza intoppi e di qualità; cinque le vittorie ma la sensazione, corroborata dal bronzo mondiale in linea, di avere un corridore di spessore e che negli anni a venire può togliersi soddisfazioni sulle pietre, come testimoniato da una incoraggiante Paris-Roubaix. Non diventerà il nuovo Spartacus, ma con il giusto spazio, come nella squadra transalpina, diventa uomo da non sottovalutare.

7) Laurens De Plus – Team Jumbo Visma
È uno dei pochi casi di corridore che, lasciata la Deceuninck, migliora le prestazioni. Se dovessimo assegnare la palma di gregario dell’anno, probabilmente andrebbe proprio al ventiquattrenne belga, che in salita ha fatto vedere i sorci verdi a molti sin dal debutto all’UAE Tour, terminato per altro in top ten. Al Tour è stato perfetto al servizio di Kruijswijk mentre la sua scarsa condizione e il prematuro ritiro al Giro sono verosimilmente costati a Roglic una condotta di gara differente nelle grandi montagne. Nell’unica occasione in cui ha corso da capitano ha raccolto il bottino pieno, in una corsa come il BinckBank Tour in cui per primeggiare bisogna essere bravi in tutto. E lui, uno degli under 25 di cui meno si parla anche per l’esplosione di altri colleghi ancora più giovani, ha i crismi per diventarlo.

6) Maximilian Schachmann – Bora Hansgrohe
Esattamente come sopra: anche il tedesco ha dimostrato che il 2018 da Lefevere non era mica un fuoco di paglia. Tornato in patria, il venticinquenne ha disputato una prima metà di annata da urlo, diventando uno dei primi sei/sette per risultati fino a quel punto; dal Tour in poi, certo, è stato alquanto in ombra, ma quanto visto in precedenza va al di là del previsto. Sono sei le vittorie in poco più di tre mesi, con le tre frazioni in quattro giorni a far sobbalzare per il modo in cui sono giunte. E oltre alle affermazioni ci sono i piazzamenti fra cui la strepitosa settimana delle Ardenne con i quinti posti all’Amstel Gold Race e alla Flèche Wallonne a cui sommare il gradino più basso del podio alla Liège-Bastogne-Liège. Corridore completo che farà tanto bene al movimento teutonico, e non solo.

5) Wout Van Aert – Team Jumbo Visma
Solo mezza stagione in sella, anzi anche meno, per il folletto di Herentals, passato, per altro in maniera traumatica, dalla Veranda’s Willems in cui era l’unico reuccio ad una formazione solida con tanti famelici capitani. Non era affatto semplice, ma l’adattamento è stato immediato è subito fruttuoso; nelle classiche di inizio anno brilla nella “sua” Strade Bianche e ad Harelbeke piazzandosi sul podio, aggiungendo anche un sesto posto alla Milano-Sanremo che male non fa di certo. È in estate che esonda, con le due tappe di fila, fra cui la crono per dispersione, al Critérium du Dauphiné, il titolo nazionale in linea e la splendida volata di Albi al Tour de France dove svernicia fior di velocisti a cominciare da Viviani. La pericolosa caduta nella crono di Pau lo appieda anzitempo, con un infortunio che solo ora pare alle spalle. La mossa si sbarcare subito nel World Tour è stata vincente – ma di dubbi non ve ne erano, a dirla tutta.

4) Giulio Ciccone – Trek Segafredo
È tra i corridori che più ha stupito del 2019, centrando quel salto di qualità che in tanti si aspettavano date le qualità che l’abruzzese aveva mostrato nelle categorie giovanili. Lasciare il tranquillo cantuccio della Bardiani CSF per misurarsi con l’alto livello del massimo circuito non lo ha visto minimamente in difficoltà, anzi; se le buone prestazioni iniziali fra Trofeo Laigueglia, Tour du Haut Var (con tanto di vittoria) e Paris-Nice sono un segnale, le risposte giungono nei due grandi appuntamenti a cui prende parte. Al Giro d’Italia è il miglior scalatore del lotto, conquistando la maglia rappresentativa e, soprattutto, una magnifica frazione a Ponte di Legno. Nel suo debutto al Tour de France giunge a tanto così dal bis a La Planche des Belles Filles, dove prende una maglia gialla che si gode per due giorni. Dall’anno prossimo è chiamato ad un nuovo miglioramento in tema di resistenza nelle tre settimane, tuttavia la prima stagione va in archivio con un grande segno più.

3) Dylan Teuns – Bahrain Merida
I colpi li aveva mostrati a più riprese tra il 2017 e il 2018 con la BMC, peccando però di continuità. Con la casacca della compagine mediorientale il belga si è distinto come uno degli elementi più poliedrici del plotone: alle già note prestazioni nelle corse di una settimana e nelle classiche vallonate, si sono aggiunti un sorprendente quinto posto alla Omloop Het Nieuwsblad, unica gara del pavé affrontata, e il rendimento nei grandi giri. È lui a regolare Ciccone sui Vosgi al Tour de France, prendendosi il secondo successo dopo quello in mezzo ai ventagli al Critérium du Dauphiné. Alla Vuelta a España prova anche a far classifica e, dopo aver indossato per un giorno la maglia rossa, resiste bene alle tante salite concludendo appena fuori dai dieci. Con la maturità agonistica raggiunta è ormai nel novero dei grandi corridori buoni per tutte le stagioni; e in un ciclismo specializzato come quello contemporaneo deve essere un vanto.

2) Alberto Bettiol – EF Education First
L’esperienza alla BMC è stata, senza girarci attorno, fallimentare, con infortuni e problemi senza soluzione di continuità. Il ritorno nel conosciuto ambiente del team statunitense è stato la chiave di volta per ridare al ciclismo italiano uno dei talenti più poliedrici della sua generazione: alla Tirreno-Adriatico getta i prodromi della primavera con piazzamenti sugli strappi, a crono e in classifica. Alla Milano-Sanremo si muove sul Poggio ma è sulle pietre che ricava il massimo: ad Harelbeke è quarto con rammarico in volata, alla Ronde van Vlaanderen è meritatamente vincitore con un numero d’alta scuola e che lo fa conoscere anche ai non appassionati. Convince a tratti nella seconda parte: a un ottimo finesettimana nel campionato nazionale (secondo per centesimi a crono, terzo in linea) segue un Tour de France sottotono. Si riprende nel finale e al Mondiale si sacrifica per il capitano di giornata. Una buona stagione, anche al di là dei risultati già notevoli.

1) Caleb Ewan – Lotto Soudal
Alla Mitchelton-Scott l’orientamento di privilegiare le corse a tappe ha penalizzato soprattutto lui, che per altro ci ha messo del suo con qualche prestazione sottotono. La fine non amichevole del matrimonio lo ha condotto lì dove un suo quasi omonimo connazionale ha raccolto le principali gioie della carriera; la compagine gli ha subito accordato fiducia totale e lui ha pensato bene di ripagarli con dieci vittorie, nove delle quali nel World Tour. Il tasmaniano è stato l’unico ad alzare le braccia al cielo sia al Giro d’Italia, per due volte, che al Tour de France, dove fra le tre perle spicca la rimonta sugli Champs Élysées, traguardo ambitissimo per tutte le ruote veloci. È mancato solo alla Milano-Sanremo e, paradossalmente, al suo Tour Down Under, ma con quanto vinto in seguito i dispiaceri sono robetta in confronto alle soddisfazioni. Anche perché, giusto per ricordarlo, si parla di un venticinquenne che sembra, con la divisa biancorossa, pronto a prendersi lo scettro di re delle volate.

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