Tadej Pogacar vince a La Planche des Belles Filles © ASO
Tadej Pogacar vince a La Planche des Belles Filles © ASO

Clamoroso al Tour, Pogacar scrive la storia!

Nella crono di La Planche des Belles Filles, Tadej Pogacar ribalta un irriconoscibile Primoz Roglic e vince tutto: tappa, maglia gialla, classifiche accessorie. Un giorno indimenticabile. Porte sul podio, Caruso nei dieci

C’è stato un momento, nel Tour trasmesso dalle televisioni di tutto il mondo, che resterà eternato in tutti gli screenshot degli appassionati: Tadej Pogacar stava portando a termine una cronometro favolosa, e Tom Dumoulin e Wout Van Aert, cavalieri Jumbo al servizio di Primoz Roglic per tutte le tre settimane, inquadrati uno accanto all’altro (al momento erano primo e secondo dell’ordine d’arrivo), impietriti, fulminati nell’anima dall’impietoso scorrere dei secondi che condannava il loro capitano, ancora in gara, in affanno, in immersione totale nei propri incubi più neri. Perdere il Tour de France negli ultimi 36 km di agonismo, perderlo da un amico che da oggi diventa una nemesi. Il volto devastato, poi, di Roglic, che siamo sempre stati abituati a considerare uomo di ghiaccio, e invece ha finito la Boucle con tutte le proprie debolezze, fragilità, smascherate all’improvviso dalla giornata che non avrebbe mai voluto vivere.

Doveva trionfare, doveva dominare al limite la crono (anche se i precedenti di prove contro il tempo a fine GT non gli erano favorevoli), doveva completare l’opera della Jumbo-Visma che in queste tre settimane è risultata pressoché inattaccabile, e invece nel momento della verità, quando non contava più la squadra ma solo le gambe, ecco che Primoz è crollato. E mentre lui crollava, l’altro si ergeva a protagonista assoluto di un Tour che rimarrà negli annali. Non tanto per il Tour in sé, ma per questo finale che tutti ricorderemo ancora tra molti anni. Gli anni: 21 e 364 giorni, quelli che Tadej Pogacar avrà nel momento in cui, domani sera, alzerà il trofeo della corsa, davanti all’Arco di Trionfo: un età che abbassa pure il limite di Egan Bernal che un anno fa pareva sensazionale e che oggi leggiamo semplicemente come una tappa di passaggio in questo ciclismo dei nuovi fenomeni, dei campioni bambini, dei ragazzi gioiosi che vincono, dominano, ribaltano ciò che non pare ribaltabile. Un ciclismo in cui Tadej Pogacar, da oggi, diventa uno dei protagonisti più acclamati.

 

Una cronometro che resterà indimenticabile
Il primo tempone della Lure-La Planche des Belles Filles, 36.2 km di cronometro con ultimi 6 km all’insù, l’ha fatto segnare Rémi Cavagna (Deceuninck-Quick Step), che con 57’54”, e dopo essere passato per primo a tutti gli intertempi (al primo dei tre, km 14.4, sarebbe restato il migliore in assoluto), ha chiuso la prova in 57’54”, issandosi al comando e riservandosi un paio d’ore di stazionamento sulla sedia del leader provvisorio. Si è dovuta aspettare l’ultima tranche di partenti per trovare chi potesse battere il campione francese di specialità.

Nella fattispecie, è stato Wout Van Aert a scavalcare Cavagna: 39″ di ritardo al primo intertempo per WVA, quindi progressivo recupero, 33″ al secondo rilevamento (km 30.3, ai piedi della salita), sorpasso al terzo con 6″ di vantaggio al km 33.5 a meno di tre dalla vetta, e crono finale di 57’26”, 28″ meglio del transalpino. Il fuoriclasse della Jumbo-Visma sembrava dover aprire una giornata di dominio per la formazione giallonera, previsione confermata dalla prestazione assoluta di Tom Dumoulin, secondo al primo intermedio ma poi nettamente primo agli altri, per arrivare al traguardo con 10″ di vantaggio sul compagno di squadra (soffrendo un po’ nelle ultime centinaia di metri).

Da lì in poi sarebbe stato delirio allo stato puro. Partiamo da Damiano Caruso (Bahrain-McLaren) che, con una prova maiuscola, ha azzerato Alejandro Valverde (Movistar) e l’ha scavalcato in classifica, entrando in una top ten tanto sospirata quanto meritata. Altra battaglia era quella per il podio: Richie Porte (Trek-Segafredo) ha non solo surclassato Miguel Ángel López (Astana), ma ha piazzato lì una crono pure lui da urlo, andando ad affiancare Dumoulin con lo stesso tempo, secondo solo per pochi centesimi. López è letteralmente affondato e si è trovato superato nella generale anche da Mikel Landa (Bahrain) ed Enric Mas (Movistar).

Ma il meglio – o il peggio, a seconda della prospettiva – era dietro l’angolo. Tadej Pogacar (UAE Emirates) partiva con il sogno, o l’idea, di poter ribaltare il Tour de France. Doveva recuperare 57″ a Primoz Roglic. I bookies non lo consideravano uno scenario possibile, e questo parere era condiviso dalla gran parte degli appassionati. Beh, si sbagliavano tutti. Ci sbagliavamo tutti. Tadej ha cominciato a mulinare dal primo metro a un ritmo che Primoz non sarebbe mai stato in grado di tenere. Ha sparato tutto quello che poteva sparare. Terzo al primo intertempo a 17″ da Cavagna, Roglic sarebbe passato quinto a 30″: primi 13″ rosicchiati.

Secondo intertempo, Pogacar secondo a 1″ da Dumoulin, Roglic sarebbe passato quarto a 37″; 36″ mangiati dal giovane all’anziano. Restava la salita. Pogacar ha cambiato bici più velocemente di quanto non abbia fatto Roglic, ma è un dettaglio: quel che contava erano due gambe che non lasciavano scampo alle speranze della maglia gialla. A metà della scalata Tadej passava al comando, 49’15”, Roglic in totale apnea e affanno transitava sesto a 1’22”: il sorpasso era conclamato.

All’arrivo, la vittoria di tappa, 55’55”, 1’21” rifilato a Dumo e Porte, 1’31” a Van Aert. Roglic, stravolto e trasfigurato non solo dalla fatica, ma dall’atroce delusione, avrebbe chiuso quinto a 1’56”, non un ritardo, ma una voragine, un’inversione di 180° rispetto alle posizioni di partenza. La top ten è stata chiusa da Cavagna a 1’59”, Caruso (settimo!) a 2’29”, De La Cruz (UAE) a 2’40”, Mas a 2’45”, Rigoberto Urán (EF) a 2’54”.

Roglic è rimasto seduto in terra, esanime nell’anima, vanamente consolato da Dumoulin. Poi uno scatto d’orgoglio, s’è alzato, è andato a cercare un Pogacar ancora incredulo, gli ha dato un abbraccio più sincero di quanto non sia sembrato per la botta morale che lo teneva – Primoz – del tutto fuori da ogni principio di realtà. Era in un altro universo, in quel momento, Roglic: buio, oscuro, inconcepibile.

Tadej invece, in paradiso: tappa vinta, maglia gialla, e ovviamente maglia bianca perché il ragazzo non ha neanche 22 anni (li compie lunedì, che festa potrà fare?), e pure maglia a pois tanto per gradire (scavalcato Carapaz grazie a questa scalata suprema, valevole come Gpm), le felicità di chi gli stava intorno, e un approccio, da parte del ragazzo, tutto sommato sobrio, rispetto all’impresa compiuta.

Un’impresa scolpita in questa classifica che chiuderà il Tour: Tadej Pogacar primo con 59″ su Roglic, 3’30” su Porte (primo podio in carriera in un GT), 5’58” su Landa (quarto come due anni fa), 6’07” su Mas, 6’47” su López, 7’48” su Dumoulin (risalito in settima posizione), 8’02” su Urán, 9’25” su Adam Yates (Mitchelton-Scott), 14’03” su Damiano Caruso. Questo finale è già storia. Questo finale è tutto il ciclismo che un appassionato può sognare.

Archivio

La vignetta di Pellegrini

Versione stampabile