Una super prima vittoria da professionista per Lorenzo Fortunato © Giro d'Italia
Una super prima vittoria da professionista per Lorenzo Fortunato © Giro d'Italia

Fortunato più forte dei giochi di parole!

Zoncolan da fuga, vince alla grande il giovane Lorenzo, primo successo Eolo-Kometa. Nel finale mazzate tra i big, Yates per la prima volta stuzzica Bernal che risponde da campione. Evenepoel e Vlasov in sofferenza, Nibali adieu. Caruso sempre terzo

Non era lo Zoncolan quello vero, quello di Ovaro, così si è detto nella lunga vigilia di questa tappa (iniziata – la vigilia – il giorno della presentazione del Giro d’Italia 2021); ma era più che sufficiente per mettere i contendenti della corsa rosa uno per angolo. Certo, dopo una battaglia non spalmata su 10-14 chilometri di salita, ma su meno di tre, quelli del muro più duro, proprio alla fine della tappa. È lì che abbiamo avuto epifania e cresima, la (ri)scoperta di Simon Yates, finalmente rivelatosi per quello che molti lo consideravano, ovvero uno dei principali rivali di Egan Bernal. La cresima – o conferma, se volete parlar secolare – ce l’ha impartita lo stesso Bernal, che – sollecitato in prima persona come mai prima in queste due settimane – ha risposto nella miglior maniera possibile: non scomponendosi, tenendo tranquillamente l’insistito forcing di Yates, e alla fine girandogli un manrovescio di mezzo chilometro, nel momento in cui ha deciso di staccare l’avversario nel finale della tappa. L’azione di Yates e Bernal ha sparpagliato tutte le documentazioni che potevamo aver messo insieme in questi 15 giorni, ha mandato in prepensionamento Nibali e rimandato agli esami di settembre Evenepoel, e ha messo in aspettativa tutti gli altri, tutti, chi più chi meno a contare i distacchi che son piovuti addosso a tutto il gruppo.

Una maglia rosa più forte di ieri, nel senso di un margine aumentato sul secondo, e sempre con una squadra spettacolare a supporto; ma anche una maglia rosa con un dubbietto in più, perché gli altri li aveva bene o male già misurati, tutti, e quelli che gli restavano da verificare (Vlasov, per dire) li ha vidimati oggi, ma Yates gli era sin qui sfuggito e, più che mai dopo questo Zoncolan, continua a sfuggirgli: quanto si è nascosto fin qui il corridore della BikeExchange? Quanti conigli potrà estrarre dal cilindro? Che oggi potesse pagare qualcosa nel finalissimo da un camoscio come Bernal era pure ipotizzabile, ma in frazioni dallo sviluppo diverso, a partire dal tappone dolomitico di lunedì? Di sicuro da qui in poi Simon non potrà più giocare a carte coperte; la speranza di un’ultima settimana spettacolare passa, per il pubblico, tutta da lui: perché va bene l’ammirazione per un dominatore quale si candida a essere Egan, però vuoi mettere una sana battaglia a scatti e rasoiate nei denti, sulle tante salite che ancora aspettano la carovana rosa?

Chi oggi ha già raggiunto lo zenit del piacere indotto dal ciclismo è Lorenzo Fortunato. Uno che così, a 25 anni da poco compiuti e senza aver mai prima alzato le braccia su qualsivoglia traguardo, decide di vincere per la prima volta sullo Zoncolan. Uno dei 6-7 arrivi di montagna più iconici del ciclismo mondiale, mica poco. E riesce a fare quello che ha fatto muovendosi da veterano in una fuga in cui era al cospetto di vere e proprie faine da GT, gente che già vanta svariati successi (su tutti Mollema e Bennett), ma che nel finale è stata preceduta dall’incalzante ritmo del bolognese. Bravissimo, peraltro, a gestirsi e a ragionare, perché ha avuto la pazienza di non fare fuorigiri quando Tratnik è scappato a un certo punto, e ci immaginiamo quanto potesse star fremendo, in quei momenti, Lorenzo, ben immaginando di avere più gamba del pur bravissimo sloveno. Ma non era utile scalmanarsi, meglio salire regolari, alzare il passo in maniera impercettibile ogni cento metri, e infine raggiungere l’avversario, e poi staccarlo, e tenerlo a distanza in una gara di sofferenza, e tenere a distanza tutti gli altri, anche i supermostri della generale.

Una vittoria memorabile per la Eolo-Kometa, la prima del suo 2021, il primo anno da Professional, il primo invito al Giro, per un progetto che, in prospettiva, tutto il ciclismo italiano dovrebbe guardare con interesse, se veramente l’approdo del sodalizio bassocontadoriano, alla lunga, sarà il World Tour. Oggi i direttori sportivi della formazione dalle maglie biancazzurre hanno creduto in Fortunato, gli hanno messo accanto in fuga Vincenzo Albanese, che ha lavorato a lungo per il compagno, (quasi) tanto quanto Edoardo Affini e Jacopo Mosca avevano fatto per i rispettivi capitani Bennett e Mollema. Pareva un pronostico quasi scontato, la lotta tra gli esperti George&Bauke. E invece…

La cronaca. Cittadella-Monte Zoncolan, 205 km e arrivo sul Mostro, però dal volto umano, quello del versante di Sutrio. Non sono partiti in tre: i due velocisti della Jumbo-Visma, Dylan Groenewegen e David Dekker; e uno dei nomi attesi di questo Giro, Jai Hindley (DSM), secondo un anno fa, alle prese con problemi fisici per tutta questa edizione (un igroma ischiatico, in parole povere una dolorosissima piaga sul sedere) e mai di fatto in corsa per qualcosa di rilevante; avrà tempo per tornare alla corsa rosa a rinverdire il ricordo del 2020.

Come già più volte avvenuto in questo Giro, in tanti volevano andare in fuga nei primi chilometri, e il risultato è stato un tourbillon di scatti e un’andatura altissima nelle prime fasi. Finché Edoardo Affini (Jumbo) con una trenata paurosa non ha portato via un gruppetto, dopo 12 km. La Ineos Grenadiers ha tentato di mettere la sordina a tale azione, ma dopo averci provato per un po’ ha tirato i remi in barca, e il gruppetto Affini se n’è andato.

Perché i Granatieri non volevano più di tanto quella fuga? Perché al suo interno c’erano uomini di un certo spessore, e alcuni di loro, chissà, sarebbero potuti essere utilizzati in chiave tattica contro la maglia rosa Egan Bernal. Erano in 10 oltre al mantovano della Jumbo: Andrii Ponomar (Androni-Sidermec), Jan Tratnik (Bahrain-Victorious), Rémy Rochas (Cofidis), Vincenzo Albanese e Lorenzo Fortunato (Eolo-Kometa), George Bennett (Jumbo), Nelson Oliveira (Movistar), Bauke Mollema con Jacopo Mosca (Trek-Segafredo) al suo servizio, e Alessandro Covi (UAE-Emirates).

Non solo alla Ineos la fuga pareva un po’ indigesta: l’Astana-Premier Tech per esempio si è messa a tirare il gruppo (in particolare con Fabio Felline, che ha trainato tutti per ore e ore) dopo una cinquantina di chilometri, obiettivo non far avvicinare troppo in classifica George Bennett (che alla partenza pagava 11’21” da Bernal, e poi comunque è uno che in salita tiene, ha visto mai che nella terza settimana dia fastidio per qualche piazzamento di pregio). A lungo la squadra kazako-canadese ha tenuto la testa del plotone, con un’andatura controllata ma non blanda, per impedire che gli 11 se ne andassero a un quarto d’ora. E in effetti il vantaggio massimo ha toccato i 9′ a 70 km dalla conclusione, poi sulla Forcella Monte Rest (2a categoria con Gpm ai -58) i celesti guidati in ammiraglia da Giuseppe Martinelli hanno alzato il ritmo, riportando il gap a 6′ in cima.

Mollema ha vinto il Gran Premio della Montagna (come anche il precedente, un 4a categoria al Castello di Caneva dopo 77 km di tappa), scalando posizioni nella classifica della maglia azzurra (sempre guidata da David Bouchard dell’AG2R Citroën), poi la discesa, molto lunga, stretta e tecnica, ha favorito un’azione quasi estemporanea (vista la distanza dal traguardo) degli stessi Astana: con Gorka Izagirre a pennellare le cento curve della picchiata, i pochi riusciti a stargli agganciati si son ritrovati a fine discesa, a 50 km dalla fine, con un piccolo margine sul resto del gruppo. Con Gorka c’erano i compagni Luis León Sánchez, Harold Tejada e – attenzione – Aleksandr Vlasov. Pello Bilbao, che un tempo faceva parte della compagnia ma ora corre per la Bahrain-Victorious, è stato il quinto uomo ad aggregarsi; e poi, chi? Egan Bernal, naturalmente, scortato da Jonathan Castroviejo. La coppia Ineos ha lasciato fare, gli Astana hanno continuato a spingere.

Anche perché il plotone non era integro, ma si era spezzettato giù dalla Forcella Monte Rest; attardato Remco Evenepoel, per cui l’intera Deceuninck-Quick Step ha poi provato a spingere per chiudere il gap; nel gruppetto in mezzo, gli altri uomini di classifica, con EF Education-Nippo (per Hugh Carthy) e Bora-Hansgrohe (per Emanuel Buchmann) a tirare. Ai -43, su una discesina successiva al dentello di Forcella di Priuso, il gruppo Carthy-Buchmann (e Caruso, e Bardet, e Yates…) è rientrato sul drappello Astana-Bernal, e in quel momento Remco era a una ventina di secondi, per chiudere i quali ha dovuto in ogni caso spremere i vari João Almeida e James Knox. In ogni caso, ai -40 c’è stato l’aggancio.

A questo punto l’andatura si è placata un po’, e gli 11 al comando si sono riportati a +6′ circa, dopo che il loro vantaggio era stato eroso fino a 5′ scarsi. Ai -20 Vincenzo Albanese è stato il primo a staccarsi dalla fuga, dopo essersi speso per il compagno Fortunato; più avanti ha mollato Rochas, mentre le ultime trenate di Affini e Mosca hanno condotto il drappello a prendere lo Zoncolan ai -14 con 6’20” di margine: almeno uno dei superstiti ce l’avrebbe potuta fare. Mosca e Affini hanno mollato subito, Bennett ha sondato un po’ le forze in campo, poi agli 11 km Tratnik ha allungato con una mezza fagianata e ha preso 15″; dopo mezzo chilometro Ponomar ha proposto una risposta, e gli sono andati dietro Covi e Fortunato, il quale ha poi rilanciato con decisione anticipando il rientro di Mollema, Bennett e Oliveira (che erano rimasti più arretrati).

Ai 10 km Ponomar si è staccato dal gruppetto Mollema-Oliveira-Covi-Bennett, Fortunato ha messo nel mirino Tratnik, gestendosi al meglio avrebbe chiuso sullo sloveno a 7 km dalla vetta. 40″ in quel momento per la nuova coppia al comando rispetto ai quattro inseguitori, 5’20” sul gruppo.

Ecco, il gruppo: l’Astana aveva continuato a tirare fino ai -10, e lì era passata in testa la Ineos con Gianni Moscon, un chilometro per il Trattore e poi palla a Jhonatan Narváez; a 7 dalla conclusione Vincenzo Nibali (Trek) ha alzato bandiera bianca, forse fiaccato anche da un po’ di allergia, di sicuro mai al meglio della condizione in questi 15 giorni (a parte la bella discesa verso Bagno di Romagna). Poco dopo ha mollato l’ex maglia rosa Attila Valter (Groupama-FDJ), quindi ai 6 km Narváez ha finito il proprio turno ed è toccato a Castroviejo, che ha proseguito per 3 km buoni.

A 2.5 dalla vetta è stato il momento degli italiani: Covi è emerso dal quartetto inseguitore (a 50″ dai primi), e soprattutto Fortunato, cento metri dopo, ha staccato Tratnik: faceva fede l’attitudine alle pendenze estreme, certamente maggiore per l’emiliano della Eolo rispetto al corridore della Bahrain.

Sullo stesso punto, più o meno, Jan Hirt (Intermarché-Wanty) ha rotto l’equilibrio in gruppo; Davide Formolo (UAE) ha pagato il cambio di ritmo, poi han ripreso il ceco e Bernal aveva ancora un Daniel Martínez da spendere e l’ha fatto. Il colombiano ha spinto a tutta, e ancor più dopo aver ricevuto un incitamento da Egan, il quale si era accorto che Evenepoel era attaccato con lo sputo in fondo al gruppetto. E infatti l’accelerazione è costata cara a Remco, che si è staccato chiamando in soccorso il solito Almeida.

Ai 1500 metri il primo scatto al Giro di un corridore che non avevamo ancora mai visto: Simon Yates. Il britannico della BikeExchange ha colpito duro, e infatti solo un uo uomo gli ha saputo rispondere: la maglia rosa Bernal. Di colpo il quadro si è chiarito, tutte le comparse sono uscite dallo schermo, e al centro della scena son rimasti i due veri rivali di questo Giro d’Italia 2021.

Torniamo avanti: restava a Lorenzo Fortunato l’ultima rampa, la più dura. Tratnik gli era sempre alle calcagna, non lontano, lo teneva a vista, e la bassissima velocità faceva sì che i respiri dell’uno e dell’altro fossero quasi un unisono. Ma se Fortunato soffriva, stringendo i denti e facendo tutte le smorfie del mondo, lo sloveno pativa ancora di più, al punto da dover zigzagare con la bici per non ribaltarsi.

E allora per il 25enne nato a Bologna è finita la dimensione della realtà ed è cominciata, senza soluzione di continuità, quella del sogno. Favorito dallo scenario metafisico, le nuvole basse, praticamente l’arrivo era piazzato qualche metro sopra il cielo, Lorenzo ha potuto dispiegare tutta l’incredulità di cui poteva disporre, ha potuto magari convincersi di trovarsi in un regno magico, poi domani, quando la foschia da endorfine nella sua mente si sarà diradata, potrà vedere bene quello che ha realizzato, e nel rivedersi in videocassetta, se fa attenzione, potrà persino individuare il secondo preciso in cui la sua carriera si spezza a metà: finita di colpo la vecchia, quella in cui era un giovane promettente ma tutto da scoprire; cominciata la nuova, quella in cui è l’ottavo corridore a iscrivere il proprio nome sull’albo d’oro dello Zoncolan. E promettere – nel delirio felice del post-tappa – altre giornate da protagonista, da qui a domenica prossima.

Tratnik ha chiuso a 26″, il bravissimo Alessandro Covi è emerso per prendersi il terzo posto a 59″, dopo il secondo di Montalcino (se gli dicevano “fai secondo sulle strade bianche e terzo sullo Zonco” ci metteva 120 firme); poi sono arrivati i big. Li avevamo lasciati insieme, ma fatto sta che a mezzo chilometro dal traguardo Egan Bernal ha brutalmente staccato Simon Yates. In ballo c’erano due cose: qualche secondo da guadagnare; e il titolo di maschio alfa del gruppo da difendere. Perché se anche fosse rimasto in rosa, ma l’inglese l’avesse staccato, Bernal forse non sarebbe più stato così nettamente la Stella Polare della corsa. E invece ci ha tenuto a rimarcarli, certi concetti.

Partito fortissimo, Egan ha recuperato rapidamente Oliveira, Bennett e poi Mollema, ma più che altro il suo interesse era quello di martellare il più possibile, là sul 24%, per spingere gli altri indietro più che poteva. Ci è riuscito, altro che no. Ha chiuso la tappa al quarto posto a 1’43” da Fortunato, Mollema quinto a 1’47”; a 1’54” (11″ da Egan) è arrivato Yates; 2’10” il ritardo di Bennett, 2’18” quello di Oliveira, quindi a 2’22” un ternino con Martínez, Caruso e Ciccone: perdere 39″ da Bernal, oggi, voleva dire praticamente salvarsi. Più indietro gli altri: Dan Martin (Israel Start-Up Nation) ha pagato 2’27” (44″ da EB), Buchmann 2’29” (46″), Carthy 2’37” (54″), Romain Bardet (DSM) 2’45” (1’02”), Aleksandr Vlasov 2’55”, 1’12” da Bernal, in pratica una giornata di lavoro a ufo per l’Astana: a volte capita anche questo nel ciclismo dei grandi giri.

João Almeida, a 3’11” da Fortunato e 1’28” da Bernal, ha preceduto di due secondi Remco, uno dei grandi sconfitti di oggi. Formolo ha chiuso a 4’19” da Fortunato, Tobias Foss (Jumbo) a 4’31”, Valter a 5’41”. Nibali, a 12’04”; con una faccia da funerale che forse non gli avevamo mai visto.

La classifica generale assume i contorni dell’arrivo di tappa, Egan Bernal è più che mai primo, ma ora alle sue spalle è salito Simon Yates, scavalcandone tre in un colpo solo. Il ritardo del capitano BikeExchange ammonta a 1’33”, nemmeno tanto a dirla tutta, visto il percorso che resta ancora da coprire. Il Giro sarà sì più che indirizzato, ma non possiamo dichiararlo già finito. Il terzo è sempre Damiano Caruso, che procede proprio come ci si aspettava: regolare, in difesa se necessario, sempre consistente; 1’51” è il suo ritardo dalla rosa. Vlasov gli passa dietro, quarto a 1’57”, Carthy è quinto a 2’11”. E poi troviamo Buchmann a 2’36”, Ciccone (in risalita di una posizione) a 3’03”, Evenepoel a 3’52”, Martínez a 3’54”, Bardet a 4’31” a chiudere una top ten che ha appena acciuffato più per controprestazioni altrui che per sue esibizioni brillanti. Fuori dai 10 Foss, Valter, Martin, Almeida, Ruben Guerreiro (EF, oggi piuttosto litigioso con Andrea Pasqualon della Intermarché), Formolo, Nick Schultz (BikeExchange), Bennett rientrato nei 20, Nibali sceso in 10esima posizione con un ritardo di 14’25” da Bernal. Titoli di coda.

Domani l’alternaza hard-soft va sul soft, la Grado-Gorizia consta di 147 km facilini, in gran parte nel circuito caratterizzato dalla salitella di Gornje Cerovo, da scollinare un’ultima volta a 17 km dalla linea d’arrivo. Giornata da fuga, e considerando chi è venuto a mancare qualche giorno fa, occasione irripetibile per qualcuno per titolare da qualche parte “Il Giro fa scalo a Grado”…

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