Amina Lanaya, direttrice generale dell'Unione Ciclistica Internazionale © UCI
Amina Lanaya, direttrice generale dell'Unione Ciclistica Internazionale © UCI

Infiltrati antidoping nei team? Massì, suicidiamoci!

L’idea della direttrice generale UCI Amina Lanaya va bollata per quello che è: una follia che porterebbe alla morte sociale del ciclismo professionistico

La storia del ciclismo è costellata da idee rivoluzionarie. Nel 1903 nacque il Tour de France, nel 1935 Tullio Campagnolo introdusse il cambio, nel 1954 con Fiorenzo Magni e la Nivea comparvero le sponsorizzazioni, il 1984 vide imporsi con Francesco Moser le ruote lenticolari, nel 1996 gli azzurrini di Antonio Fusi utilizzarono per primi le radioline in corsa… e nel 2022 qualcuno ha ben pensato di infiltrare le squadre con degli informatori pagati al fine di combattere il doping.

Ferma, ferma: infiltrati nel ciclismo? Ma perché non ci abbiamo pensato prima! A mettere sul tavolo la clamorosa ipotesi non è un qualsiasi passante di Mestre ma una dei capoccia dell’UCI, nientemeno che la direttrice generale, Amina Lanaya, franco-marocchina che fa parte della squadra di Monsieur Lappartient. Da 15 anni nell’Unione Ciclistica Internazionale con vari ruoli, dal 2017 ricopre l’attuale carica.

Le sue parole, tratte da un’intervista rilasciata a Ouest-France, le riportiamo dalla Gazzetta: “Di questi tempi, tutto sta passando attraverso l’intelligence, l’investigazione, la collaborazione con la polizia. Non credo che i controlli antidoping siano il principale strumento di lotta contro chi vuole imbrogliare. Io privilegerei l’intelligence e l’attività di investigazione. Sto per dire una cosa estrema forse, ma io credo che ci sia la necessità di infiltrarsi. In gruppo, nelle squadre. E valutare la possibilità di pagare gli informatori. Giuridicamente possibile? Questo è da vedere, ma è il solo modo di riuscirci e potrebbe avere un effetto dissuasivo”.

A quanto riporta la rosea, secondo Lanaya in gruppo c’è chi teme un nefasto ritorno ai tempi dell’affare Festina, quello che ufficialmente aprì la stagione della caccia alle streghe sul finire degli anni ’90. La DG UCI prevede che “quando però cominceranno a esserci positività tra persone che si credono intoccabili, la voce in gruppo comincerà a girare in senso opposto. Alcuni capiranno che non si può sbagliare, noi dobbiamo essere in grado di mandare un messaggio”.

Ci aggrappiamo a Marshall McLuhan (“il mezzo è il messaggio”) per sperare che la sparata della dirigente sia un avvertimento, “vi vediamo, stateve accuorti, non esagerate”, e che non ci saranno effettivi passi nella direzione prospettata, ma ciò non ci mette al riparo dall’immaginare corridori o membri degli staff che con occhiali-naso-e-baffi finti di Groucho Marx vanno in giro per i corridoi d’albergo a origliare questo e quello, non trascurando la famosa capsula di cianuro incastonata in un molare, sai mai dovessero scoprirti, in quel caso meglio una santa morte (i servizi segreti sovietici ci avranno pur insegnato qualcosa…).

Direbbe Lanaya se leggesse queste righe: “Ma mi state prendendo in giro?”. Sì però hai cominciato tu! [Questa è di Battista]. Ma vediamo un po’ perché questa proposta è una colossale strupidata (la “r” lì in mezzo non è un refuso ma una citazione banfiana). Non occorre aver studiato la storia integrale della DDR o di Donnie Brasco per sapere che un sistema basato sulla delazione porta a una certa insanità mentale, insomma riuscite a pensare al clima di paranoia che immediatamente si instaurerebbe nel momento in cui dovesse venir fuori una misura del genere? Che vita diventerebbe quella dei corridori, costretti a non potersi fidare più di nessuno, a guardarsi le spalle con sospetto, a vedere devastato il senso stesso dello sport di squadra, ovvero il mutuo aiuto tra compagni che condividono uno stesso tratto di percorso, di fatica, di obiettivi?

Atomizzati, automizzati, così li vuole Lanaya, individui sempre più individualisti e autoriferiti, già ci si lamenta che i corridori non interagiscono più come un tempo perché son tutti davanti a uno smartphone anziché fare/dire insieme le goliardate che tanto ci piace sentir raccontare del ciclismo del passato, figurarsi come diventerebbe la socialità di un team nel momento in cui sai che chiunque dei tuoi interlocutori potrebbe essere un infiltrato [“Le carriere degli altri”…].

“Se non si dopano non hanno niente da temere”, dirà il rappresentante del ciclismo delle marmotte e della cioccolata, peccato che la realtà offra livelli di complessità un tantino più elaborati rispetto alla frase a effetto buttata lì gratis al bancone del bar della vita. Ce lo insegna la storia: qualunque misura da stato di polizia non eradica i problemi che apparentemente si vanno ad affrontare con le maniere forti, si ottengono invece risultati molto migliori percorrendo le vie della cultura e del realismo. Della limitazione del danno.

Oltre ad averla sparata grossa, Lanaya forse non si è ben resa conto di aver ammesso tra le righe il fallimento dell’attuale sistema antidoping, in pratica ci dice che qua e là nel ciclismo si parla di doping di squadra (ma ci sono riscontri per scomodare addirittura la Festina o si tratta di impressioni espresse tanto per fare sensazionalismo?), che i controlli fanno acqua e che evidentemente pure il passaporto biologico ha la possibilità di essere bucato. Ma in realtà queste cose le sapevamo già, se volevamo guardare in faccia la realtà.

Ma sappiamo anche altro, e cioè che – data l’impossibilità dell’esistenza dello sport pulito – ci basta che il ciclismo sia credibile, ci accontentiamo. E se prendiamo come parametro la storia di questo sport, riconosciamo che il ciclismo del doping ematico, dei valori agonistici completamente in balia della spregiudicatezza degli atleti e dei loro medici, era molto diverso da quello che vediamo da qualche anno in qua.

Era un ciclismo in cui si correva poco, in cui la periodizzazione raggiungeva picchi di parossismo ridicoli (senza fare nomi, capitava che corridori vincessero un’Amstel alla domenica e non partecipassero alla Liegi della domenica successiva per recuperare in vista del Tour…), in cui gli scontri d’alto livello erano rarefatti, in cui i mezzi corridori per qualche giorno (non nell’arco della stagione ma nell’arco della carriera) parevano Merckx, in cui gli albi d’oro si riempivano di nomi un po’ così. Vi pare il ciclismo che stiamo vivendo in questi ultimi anni?

A parte che – grazie al fatto che contemporaneamente ci sono esplosi 3-4 fenomeni veri – ci stiamo godendo nei ’20s uno spettacolo che avevamo persin dimenticato di poter sognare, ma un ciclismo in cui i big son sempre lì a suonarsele e si dividono le vittorie più prestigiose è quanto di più lontano si possa immaginare da una disciplina i cui esiti sono pesantemente alterati da fattori chimici.

Dopodiché, qualcuno che spinge sull’acceleratore più di quanto sarebbe il caso si può sempre trovare, non lo neghiamo. Ma rafforziamo e miglioriamo il PB prima di raffigurare fosche distopie disumanizzanti, cara Amina. Amina, al contrario fa “anima”, e in effetti la proposta della franco-marocchina è proprio il contrario dell’anima (dello sport). A meno che – qui ci mettiamo il disclaimer da 90 – la dirigente non si riferisca in realtà e in filigrana al doping meccanico, in quel caso staremmo da tutt’altra parte rispetto a quanto sin qui analizzato, ma anche su questo fronte ci sono cento e una soluzioni migliori, più facili, più attuabili per limitare l’eventuale problema, che non ricorrere a infiltrati e delazioni.

Oh no, Lanaya, Lanaya, Lanaya, Lanaya, io non ci vivo più, restaci tu qui! In questo ciclismo che prefiguri o addirittura auspichi. Una roba del genere non fa per noi, e a dirla tutta ci chiediamo per chi mai potrebbe fare. Ci chiediamo pure, in chiusura, se i sindacati dei corridori avranno qualcosa da eccepire nei confronti di un’idea che rappresenterebbe, qualora realizzata, la disfatta totale dello spirito di corpo (stavamo per scrivere “coscienza di classe”, maledetti noi) che invece i sindacati stessi avrebbero l’obbligo di perseguire e propugnare tra i loro associati. Attendiamo fiduciosi. Si fa per dire.

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