Che spettacolo il ciclismo senza Pogačar!
Chi temeva che, senza lo sloveno, le corse sarebbero tornate al canovaccio antico, è rimasto sonoramente smentito. E se poi ha vinto McNulty, anche meglio: perché, insieme allo spettacolo, è tornata pure la tattica!

Van der Poel che attacca a 90 km dall’arrivo, Van Aert che lo insegue e poi contrattacca. Mathieu che torna sotto e se ne va, ma con Onley e Simmons che gli restano attaccati a ruota. E alle spalle Roglič (Roglič!) che rinviene. E poi dietro, a sgomitare, Del Toro e Seixas, Pidcock e Healy che a un certo punto, addirittura, torna sotto a quelli in testa. E ancora Remco, a fare come al solito l’Evenepoel, il fenomeno a corrente alternata. Insomma, tutti gli interpreti più forti in circolazione là davanti, a darsi battaglia, per almeno tre ore di ciclismo ai massimi livelli. E se alla fine ha vinto McNulty, chi se ne frega?
Benedetta Incertezza di un ciclismo che (comunque) cambia
Grande Brandon, campione del mondo degnissimo, già iridato juniores dieci anni fa, quando sembrava un predestinato, salvo poi accontentarsi del gregariato di lusso. E fagliene una colpa, di aver scelto il posto fisso, in questi tempi incerti. Ma uno che aveva e che ha ancora, evidentemente, un motore eccezionale, perché altrimenti non vinci in solitaria un mondiale di 275 km, mettendoti alle spalle tutti i più forti corridori al mondo…
Tutti, meno uno, certo: ma davvero qualcuno ha sentito la mancanza di Tadej Pogačar, nello splendido mondiale di Montréal? Chi, dopo il suo capitombolo alla Vuelta, aveva ironizzato sulla maglia roja di Enric Mas o l’impresa postuma di Landa, davvero ha ancora il coraggio di lamentarsi per la mancanza di spettacolo del ciclismo de-pogaciarizzato? Già le due premondiali canadesi di un paio di settimane fa – con Evenepoel, Del Toro e Seixas a scaldare il motore in vista del grande appuntamento iridato, senza fare niente per nascondersi – ci avevano detto di un ciclismo godibilissimo in assenza del dittatore sloveno. E pure la corsa che ne ha designato il successore in maglia arcobaleno, è stata di una bellezza abbacinante.
I timori di assistere ai trenini di una volta sono stati spazzati via praticamente ai cento dall’arrivo, e da allora è stato un susseguirsi di spettacolo. E soprattutto di Incertezza, che dio la benedica! Perché per quanto Van der Poel sia un fuoriclasse, non è mai riuscito a isolarsi al comando, e l’esito della sua azione a lunga gittata è sempre rimasto in bilico. Tanto dall’essere effettivamente ripreso, a un certo punto. Quanto a Evenepoel, che in assenza di Tadej davano tutti – e lui stesso, in primis – come l’uomo da battere, ha dimostrato per l’ennesima volta di avere ogni tanto dei passaggi a vuoto. Di non essere, come è invece quell’altro, ineluttabile.

E gli stessi Seixas e Del Toro, i due principali indiziati ad ereditare il trono del signore di Komenda, hanno dimostrato di avere ancora dei limiti, vivaddio, tali per cui le corse che li vedono al via non risultano già ristrette a un testa a testa tra di loro. Tutti, soprattutto, hanno comunque scelto di interpretare la corsa all’attacco, senza nascondersi dietro all’equilibrio che pure avrebbe giustificato un approccio più accorto e attendista.
Segno che, forse, è il ciclismo di per sé ad essere cambiato rispetto al recente passato, al di là dei singoli interpreti, perché il nuovo approccio alla (continua) alimentazione fa sì che gli atleti abbiano il serbatoio sempre pieno, e dunque molte più frecce al loro arco. E l’infornata di talenti che impreziosisce questa generazione rende il piatto ancor più prelibato, al punto tale da poter fare tranquillamente a meno perfino del ciclista più forte e carismatico.
Godiamocela, allora, questa parentesi di aria pura, per la quale dovremo ringraziare eternamente un anonimo, piccolo e benemerito sasso di una sperduta strada spagnola. Godiamoci l’Europeo della prossima settimana, e godiamoci il Lombardia che chiuderà questa stagione, diventata improvvisamente meritevole di essere vissuta. Augurando a Tadej un pieno e pronto recupero, ci mancherebbe, ma magari evitando il ritrito auspicio di vederlo “tornare più forte di prima”. Anche no, grazie.
McNulty campione mondiale di tattica
Un post scriptum, naturalmente, lo merita il nuovo campione del mondo, Brandon McNulty. Che non sarà un dio come Pogačar o Van der Poel, e se è per questo non è neanche caparbio come Remco, strenuo come Van Aert o sfrontato come quei due maranza di Del Toro e Seixas. Ma è colui che meglio di tutti ha saputo interpretare tatticamente il finale, una dote che pareva diventata superflua, nel ciclismo anabolizzato dalle grandi imprese solitarie del suo capitano di tutti i giorni. Capitano per il quale, il prossimo anno, continuerà a sacrificarsi in testa al gruppo? Pazienza, d’altra parte è un rischio, quello di vedere la maglia iridata a fare il gregario, che paradossalmente avremmo corso anche se a vincere fosse stato Del Toro. Ad esempio.

Male l’Italia, invece, se davvero – come dichiarato da Ciccone a fine gara – noi si era scelto di correre sulle ruote dei favoriti. Quando, invece, gli azzurri avrebbero dovuto rifuggire in ogni modo i testa a testa coi big, dai quali sapevano di uscire sistematicamente perdenti. Dovevamo essere noi a provare la fagianata come McNulty, insomma, o essere pronti a saltare sulle ruote del primo mcnulty qualunque che ci avesse provato. Tanto che, avendo vinto un peone, proprio gli altri peones sono i veri sconfitti di questo mondiale: noi per primi, naturalmente, e prima di tutto sul piano concettuale, se davvero abbiamo scelto di lasciarlo andare, l’americano.