L’anomalia Uno-X Mobility: il distributore di benzina diventato una potenza del WorldTour
Un’analisi del “modello Uno-X", il team che dopo essersi guadagnato il passaggio nel World Tour si sta confermando con una strategia peculiare ma difficilmente replicabile

Ripubblichiamo su Cicloweb, nelle modalità tradizionali, una parte del trentaduesimo numero di Muri || la Newsletter breve ma intensa di Cicloweb. Non tutti i contenuti della newsletter vengono poi riportati su Cicloweb.it: iscriviti qui per leggere in anteprima i nostri contenuti, ricevendo la nostra newsletter sulla tua casella email ogni martedì!
Venerdì 28 agosto, sulla settima tappa della Vuelta a España 2026, Andreas Leknessund ha attaccato quasi dalla partenza della frazione di 149,8 km tra Vall d’Alba e Aramón Valdelinares, resistendo per gran parte della giornata prima di involarsi in solitaria sull’ultima salita. Alle sue spalle, un altro norvegese: Tobias Halland Johannessen, capace di staccare Wout van Aert, Eddie Dunbar e Alexey Lutsenko per completare una doppietta tutta Uno-X Mobility. Una vittoria arrivata in una giornata segnata dalla scomparsa di Re Harald V, alla quale il team ha voluto dedicare il successo.
Con quel successo, la Uno-X si è fregiata di una vittoria di tappa in tutti e tre i Grandi Giri della stagione 2026: Fredrik Dversnes al Giro (tappa 15, in fuga), Søren Wærenskjold al Tour (tappa 11) e ora Leknessund alla Vuelta: tre corridori diversi, tre corse diverse, un traguardo mai raggiunto prima dal ciclismo norvegese. Allargando lo sguardo al Tour de France 2025, quando Jonas Abrahamsen vinse a Tolosa, il conto sale a quattro GT consecutivi con almeno una tappa targata Uno-X.

Numeri che raccontano più di una buona stagione, ma di un progetto passato in un decennio da squadra continentale finanziata da una catena di benzinai a WorldTeam, categoria nella quale è stata promossa l'anno scorso, a tutti gli effetti, mantenendo un’identità senza eguali nel gruppo: una squadra che corre quasi solo con atleti e atlete dai Paesi scandinavi, di proprietà diretta del suo sponsor, con l’ambizione di ripensare cosa significhi essere un team ciclistico nel 2026. In un sistema dove il divario tra i top team e le squadre minori si fa sempre più abissale, tanto che anche le squadre minori del WorldTour fanno fatica ad essere competitive, la Uno-X ha compiuto un percorso di crescita reale che non è passato da nuovi ingressi dagli sponsor, ma da un modello particolarmente efficace e riuscito.
Un team “solo scandinavo”
La squadra maschile è composta interamente da norvegesi e danesi; in quella femminile, la metà dell’organico arriva da Norvegia e Danimarca. È una scelta ribadita anche nel mercato: l’ultimo acquisto è il danese Kristian Egholm, campione nazionale a cronometro: il team aveva già deciso di puntare su di lui prima ancora del titolo nazionale, senza volerlo etichettare troppo rigidamente come specialista a cronometro.
Scelte così non sono uniche nello sport europeo, ma restano rare ai massimi livelli. Una testata tedesca ha accostato Uno-X all’Athletic Bilbao nel calcio, che schiera solo baschi; lo spagnolo Víctor Díaz Gavito ha richiamato invece l’Euskaltel-Euskadi, storica squadra ciclistica basca, e il settore giovanile dell’Ajax come modello: crescere talenti in casa senza rinunciare al successo sportivo.
Dietro l’identità c’è anche un fattore tecnico. Da fine 2024 il responsabile tecnico di entrambe le squadre è Olav Aleksander Bu, l’allenatore che con il “Metodo Norvegese” ha reso Kristian Blummenfelt e Gustav Iden due dei triatleti più vincenti al mondo. Il principio è semplice: misurare tutto, personalizzare la risposta di ogni atleta e costruire un allenamento che privilegi volumi elevati a bassa intensità, lavoro mirato di soglia e attenzione maniacale a alimentazione, idratazione e recupero. Nei ritiri in quota, come quello a 2.300 metri in Sierra Nevada prima del Tour, la squadra incrocia analizzatori metabolici, test del lattato e rebreather al monossido di carbonio per capire quale adattamento stia davvero producendo i guadagni di potenza. Bu struttura questi camp in tre settimane con un’immagine agricola: si pianta il seme (adattamento), lo si annaffia (carico progressivo), infine lo si raccoglie (intensità e gara). Ma il vero segreto non sta nella tecnologia: è la disciplina nel rispettare la piramide di intensità norvegese (circa 85% di volume facile, 12–13% di soglia, meno del 3% di alta intensità) e nel curare ogni dettaglio nutrizionale per massimizzare il recupero tra una sessione e l’altra.
Lo stesso approccio è stato applicato all’acclimatamento al caldo per il Tour 2026, corso con temperature vicine ai 40°C e asfalto oltre i 50°C, al punto da costringere gli organizzatori ad accorciare una tappa, la nona, per la prima volta in 123 anni. Il protocollo prevede 10-14 giorni di esposizione controllata, sessioni di 90 minuti senza aria condizionata né bevande fredde, un sensore CORE per la temperatura interna e prelievi di lattato per individuare il “punto di rottura termica” di ogni corridore. Il risultato, secondo i dati citati, è un aumento del volume plasmatico del 6,5% in dieci giorni e miglioramenti prestativi fino all’8% al caldo. Nella tappa accorciata, Johannessen ha chiuso secondo; pochi giorni dopo Træen ha vestito la maglia gialla per due tappe.
Non sorprende che il progetto sia diventato un riferimento anche fuori dai propri confini. Il campione olimpico su pista Knut Knudsen ha ricordato come dietro ai risultati di Uno-X ci sia “un lavoro iniziato da anni” grazie al general manager Thor Hushovd, ex iridato su strada, e al sostegno degli sponsor, richiamando la profondità del movimento giovanile norvegese: un Paese di appena cinque milioni di abitanti, da poco entrato nel WorldTour. A tenere insieme un gruppo impegnato su tre Grandi Giri contribuisce anche lo staff: il nutrizionista capo James Moran ha raccontato come il team riduca lo stress dei corridori con una corsa mattutina condivisa, piani nutrizionali comunicati la sera prima e una logistica dei rifornimenti pianificata giorni in anticipo.
Il modello di business: quando lo sponsor è il proprietario
A differenza della quasi totalità delle squadre WorldTour, Uno-X non è “solo” sponsorizzata: è parte integrante dell’azienda che le dà il nome. Corridori e staff sono dipendenti di Uno-X, catena di stazioni di servizio in Norvegia e Danimarca e una delle quattro aree di business del gruppo Reitan Retail, che controlla anche REMA 1000 e i punti vendita 7-Eleven scandinavi.
Nata come rete di distributori automatici a basso costo, Uno-X investe oggi nella ricarica ultra-rapida per veicoli elettrici (colonnine da 150 kW o più) e in servizi come un autolavaggio certificato Nordic Swan, molto più sobrio nei consumi rispetto a uno tradizionale. In questa trasformazione, da carburante a “mobilità del futuro”, la squadra gioca un ruolo centrale: i corridori sono presentati come ambasciatori della bicicletta quale soluzione per ridurre le emissioni del trasporto su strada.

Al vertice siede Thor Hushovd, general manager dal gennaio 2024 dopo aver preso il posto di Jens Haugland (oggi CEO di Uno-X Norge AS). Con lui lavora il team manager Gabriel Rasch: i due sono compagni di lunga data, avendo corso insieme tra Crédit Agricole, Cervélo e Garmin-Cervélo. Molto attivo è anche Vegar Kulset, a capo di Uno-X Energi, che ha sintetizzato così la missione del gruppo: “il nostro compito è sviluppare e promuovere soluzioni per la mobilità del futuro”.

Il progetto sportivo: dallo sviluppo ai risultati immediati
Il percorso è stato lineare quanto rapido. Erede del Team Ringeriks-Kraft, la squadra nasce nel 2016 e debutta nel 2017 come formazione Continental. Nel 2020 arriva lo status di ProTeam; nel 2022 nasce la squadra femminile che subito ottiene la licenza WorldTour; nel 2025, dopo una stagione chiusa con 23 vittorie, tra cui l’Omloop Het Nieuwsblad e la storica tappa di Abrahamsen al Tour, con l’undicesimo posto nel ranking UCI, arriva anche per gli uomini la promozione: è la prima squadra scandinava con licenza WorldTour in entrambe le categorie.
Il 2026, primo anno da WorldTeam maschile, ha portato un calendario più fitto, con tutti e tre i Grandi Giri e l’esordio in due di essi. Il resto è già raccontato: le tappe di Dversnes al Giro e di Wærenskjold al Tour, con la maglia gialla di Træen a fare da collante fino alla doppietta di Leknessund e Johannessen alla Vuelta.
Il progetto non si esaurisce nella squadra maschile. Quella femminile ha vissuto nel 2026 la sua giornata più importante: alla terza tappa del Tour de France Femmes, Sigrid Haugset ha firmato un attacco solitario da oltre 80 km, resistendo al ritorno di Lotte Kopecky e conquistando la prima vittoria di tappa della squadra in questa corsa e la prima maglia gialla. Il team aveva individuato quella tappa da settimane e l’aveva ricognita più volte con Haugset.
Rispetto alla squadra maschile, quella femminile mantiene una composizione più aperta: solo metà dell’organico è norvegese o danese, e nella stagione 2026-2027 vi troveranno posto anche tre azzurre: Alessia Vigilia, Laura Tomasi e Francesca Pellegrini.

Un modello replicabile?
Alcuni degli ingredienti che hanno reso possibile il modello Uno‑X, ne rendono difficile la trasferibilità altrove.
Il primo è uno sponsor che non si limita al logo sulla maglia, ma assume corridori e staff come dipendenti e allinea l’intero progetto alla propria strategia aziendale (qui, la transizione da carburante a mobilità sostenibile). Uno‑X non è un team “sponsorizzato”, ma parte integrante del business di Reitan Retail: la squadra diventa uno strumento di marketing, di recruiting e di narrazione del brand, con una stabilità che pochi sponsor tradizionali possono garantire, riducendo la dipendenza dai risultati immediati e permettendo di pensare in orizzonti pluriennali, condizione rara nel ciclismo WorldTour.
Il secondo è tecnico: la capacità di importare competenze da altri sport di endurance, come avvenuto con l’arrivo di Olav Aleksander Bu dal triathlon, e di costruirci attorno un sistema di misurazione e personalizzazione degli allenamenti. Bu non ha semplicemente “portato il metodo norvegese” in bicicletta; ha adattato al ciclismo principi di doppia soglia, monitoraggio del lattato e gestione del calore, integrandoli con strumenti come i sensori CORE e test metabolici in quota. Il risultato è un approccio in cui il power data è solo uno dei parametri, non il dogma, e il carico viene tarato in tempo reale sulla risposta fisiologica individuale. Bu stesso ha dichiarato che non serve il monte ingaggi più alto per essere la squadra migliore, convinto che esistano “modi più intelligenti” per competere con chi ha più risorse.
Il terzo, meno tangibile, è culturale: una scena giovanile scandinava (norvegese in particolare) costruita su partecipazione di massa, multi‑sport e specializzazione tardiva, che secondo Knudsen cresce in parallelo a quella, già consolidata, del ciclismo danese. In Norvegia il 93% dei giovani pratica sport, con costi bassi, niente classifiche fino ai 12 anni e una forte enfasi sul divertimento e sul benessere prima della performance. Questo produce un bacino ampio di atleti abituati a volumi elevati, a gestire la fatica e a restare nello sport a lungo, riducendo il burnout e il drop‑out. La Danimarca, con una tradizione ciclistica più radicata, offre invece un percorso più strutturato verso l’élite, con scuole‑accademia e una cultura della gara che si integra bene con il modello norvegese. Uno‑X pesca da questo doppio serbatoio: da un lato la “wellness culture” norvegese che forma atleti resilienti e motivati, dall’altro la filiera danese che fornisce già corridori abituati al livello WorldTour.
Un quarto pilastro è il sistema scolastico‑sportivo: in Scandinavia è comune il modello delle scuole‑accademia, dove i giovani atleti seguono percorsi di studio pensati per conciliare allenamenti, gare e recupero, con staff che li educano a gestire salute, carico e sviluppo a lungo termine. Programmi come “Prep to be PRO” nascono proprio per evitare di “rompere” i talenti con pressioni o volumi mal gestiti, e per formare atleti consapevoli prima che professionisti. Questo riduce il drop‑out nell’adolescenza e garantisce un flusso costante di corridori pronti al salto di qualità, come si vede nel vivaio di Uno‑X.
A monte c’è poi il metodo nordico per l’endurance di cui abbiamo già detto. Pazienza, volume, cultura di gruppo e anni di allenamento “veramente facile” prima di spingere premiano la costanza e la progressione graduale, generando un modello coerente con uno sviluppo giovanile che non brucia le tappe: più atleti restano nello sport, più accumulano ore di allenamento “giuste”, più è probabile che emergano campioni di endurance.
Insieme, questi quattro fattori (sponsor‑proprietario, innovazione tecnica trasversale, humus culturale scandinavo e sistema scolastico‑sportivo integrato con il metodo nordico per l’endurance) – creano un ecosistema difficile da replicare altrove. Un team in un altro paese potrebbe copiare singoli elementi (un preparatore, un protocollo, una filosofia giovanile), ma faticherebbe a riprodurre la combinazione di stabilità aziendale, competenza multidisciplinare, base giovanile ampia e sana, e struttura educativa che sostiene Uno‑X.
Un indizio della credibilità raggiunta arriva paradossalmente da fuori squadra: le voci, riportate da Magnus Cort, secondo cui Jonas Vingegaard avrebbe detto ai compagni che, se mai dovesse lasciare la Visma, lo farebbe solo per la Uno-X. Vingegaard ha smentito ogni intenzione di cambiare squadra, ma il circolare stesso della frase racconta quanto il progetto sia ormai percepito come un’alternativa credibile anche per un due volte vincitore del Tour.
Come un’anomalia
Uno-X Mobility resta, con ogni evidenza, un caso limite più che un modello immediatamente esportabile. Ma è proprio per questo che merita attenzione: dimostra che identità locale, proprietà aziendale diretta e metodologie di allenamento mutuate da altri sport possono, insieme, produrre risultati competitivi anche senza il budget delle squadre più ricche del gruppo.
In un ciclismo WorldTour dove il mercato dei corridori è ormai globale (squadre che comprano talento ovunque si trovi, spostando atleti da un continente all'altro come si negozia qualsiasi altra risorsa) la scommessa di Uno-X va in direzione opposta. Più che un vezzo identitario fine a se stesso, ha preso la forma di un'azienda che assume corridori e staff come propri dipendenti, investe nel proprio territorio e lega il progetto sportivo a una missione ambientale e sociale dichiarata. Resta un'anomalia. Ma è un'anomalia che migliora (quando non vince) tappa dopo tappa, e pone al resto del gruppo una domanda che riguarda il modello prima ancora dei risultati: si può restare competitivi ai massimi livelli costruendo valore per un territorio e per chi ci lavora, invece che limitandosi a comprarlo sul mercato globale?