Mathieu van der Poel vince il Giro delle Fiandre 2024 © Ronde van Vlaanderen
Diari e Réportage

Ricordati di santificare le feste

Di quella volta che passai una giornata uggiosa alla Ronde van Vlaanderen 2024

04.04.2026 18:32

Scena 1. Esterno giorno, pomeriggio: un pallido sole. Un uomo vestito di giallo è seduto in mezzo a una strada: ha la schiena abrasa, sanguina, la maglia aperta in due. Piange a dirotto che sembra un bambino.

Scena 2, tre giorni dopo. Esterno giorno, pomeriggio: il cielo è grigio e piove. Un uomo vestito coi colori dell'iride pedala su una strada che sembra (ed è) enorme, dritta, completamente sgombra. La bicicletta sbanda e il rumore delle mani del pubblico a bordo strada è per un attimo più forte della pioggia.

Fine

O almeno: queste sono le immagini che porto più vive dentro di me del mio primo Giro delle Fiandre, A.D. 2024. Del resto, non è che abbia visto granché della corsa.

Nasce sempre tutto come un gioco, una sfida escapistica nel trovare l'incastro perfetto e fare quante più cose possibili nei pochi giorni liberi a disposizione. È il trentuno di marzo: è Pasqua, e quel pazzo che mi segue compie trent'anni, scegliendo di farlo a oltre mille chilometri da casa, sotto una pioggerella fine e insistente che diventerà un acquazzone, tra perfetti sconosciuti. Punto di partenza: Gand – perché Oudenaarde, la vecchia signora, è presa completamente d'assalto. 

Gand Sint-Pieters è moderna ed essenziale: faccio il paragone con l'opulenza belle époque della stazione di Anversa mentre aspettiamo un normalissimo regionale che carica varia umanità in questa domenica sacra nel modo più profano. Ma si sa che, in Belgio, il ciclismo santifica le feste.  

La piccola stazione di Oudenaarde è già posto del cuore e la piazza principale, con la sua austera torre comunale, è gremita. Ci facciamo largo tra le persone assiepate per la presentazione della corsa femminile: sul palco, il commentatore di Sporza che detesto fa una gaffe dietro l'altra ed Elisa Balsamo saluta la folla augurando a tutti buona Pasqua in neerlandese. Poi le atlete si schierano per la partenza: se stendessi un braccio potrei sfiorare la spalla di Elisa Longo Borghini, ma anche solo augurarle in bocca al lupo ad alta voce sembra fuori luogo. È la prima volta che vedo le cicliste così da vicino, pure se qualche anno fa Annemiek van Vleuten si era aperta un gomito sul cordolo del marciapiede della mia cittadina natale del sud Italia. Ma questa è una storia per un'altra volta. 

La Stadhuis di Oudenaarde © P.C.
La Stadhuis di Oudenaarde © P.C.

Passano anche gli uomini, fuga e peloton: è solo un attimo, una macchia di colore nel cielo che si fa sempre più grigio.

Goliarda speranza 

Ronde van Vlaanderen. Un nome che riempie la bocca, dolce nonostante l'amaro della birra, come il marzapane o un pastel de nata, giallo come il logo della corsa. Dolce, nonostante il terrificante panino preso in un lercio furgoncino in piazza, dopo la partenza delle ragazze. Dolce, nonostante sia chiaro che non ci sarà gara. Anche se, mentre giriamo per il Centrum Ronde van Vlaanderen gremito di gente e di gadget, da uno degli schermi che manda la diretta intravedo che forse Van der Poel non sembra così invincibile, oggi. Ma sarà solo per un attimo. 

Siamo qui, ma non abbiamo alcuna idea di dove andare per vedere la corsa: è troppo tardi per raggiungere il Koppenberg, che pure è poco fuori città. Ci torneremo in novembre, per il ciclocross – un’altra storia per un’altra volta. Non è che una stradina che taglia una collinetta, tra due campi: questo Paese mi ha fatto capire che non c’è bisogno di chissà quale scenografia per creare una leggenda.

Alla fine è proprio lì che Mathieu, semplicemente, elimina la concorrenza. È uno di quei momenti nei quali, mentre gli altri arrancano, costretti a scendere di bicicletta, lui sembra galleggiare sulle pietre: tempo una settimana e mostrerà al mondo, come Cristo risorto, le mani immacolate e senza nemmeno una vescica dopo la sua seconda Parigi-Roubaix. Un’immagine che sarebbe piaciuta a Pasolini.

Inizia a piovere forte e quelli che non sono del posto si riconoscono perché sono gli unici ad aprire l'ombrello. In piedi per ore, a cento metri dal traguardo, ho il tempo per elaborare il piccolo lutto iniziato qualche giorno prima. Non l’ho presa bene, stavolta, ed è solo quella speciale caratteristica di pacifica ciclicità di questo sport a suggerirmi una via d’uscita: domani, tra un mese, il prossimo anno, ci si potrà sempre riprovare.  

Nasce sempre tutto come il desiderio di essere parte di qualcosa di grande, storico, la famosa possibilità di dire “io c’ero”. Non mi sento in credito col destino. E io non mi sento in credito con questo presente. C’è qualcuno che, davanti al palco delle premiazioni, balla sotto la pioggia mentre ELB fa saltare l’asfalto di Minderbroedersstraat come prima aveva fatto con le pietre del Vecchio Kwaremont. C’è Luca Mozzato al podio più importante della sua carriera. C’è un timido sole che, a fine pomeriggio, spunta anche a Oudenaarde. 

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