Pierpaolo Addesi ©FCI
Paraciclismo

"Non vogliono capire che facciamo lo stesso sport": il paraciclismo secondo Pierpaolo Addesi

Intervista a Pierpaolo Addesi, ct della nazionale paralimpica di ciclismo, che ci ha raccontato di come ha ricostruito la selezione paralimpica perché proseguisse sull’onda della la luce portata da Zanardi e del cammino verso Los Angeles 2028

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Pierpaolo Addesi, commissario tecnico della nazionale italiana di paraciclismo, ci ha concesso questa intervista a margine di una stagione intensa, che ha visto gli azzurri conquistare il medagliere agli ultimi Campionati Europei. Addesi, che recentemente ha perso il padre Vincenzo è stato generoso di tempo e di parole: ci ha parlato di un mondo e parlato a tutto tondo di Los Angeles 2028. Ma soprattutto ha parlato di quello che ancora manca: la considerazione, la continuità mediatica, l'integrazione vera con il mondo del ciclismo normo.

Come sei diventato commissario tecnico della nazionale paralimpica?

Io sono stato in nazionale paralimpica dal 2005 al 2021. ho vissuto un po’ tutti i periodi in cui ci conoscevano davvero in pochi. L’arrivo di Zanardi ha acceso una luce importante, poi purtroppo sappiamo bene cosa è successo ad Alex e di conseguenza abbiamo un pochino arrancato dopo che il suo faro si è spento. Ricordo le Paralimpiadi del 2021, senza di lui, me le ricordo ben diverse rispetto a quelle di Rio dove c’era anche lui.

Alex Zanardi ©FCI
Alex Zanardi ©FCI

Dopo Tokyo c’è stato un attimo di rimescolamento: gli atleti stessi avevano avanzato la proposta di volermi come CT per il settore paraciclismo: all’epoca si pensava solo alla strada. Ho fatto prima un anno da collaboratore, poi dal 2023 la federazione mi ha dato piena fiducia e ho preso in mano la situazione.

Durante la mia carriera agonistica avevo già cercato di formarmi: nel 2018 avevo preso il terzo livello come tecnico, poi mi sono laureato in scienze motorie. Credevo, e lo credo ancora, che in un settore così delicato la formazione sia fondamentale. Non c’è solo la parte atletica: ci sono la logistica, le esigenze fisiologiche diverse, una serie di complessità che dall’esterno non si vedono ma che dentro si capisce essere spesso la cosa più importante.

Dal 2025 mi è stato affidato anche il settore pista: gli atleti sono gli stessi e gestire insieme strada e pista mi permette di programmare meglio allenamenti, ritiri e avvicinamenti alle gare, inoltre penso che strada e pista debbano andare tassativamente a braccetto.

Pierpaolo, come segui gli atleti sul piano della preparazione?

Seguirli tutti direttamente sarebbe impossibile: la rosa è molto allargata. Ho ereditato una nazionale con un’età media molto alta, e dal 2023 in poi abbiamo fatto un lavoro importante per ringiovanirla. Adesso siamo competitivi non solo nell’handbike, che storicamente era la nostra categoria forte, ma anche nel tandem, nelle categorie C4, C5, praticamente in tutto.

Dal 2025, quando ho preso in mano anche la pista, ho sentito la necessità di seguire i ragazzi più da vicino. Mi sono appoggiato al team performance di Diego Bragato, con Marco Compri e Nicola Nasi per la parte di palestra: abbiamo costruito un gruppo di lavoro solido. Alcuni atleti sono seguiti esclusivamente dalla nazionale, in particolare chi fa pista. Con qualcuno ho un rapporto più diretto, come con Claudia Cretti: da novembre 2024 ho iniziato un percorso più stretto con lei, e i risultati si sono visti. Ai mondiali di pista dell’anno scorso ha vinto quattro ori. Adesso è una macchina da guerra.

Protesti spiegare ai profani come funziona il sistema di classificazione?

La classificazione non ha niente a che fare con la performance o con i risultati: sono due binari completamente separati. È un processo puramente medico, gestito da classificatori UCI, che valutano ogni atleta, seguono eventuali aggravamenti delle condizioni, riclassificano in caso di malattie degenerative o nuovi incidenti. Le prime classificazioni sono spesso temporanee, poi si confermano dopo un anno, poi dopo due, fino alla conferma definitiva.

Una cosa che ci mancava era presentarci a queste sessioni di classificazione in modo più preparato. Ho preteso che insieme agli atleti entrasse sempre un professionista, un medico, perché dobbiamo parlare la stessa lingua dei classificatori UCI. Da un paio d’anni classifichiamo molti più atleti, anche nuovi, anche ex ciclisti élite che non sapevano di poter far parte di questo mondo. C’è stato un grande lavoro in cui la Federazione mi ha appoggiato nella ricercad i questi atleti élite. È lo stesso modello che ha usato la Francia in preparazione delle Paralimpiadi di Parigi: hanno cercato sistematicamente ciclisti élite con le caratteristiche giuste, li hanno classificati, e a Parigi hanno fatto man bassa di medaglie, perché il ciclista a differenza di chi fa handbike partecipa alla strada partecipa anche alla pista. Il mio obiettivo è arrivare a Los Angeles con atleti che possono portare risultati sia nella strada che nella pista.

Come si posiziona l’Italia rispetto agli altri paesi nel movimento paralimpico?

La settimana scorsa abbiamo vinto il medagliere agli Europei: dieci ori, più di qualsiasi altra nazione. Questo vuol dire che stiamo lavorando bene. Siamo lì con Francia, Inghilterra, Germania, Olanda: nazioni con tradizioni importanti, e le abbiamo battute.

I medagliati azzurri ai campionati europei di paraciclismo ©FCI
I medagliati dell'Italia ai campionati europei di paraciclismo ©FCI

Detto questo, quello che ancora manca è la considerazione da parte del mondo ciclistico nel suo complesso: squadre, atleti élite, società che navigano sul mondo normo. Ancora non hanno capito che il paraciclismo non è un compartimento separato, è parte integrante dello stesso sport.

Quando un atleta paralimpico va in una gara normo e vince o fa podio, e capita, capisci che non c’è una distanza tra il mondo paralimpico e il normo: la differenza sta nel numero di atleti, ma quello - ci mancherebbe - dipende dal fatto che parliamo di atleti con disabilità, per forza che abbiamo meno numeri.

In Francia, Inghilterra, Olanda, molti atleti paralimpici corrono all’interno di squadre continental; la Cofidis ha integrato due atleti paralimpici. Da noi si fa fatica. Ci sono squadre che hanno atleti paralimpici al loro interno e non li pubblicizzano, come se ci fosse un imbarazzo.

Stiamo cercando di costruire questa visibilità dall’interno: l’anno scorso abbiamo partecipato come nazionale paralimpica per la prima volta a una gara normo a Rovescala (Gran Premio Colli Rovescalesi, n.d.r), quest’anno saremo a Nerviano, adesso parteciperemo al Gran premio Rancilio a Parabiago. Gli organizzatori che ci aprono le porte meritano un ringraziamento, perché questa integrazione è per noi fondamentale. Atleti come Andrea Biancalani che fanno terzi al Circuito del Porto, poi vincono l’europeo paralimpico, fanno capire alle persone che ci stiamo facendo strada anche noi.

Voglio presentarmi con un gruppo ancora più strutturato rispetto a Parigi. A Parigi avevo la nazionale da solo due anni, non potevo fare più di tanto. Le risorse sì sono sempre meno, ma in tutte le federazioni: a noi è stata data tanta fiducia. Adesso ho uno staff di cui mi fido al cento per cento: un meccanico, un massaggiatore, un fisio, un collaboratore. Non lavorano per i soldi: un fisio della pista guadagna molto meno di quello che potrebbe fare altrove. Lo fanno con sensibilità, con un senso di appartenenza a questo movimento. Ho creato un gruppo in cui non sono sul gradino più alto: siamo allo stesso livello, e il mio compito è tirar fuori il meglio da ognuno.

Ho sempre fatto così da atleta: mi svegliavo prima e andavo a dormire più tardi. L’esempio è la cosa più importante. Con questi atleti giovani, con questo staff, con la crescita che stiamo vedendo, sono molto fiducioso su quello che può succedere a Los Angeles, e soprattutto dopo.

Le guide del tandem: come si sceglie chi affianca gli atleti?

È chiaro che è una scelta decisiva, anche lì sto cercando di lavorare creando una situazione di vantaggio. Francesco Di Felice, per esempio, ha smesso il ciclismo élite due anni fa ed è entrato subito come guida: ad agosto 2025 ha vinto il titolo mondiale insieme a Federico Andreoli. Sono ragazzi nuovi, quasi tutti inseriti dal 2023 in poi: Andreoli da gennaio, Lorenzo Bernard da giugno, Marianna Agostini in tandem con Noemi Eremita da luglio 2023. Colombo e Bissolati hanno vinto diverse prove in coppa del mondo. Sono dei tandem veramente giovani, potranno dare qualcosa sa Los Angeles ma soprattutto anche dopo. Come degli esordienti: hanno ancora tanto da crescere, e questo mi entusiasma, perché vuol dire che il meglio deve ancora venire. Lo stesso Bernard, in termini di potenza, credo sia uno degli atleti più forti al mondo nella sua categoria. Con la guida giusta può ambire a tutto

Marianna Agostini in tandem con Noemi Eremita ©BORN TO WIN Zhiraf BTC CITY Ljubljana
Marianna Agostini in tandem con Noemi Eremita ©BORN TO WIN Zhiraf BTC CITY Ljubljana

Tanti atleti continuano a scrivermi: questo ambiente attira nuovi atleti in modo automatico. Più ci facciamo conoscere meglio è, parlare di noi è sempre di aiuto.

Sul piano della narrazione mediatica: c’è qualcosa che vorresti cambiare?

Il problema principale è la scarsa conoscenza del mondo paralimpico, che porta a due effetti negativi. Il primo: un picco di attenzione dopo le medaglie, poi il silenzio, nel giro di dieci giorni sembra dimenticato tutto. Il secondo: la tendenza a trattare il paraciclismo come un mondo a sé, quando invece fa parte della stessa federazione, ha gli stessi tecnici, la stessa formazione. Vorrei che il mondo normo capisse che noi facciamo parte del loro mondo, spesso ci troviamo a giustificare situazioni che non andrebbero giustificate proprio perché c’è poca conoscenza: fuori dall’Italia molti atleti corrono anche nel mondo normo. Capita che atleti che nel mondo normo arrivano sul podio poi non riescono a primeggiare anche nel mondo paralimpico, perché il livello è alto, e questo molti non lo capiscono. Per questo vorrei che questo movimento fosse completamente inglobato, ma non dalla federazione, che il suo lo fa, ma dai team.

Non faccio una colpa ai siti e alle testate, so che le risorse sono limitate e le scelte editoriali difficili. Ma l’appello è questo: raccontare questo movimento durante tutto l’anno, non solo nei giorni delle medaglie. Ogni volta che una testata ci contatta è importante, non per me, ma per tutto il gruppo, atleti compresi.

C’è anche un tema di sostenibilità economica per gli atleti ed è un tema serio. Molti dei nostri atleti lavorano, perché il supporto economico da parte delle società è quasi inesistente. Eppure le opportunità ci sarebbero: il mezzo tecnico nel paraciclismo è ancora più connesso all’identità dell’atleta che nel ciclismo normo. Per uno sponsor che vuole associarsi a valori di inclusione e performance, è uno spazio enorme, e incomprensibilmente poco sfruttato.

La squadra di un atleta che ha appena vinto l’Europeo non lo cita nemmeno nella comunicazione. Non riesco a capirlo. Parliamo di disabilità, e oggi la disabilità apre porte, dal punto di vista della comunicazione, del marketing, dell’immagine. Qualcosa non torna.

Guarda cosa è successo a Rovescala l’anno scorso: due ragazzi li ho fermati dopo 100 km perché andava bene così, gli altri hanno finito tutti la gara. Una guida è entrata nella top 10. A Nerviano una guida ha fatto terzo.

Tanti di questi atleti paralimpici poi devono lavorare, perché è l’unico sostegno che hanno e nessuna società a sostenerli, c’è chi fa il muratore… ci sono tanti ragazzi giovani come Salvalaggio, Biancalani, Francesco Galimberti che stava per diventare professionista ma poi dopo un incidente al Giro di Romagna ha dovuto fermarsi ed è ripartito dalla nazionale quest’anno ed è diventato vice campione europeo: adesso lui deve lavorare e si allena.

Spero che l’ingresso dei corpi militari ci darà un grosso aiuto e che ci potrà portare degli atleti nuovi, perché l’ultimo ingresso è stato Mirko Testa prima ancora delle Olimpiadi di Parigi. Lo scorso anno abbiamo vinto undici o dodici mondiali, credo che a questo punto i corpi militari è giusto che ci aiutino, sarebbe importante, significa dare copertura economica a un atleta ma anche dargli un futuro

Mirko Testa, bronzo nella prova in linea MH3 alle olimpiadi di Parigi ©Mak
Mirko Testa, bronzo nella prova in linea MH3 alle olimpiadi di Parigi ©Mak

Succederà ancora di vedere la pista paralimpica insieme al normo come a Glasgow?

Glasgow 2023 è stato molto importante per noi, ci ha dato visibilità , anche se io non seguivo ancora la pista. Quello che abbiamo visto lì però non ci sarà più l’anno prossimo in Alta Savoia: i normo saranno in strada quando noi saremo in pista e viceversa, questo ovviamente ci penalizza come visibilità.

Come funziona lo scouting?

È importante la ricerca di nuovi atleti: se ho ereditato una nazionale con età media alta è anche per questo, invece è molto importante andare a cercare nel mondo dei più piccoli chi saranno i grandi di domani. Cerco sempre di partire dal più basso possibile per avere un ricambio per chi inizia a cedere. Io a Tokyo nel 2021 avevo 45 anni ed ero il terzo più giovane.

Fabrizio Macchi ha smesso nel 2015, ma non si è lavorato per cercare il dopo-Macchi. Il mio impegno è cercare chi può darmi qualcosa oggi e anche tra qualche anno. Sono stato costretto a darmi molto da fare per ciclisti e tandem anche per questo motivo, perché in alcune categorie (C1, C2, C3) sono abbastanza scoperte, ma credo che il numero di ori dica molto su quanto abbiamo lavorato finora. Mai fermarsi, anche l’handbike va alimentato , ma dev’ere un lavoro fatto alla base con il sostegno delle società: il volano sono loro.

Zoe Bäckstedt, Kim Le Court e le altre campionesse nazionali