Alfredo Martini
Alfredo Martini sulla copertina di Muri #36

Il trentaseiesimo numero di Muri è appena arrivato nella vostra casella di posta con due pezzi che, partendo da epoche e angolazioni molto diverse, raccontano entrambi la stessa cosa: cosa succede quando chi si aspetta di arrivare non arriva, e cosa resta quando il protagonista atteso non si presenta. Per iscrivervi, basta cliccare qui.

Uomini di nazionale - 1a uscita: Alfredo Martini e l'arte di costruire una Nazionale

Il primo pezzo inaugura una nuova rubrica curata da Filippo Ceri, neolaureato in Scienze Motorie con una tesi incentrata proprio sul ruolo del Commissario Tecnico, costruita studiando le agende di Alfredo Martini e conversando con Daniele Bennati. Il punto di partenza è una frase di Felice Gimondi: “Alfredo con la sua professionalità ha rovinato quel ruolo lì, perché prima i commissari tecnici venivano venti giorni prima del mondiale, mentre lui cominciava il primo gennaio fino al trentuno dodici”. In quelle agende si trova un Martini che distingue autorità da autorevolezza, che mette l'uomo prima dell'atleta, che sa comunicare un'esclusione a Felice Gimondi guardandolo negli occhi. Un metodo costruito sull'osservazione e sulla conoscenza degli uomini che, riletto oggi, sembra meno appartenere al passato di quanto ci si aspetterebbe. Il pezzo ripercorre poi l'eredità raccolta da Franco Ballerini e il difficile passaggio da corridore a tecnico vissuto da Paolo Bettini. Una rubrica da seguire nelle prossime uscite.

La pagina del diario con le “regole magiche” del mestiere del tecnico (foto dell’autore)
La pagina del diario con le “regole magiche” del mestiere del tecnico (foto dell’autore)

L'ombra del padrone

Il secondo pezzo parte dall'esito del Mondiale di Montréal: Brandon McNulty ha vinto la prova in linea. Una bella storia (il gregario che coglie l'occasione, mette nel sacco tutti e si cinge dell'iride, che però porta con sé una domanda scomoda. Da quando Tadej Pogačar è ai box per infortunio, il gruppo sembra smarrito, come se la sola assenza dello sloveno avesse condizionato l'impostazione mentale di tutti i coinvolti. Un dramma alla Beckett, dove il protagonista non si fa trovare. Fanno eccezione, nel loro mondo separato, Mathieu van der Poel e Wout van Aert, condannati a rincorrersi come bambini in piazza. Quanto a Remco Evenepoel, una novità: nessun alibi, nessun pugno sul manubrio. Solo un volto attonito e una risposta secca. Un passo avanti nella comunicazione, un balzo indietro inatteso nello sport. All'orizzonte, l'Europeo e il Lombardia. In attesa del ritorno del padrone.

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