La nostra piccola porzione: Escargot Project, in bicicletta lungo la rotta balcanica
Cinque cicloattivisti hanno pedalato da Trieste alla Bosnia, a ritroso lungo la rotta balcanica, per raccontare chi ogni giorno ne attraversa i confini, e chi resta a raccoglierne le conseguenze
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Noi pedaliamo con una bicicletta, un passaporto e la possibilità di fermarci quando vogliamo. Le persone che incontriamo lungo la rotta affrontano gli stessi chilometri a piedi, spesso di notte, sapendo che ogni tentativo può finire con un respingimento. È una differenza che, una volta vista da vicino, non si può più ignorare.
È la frase con cui Lele Borghetti racconta il senso di Re(mi)gratia, il viaggio che tra il 9 e il 18 agosto ha portato lui e altre quattro persone per lo più venete e veneti come lui, che è di Padova: Luca Colizza, Margherita Forgione, Fabio Dal Pan e Michela Argenta da Trieste a Tuzla, in Bosnia ed Erzegovina. Seicento chilometri in bicicletta attraverso Slovenia e Croazia, ripercorsi a ritroso rispetto al senso in cui li percorrono ogni giorno le persone migranti. Il gruppo fa parte di Escargot Project, collettivo informale che si definisce, un po' per gioco, "cicloattivisti": l'idea nasce ispirandosi ai movimenti che uniscono sport e attivismo, e in particolare alle staffette umanitarie organizzate durante la guerra dei Balcani degli anni Novanta… un confine che, vivendo nel Nord-Est, hanno sempre sentito vicino.

A dare manforte, da subito, un amico di Borghetti, Diego Saccora, dell'associazione Lungo la Rotta Balcanica, convinto che in un momento storico in cui della rotta balcanica si parla sempre meno, un viaggio così potesse essere un modo per riportare l'attenzione. “Gli ho detto: Diego, ho questa idea, ma è un po' borghese… siamo occidentali, nati con il passaporto giusto, abbiamo le ferie, ci piace pedalare”, ricorda Borghetti. Non c'era il tempo per organizzare una vera e propria carovana: così, quest'anno, sono partiti in cinque.
La rotta, a ritroso
Il viaggio è cominciato il 9 agosto a Trieste, con l'incontro con l'ICS, il Consorzio Italiano di Solidarietà, fondato da Gianfranco Schiavone durante la guerra nella ex Jugoslavia e diventato negli anni un punto di riferimento per l'assistenza alle persone in arrivo. È stato Schiavone a offrire al gruppo, fin dal primo giorno, una delle chiavi di lettura più importanti del viaggio: gli arrivi in città non rappresentano numeri impossibili da gestire, si parla di 15-20 persone al giorno. Il problema nasce quando le persone non vengono prese in carico e gli arrivi si accumulano, fino a rendere visibile una situazione che potrebbe essere affrontata diversamente: in questa prospettiva, l'emergenza viene anche costruita, e può diventare uno strumento politico, utile a scoraggiare gli arrivi e a creare nella cittadinanza la percezione di una minaccia. “Sono numeri che un continente come l'Europa avrebbe gestito tranquillamente anche in passato”, dice Borghetti. “Si sono rallentate le procedure di riconoscimento dello status proprio perché serve tenere sul territorio un certo numero di persone visibili: un'emergenza creata artificialmente, che serve a fare propaganda e a gestire il potere in un altro modo. Sembra un discorso da complottisti, ma se lo dice Schiavone, che si occupa di rifugiati da vent'anni, ha un'autorevolezza diversa”.
A Trieste il gruppo ha incontrato anche Gian Andrea Franchi, di Linea d'Ombra, che attorno alla sua esperienza in stazione ha costruito una riflessione intera, quella del "comunismo della cura". Il giorno dopo sono partiti in bicicletta.
Da Trieste hanno raggiunto Fiume, dove hanno incontrato Damir Selimovic, di Caritas, che per anni ha gestito il Transition Point della città: un progetto ormai chiuso, ma che ha permesso al gruppo di entrare nella dimensione croata della rotta, e di capire come il passaggio delle persone attraverso questi territori sia legato a un sistema di frontiere che si fa progressivamente più difficile da attraversare.
A Bihać, a pochi chilometri dal confine croato e quindi dall'Unione Europea, la contraddizione si è fatta ancora più evidente. Qui il gruppo ha incontrato No Name Kitchen e la Jesuit Refugee Service. I volontari di No Name Kitchen hanno raccontato una frontiera fatta di respingimenti e tentativi ripetuti: le persone fermate dalla polizia croata possono essere riportate oltre confine dopo essersi viste distruggere il telefono o sottrarre denaro e scarpe, in controlli sempre più intensi che comprendono anche droni e cani. Per chi prova ad attraversare, il viaggio continua spesso a piedi, tra le montagne, in una sequenza di tentativi che lì chiamano "the game". No Name Kitchen raggiunge le persone anche al campo di Lipa, il più grande della Bosnia, portando medicine, scarpe, vestiti e generi di prima necessità: il gruppo non ha potuto entrarci, non essendo stata concessa l'autorizzazione, ma gli incontri con i volontari hanno comunque permesso di avvicinarsi alla condizione di chi resta bloccato in Bosnia.
Con la Jesuit Refugee Service, e attraverso l'incontro con Emina, Re(mi)gratia ha approfondito la dimensione meno visibile della frontiera: non solo il momento del passaggio o del respingimento, ma anche un tempo sospeso che può durare mesi, in cui le persone restano lontane dalla propria famiglia o comunità, senza la possibilità concreta di sapere dove potranno vivere. La frontiera, in questo senso, non è soltanto una linea geografica: continua a esistere anche dopo il confine, nella condizione di chi rimane fermo e nello sguardo con cui viene percepito. “In questi giorni ci siamo resi conto di quanto sia semplice per noi attraversare queste frontiere in bicicletta, e di quanto, invece, la stessa strada possa diventare quasi impossibile per chi la percorre senza avere il diritto di muoversi liberamente”, dice Borghetti.
È anche la dialettica tra agire formale e informale ad aver segnato il viaggio. L'agire formale è necessario (diverse persone incontrate lungo la rotta ci hanno tenuto a dirlo: anche nella formalità c'è tanta cura ) ma essere persone che si occupano di aiuto umanitario è soprattutto una postura, un modo di stare al mondo. È la stessa storia di No Name Kitchen, che in Bosnia resta ancora oggi, in gran parte, informale. “Quello che ci hanno detto, in fondo, è che stanno facendo qualcosa che dovrebbe fare chiunque, ovunque", riflette Borghetti. ”In ogni territorio c'è chi sta male, e la piccola porzione che possiamo fare la possiamo fare tutti".

Uno dei fili conduttori del viaggio è lo stigma tra "migrante" e "rifugiato": gli ucraini, per tutti, sono rifugiati; i ragazzi e le ragazze che arrivano dalla rotta balcanica, invece, sono considerati più migranti che rifugiati. Con l'entrata in vigore, il 12 giugno scorso, del nuovo patto europeo su migrazione e asilo, la distinzione si è fatta ancora più netta: accedere allo status di rifugiato, per chi arriva dai Balcani, sarà ancora più difficile. “Il movimento è una condizione umana", dice Borghetti. "I confini sono qualcosa che va gestito, non siamo così ingenui da dire che non debbano esistere. Ma il modo in cui li stiamo gestendo oggi è qualcosa da condannare, perché sta creando morte”.
Il confine tra Bosnia e Croazia è il primo confine europeo che le persone incontrano lungo questa parte della rotta: una polizia di frontiera aggressiva, che quotidianamente nega diritti e tiene le persone chiuse nelle camionette per giorni, fa parte di un sistema più ampio che ha il nome di Frontex, finanziato dall'Unione Europea, come le polizie di frontiera dei singoli Stati membri. Le persone vengono rimandate indietro con ferite fisiche, ma anche private di soldi, documenti, cellulari: l'unico modo che hanno per restare in contatto con chi hanno lasciato. Ed è la stessa Europa che poi finanzia le associazioni che le curano, le sfamano, le rimettono in piedi. “È un cortocircuito pazzesco”, dice Borghetti. “Fermiamo le persone, gli spacchiamo la testa, e poi le curiamo. Davvero pensiamo che questo sia, nel 2026, il modo migliore per una civiltà che si immagina evoluta come l'Occidente di gestire un fenomeno di questa portata?”. Le persone che percorrono la rotta arrivano soprattutto da Afghanistan, Pakistan e Siria: uomini giovani, spesso ancora minorenni.
Quello che resta
L'ultima tappa, a Tuzla, ha aggiunto al viaggio una chiave di lettura in più. Qui il gruppo ha incontrato Nihad Suljić, fondatore dell'associazione Djeluj, nel sociale da circa dieci anni: ha iniziato a occuparsi di persone migranti nel 2018, quando alla stazione degli autobus di Tuzla arrivavano anche migliaia di persone al giorno. Il suo impegno si intreccia con la memoria della guerra in Bosnia ed Erzegovina, ha collaborato alla ricerca e all'identificazione dei resti di persone morte lungo il confine con la Serbia, e alla sistemazione di oltre cento tombe, molte delle quali senza nome; sostiene le madri di Srebrenica, e continua a lavorare per la memoria e la giustizia delle vittime della guerra. "Ogni crimine inizia disumanizzando le persone", dice Nihad, mettendo in relazione il linguaggio usato per costruire un nemico durante la guerra con quello che oggi può essere usato contro le persone migranti: prima si costruisce la paura di un gruppo diverso per religione o passaporto, poi quella distanza può diventare violenza. “Perché gli ucraini sono rifugiati e quelli dalla Siria sono immigrati?”, chiede. E aggiunge, quasi in inglese, per essere più diretto: “Solidarity is not a project” — la solidarietà non si accende soltanto davanti a un'emergenza, ma è una pratica quotidiana, una responsabilità personale.

Non tutto il viaggio, però, ha avuto il tono grave di queste testimonianze. In bicicletta, la Bosnia si è rivelata più accogliente dell'Italia: statali dove, a parte un camion di troppo, c'è molta più attenzione per i ciclisti che da noi; un campeggio spontaneo ben tollerato tra la Republika Srpska e la Federazione di Bosnia ed Erzegovina, con gente del posto pronta quasi a offrire da bere. C'è la foratura vicino Fiume, un tondino di ferro e alcuni operai azerbaigiani che, senza capirsi per la lingua, aiutano comunque a non rovinare la gomma. E c'è la storia dei cani, che prima della partenza terrorizzava il gruppo, memori dei racconti di chi aveva affrontato i Balcani più a sud, tra Albania e Montenegro, e che invece, almeno nel tratto attraversato, non si è mai rivelata un problema: al punto che Borghetti descrive la Bosnia, scherzando, come un paese quasi "santificato". Bihać li ha sorpresi per i suoi fiumi, quasi come Vienna, con passerelle di legno da cui tuffarsi, e per la convivenza, fianco a fianco, di una chiesa ortodossa e delle moschee; Tuzla per la sua impronta ottomana e i due laghi salati scavati sotto la superficie: Tuzla, appunto, vuol dire sale.

La parte più traumatica del viaggio, dal punto di vista ciclistico, non è arrivata in Bosnia. È arrivata al ritorno, appena varcato il confine italiano: un marciapiede contromano, un attraversamento senza né tempo né spazio per pensarci: una cosa, dice Borghetti, che non era capitata nemmeno nell'entroterra bosniaco.
Re(mi)gratia si chiude a Tuzla senza la pretesa di avere una risposta definitiva alle domande con cui era partito. Il viaggio in bicicletta non si può paragonare al viaggio di chi è costretto a migrare, ed è proprio questa differenza, semmai, la consapevolezza più forte portata a casa. Per i cinque, attraversare una frontiera ha significato pedalare, scegliere dove fermarsi, ripartire il giorno dopo; per le persone incontrate lungo la rotta, la stessa frontiera può significare mesi di attesa, tentativi ripetuti, violenza, l'impossibilità di scegliere. Il primo viaggio di Escargot Project finisce qui. La frontiera, per chi è costretto a viverla, continua ogni giorno.
Per l'anno prossimo, il gruppo immagina già qualcosa di più grande: una vera carovana umanitaria con le biciclette cargo (da cui il nome Es-cargot, con generi di prima necessità da portare simbolicamente alle associazioni che accolgono le persone rifugiate, e molte più persone e associazioni coinvolte. “Mi immagino, nella migliore delle ipotesi, un centinaio di persone”, dice Borghetti. Ma il punto, ripete, resta quello di sempre: non serve essere centinaia per fare qualcosa. Basta la propria, piccola porzione.
Re(mi)gratia è un progetto di Escargot Project, realizzato con il sostegno di ICS Ufficio Rifugiati, Refugees Welcome Italia, Non dalla Guerra, Rotta Balcanica, Villa Garan San Giuseppe, Movimento Decrescita Felice, L'AltraMontagna, La Mente Comune, Selle Ribelli, Mediterranea Belluno e Ci Sarà Un Bel Clima. Si può seguire su Instagram: @escargot.project.