©Mattia Gaffuri via IG
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Dai Mondiali amatori del 2024 a una stagione intera nel WorldTour con la Picnic PostNL: Mattia Gaffuri, 26 anni, ex preparatore atletico che racconta il suo ciclismo anche su YouTube e Substack, ci spiega com’è stato arrivare “in cima alla montagna”. Il podio al Tour of the Alps, la Vuelta finita con una caduta, un ruolo da leader che non si aspettava, i dubbi sul futuro della squadra e l’inchiesta uscita sulla stampa.

Nel video in cui ha raccontato la sua prima stagione tra i professionisti, registrato dopo il ritiro al Tour de Langkawi per una frattura al secondo metacarpo, Mattia ha messo in fila alcune cose meno ovvie dei risultati. Nel World Tour, dice, non basta essere al massimo della condizione, come gli bastava l’anno scorso: sui 20-30 minuti da fresco in tanti hanno valori simili ai suoi, e a fare la differenza sono la capacità di ripeterli dopo ore di fatica o la posizione in corsa, in fuga o in un gruppo ristretto. Il livello tecnico del gruppo cambia molto da una corsa all’altra: all’UAE Tour, su strade larghe, restare davanti era relativamente facile, mentre alla Tirreno-Adriatico, per la quantità di specialisti delle classiche, è stata la corsa più difficile in cui muoversi nel gruppo. Ai Paesi Baschi, dove nessuna squadra porta velocisti, il livello in salita schizza: si fanno scalate da 10-12 minuti a 6 W/kg o più senza che nessuno si stacchi, e bisogna aspettare che la fatica faccia emergere le differenze. In pianura il livello gli è sembrato altissimo, anche per materiali e aerodinamica, e dai velocisti della squadra ha imparato come si prepara uno sprint, cosa che l’anno scorso non gli era mai capitato di vivere. Il paradosso è che le occasioni migliori sono arrivate nella prima parte dell’anno, quando non era mai al top, mentre nella seconda, con i valori di allenamento più alti della carriera, non ha raccolto nulla: qui il motore non basta, conta anche essere intelligenti e tecnici.

L’ultima volta che ci eravamo sentiti era il 2024, eri ancora dilettante, ai Mondiali amatori. Qual è stato il momento in cui hai capito che stavi arrivando a coronare il sogno di passare nel World Tour? La chiamata, o il campionato italiano dell’anno scorso, dove avete fatto una roba allucinante?

Sicuramente l’italiano dell’anno scorso è stato un momento decisivo per tutto il resto. Ma la prima vera chiamata è stata quella di Ivan Basso, della Polti VisitMalta, per propormi lo stage: da lì è partito tutto. Poi, quando ho iniziato a correre da stagista, ho aperto contatti con varie squadre e sono arrivate le altre chiamate, compresa quella della Picnic PostNL.

Hai sentito anche altre squadre, ma nel World Tour c’era altro, oppure la Picnic è stata la sola richiesta e hai detto sì senza battere ciglio?

Sì, era l’unica World Tour, e questo ha pesato nella decisione. C’erano anche altre opportunità, compresa la Polti, ma ho preferito il World Tour per avere un calendario più pieno di gare di alto livello e fare più esperienza. Ed è quello che ho fatto quest’anno.

Centomila persone sognano di fare quello che sei riuscito a fare tu. Com’è stare in cima alla montagna? È valsa la pena di sbattersi, o non è tutto oro quel che luccica?

Di sicuro è più difficile di quello che sembra da fuori: non hai nemmeno il tempo di goderti il momento, perché subito pensi a fare il massimo risultato e a essere competitivo. Già un po’ lo immaginavo, perché tutto lo sport è così: vediamo sempre le cose superlative, ma le difficoltà ci sono ovunque. Fa piacere sapere che c’è un sacco di gente che ti segue e si ispira, e ti dà anche più responsabilità in questa nuova avventura.

Prima di mestiere facevi il preparatore atletico, e ora ne hai uno che fa il tuo stesso lavoro. C’è mai stato un momento in cui hai pensato: “Secondo me questa cosa non mi sta allenando nel modo giusto”?

Secondo me è giusto discutere con l’atleta. Ho 26 anni e mi conosco bene, so come funziona il mio corpo. Poi, quando scegli una filosofia, è giusto anche seguirla, e che l’ultima parola ce l’abbia lui. Avere un preparatore interno è stata una decisione della squadra, quindi non c’era molto da fare. Alla fine in qualche modo si riesce sempre a comunicare e a trovare un compromesso, così la sessione di allenamento non la fai controvoglia, ma sai che ti serve.

©Team Picnic PostNL via IG
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Sul piano emotivo, qual è stato il momento più emozionante di quest’anno? Quando ti è arrivata la casacca della Picnic e hai pensato “sono al top”, oppure in corsa?

Sono stati tanti i momenti. Da stagista avevo già corso con la squadra, e lì te la vivi un po’ più da bambino. Quest’anno invece ho sentito subito la responsabilità, perché per tutti gli atleti diventa il tuo lavoro. Il momento più emozionante è stato quando ho fatto risultato al Tour of the Alps, il podio, e poi i giorni dopo essere in classifica ed essere considerato uno dei più pericolosi, anche se per pochi giorni.

Quest’anno hai fatto delle scelte di calendario: dopo le corse World Tour di fine febbraio, uno pensava che finissi al Giro d’Italia. Era previsto, o è stato un infortunio a impedirti di esserci?

In realtà era inizialmente previsto, poi c’è stato un cambio di piani dentro la squadra. Forse volevano una squadra più orientata ai velocisti, o hanno deciso che non ero ancora pronto: non ci è dato di saperlo. Fanno sempre una long list di una decina di nomi e poi ne devono scegliere otto. Mi hanno detto che non avrei fatto il Giro, ma il Tour of the Alps e il Romandia. Ovviamente scelgono loro.

Il finale di stagione è stato un po’ deludente per le cadute, però alla Vuelta ti sei trovato nel gruppo forse del livello più alto che tu abbia mai visto. Hai pensato “non arrivo in fondo a tre settimane”, o “che figata, sono in mezzo al top del mondo”?

All’inizio c’era un po’ di timore, perché era un’esperienza nuova anche a livello di umore giornaliero. Ma già dalle prime tappe ho visto che in salita stavo bene, forse tra i tre più forti in assoluto. Quando hai quella posizione sai che le occasioni piano piano arrivano, quindi mi sono anche divertito parecchio. Poi purtroppo c’è stata la caduta: senza, magari ci sarebbe stato un po’ di spazio, ma è andata così.

Sei in una squadra World Tour senza un capitano vero e proprio: c’erano due uomini da GT, uno dei quali è andato via l’anno scorso, e quindi sei libero di fare le tue cose. Alla Visma saresti uno del ‘trenino’. Questo ti permette di non avere troppo lavoro rispetto al resto del team?

È vero, ma dall’altro lato mi hanno anche un po’ costretto a ricoprire un ruolo per cui, da neoprofessionista senza esperienza, non sono ancora pronto: fare classifica in corse già toste. La prospettiva più sensata sarebbe stata fare il gregario o l’ultimo uomo, perché sei lì ma non devi finalizzare. Quest’anno invece toccava a me fare classifica, o cercare di stare in classifica, o andare nelle tappe dure per vincere la tappa. È stato formativo, ma anche più difficile che fare il gregario.

©Team Picnic PostNL via IG
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Si sa che il vostro non è il team più ricco del World Tour, e i mezzi non sono quelli della UAE o della Visma da tanti punti di vista. Qual è la percezione, anche rispetto alle voci uscite sulla stampa neerlandese secondo cui la squadra l’anno prossimo scenderebbe di livello? Vi hanno mai detto “ragazzi, non sappiamo cosa facciamo l’anno prossimo”?

In realtà con noi sono sempre stati abbastanza rassicuranti sul futuro. Ci hanno sempre detto che rimarremo World Tour: stavano lavorando per trovare gli sponsor, ma non c’era da preoccuparsi. Ad oggi sappiamo che rimaniamo World Tour e che tutto continua come l’anno scorso. A meno di cose all’ultimo minuto, ma spero di no, perché ormai si sta già chiudendo tutto. Di solito, se lo dicono, penso ci sia da fidarsi.

Siete già nella situazione in cui la pressione è sul fare tanti punti, perché tra due anni scatta la tagliola? Oppure quest’anno è stata più soft? Per esempio eri a Langkawi, e si punta molto su corse che rendono poca visibilità ma tanti punti.

In teoria i punti sono già importanti da quest’anno, perché la lotta è serrata e più punti fai in tre anni, meglio è. Però la filosofia della squadra non è andare a cercare i punti: Langkawi è stata l’unica tra quelle che dici, per il resto ho fatto un calendario di sole gare World Tour, dove è molto più difficile farli. Se sia un bene o un male, sinceramente non lo so. Da un lato fai tutte le gare più prestigiose, dall’altro è molto più difficile farsi vedere. Tanti sottovalutano che essere nei 20 in una gara World Tour significa essere davvero al top del top, mentre uno che arriva nei 50 potrebbe giocarsi una top 5 in una gara .1, dipende dalle squadre invitate. Il livello è abbastanza stratificato: i più forti fanno solo gare World Tour, poi c’è gente comunque forte ma un gradino sotto, e così via. Quindi ci sono più possibilità di fare risultato correndo un po’ più in basso, ma sono gare con meno prestigio e meno belle da correre.

Non posso non chiederti dell’inchiesta uscita ieri su tutta la stampa sul clima in questi anni in seno alla PicNic...

Non commento, perché alla fine sono interviste a gente di anni fa e non conosco bene i retroscena: non saprei aggiungere nulla. Posso dire che io non ho avuto un’esperienza così traumatica come quella che raccontano nell’inchiesta. Può anche essere che sia vero, nel caso di quei corridori: ci sono tanti direttori sportivi, e io quest’anno non li ho avuti tutti, perché si lavora a gruppi, chi fa certe gare ha un certo ds e altri lavorano con altri. Non ho esperienza con tutti, quindi non mi sento di dire che sia falso. Ma per la mia esperienza non ho vissuto un ambiente così dittatoriale come viene descritto.

Sei l’unico italiano in una squadra con una forte identità neerlandese. Come ti trovi?

In squadra è abbastanza tranquillo, anche perché è molto variegata come nazionalità: mi è capitato raramente di essere in gara con quattro o cinque neerlandesi, più spesso eravamo io, un colombiano, un australiano. Alla fine le differenze si attenuano.

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