Mathew Hayman, vincitore della Roubaix e... del Tour 2016 @ Bettiniphoto
Mathew Hayman, vincitore della Roubaix e... del Tour 2016 @ Bettiniphoto

Il Tour de France 2016? Fidatevi, l’ha vinto Hayman

Cambiare rotta è ormai urgente: non è più sopportabile ritrovarsi davanti a un antispot come un grande giro tanto brutto e deprimente

Il proprietario di un bel negozio di abbigliamento nella via centrale di un’importante città deve decidere quali capi mettere nella sua spaziosa vetrina. Secondo voi opterà per vestiti lisi, sporchi, vecchi e fuori moda, o si premurerà di esibire i suoi capi migliori, i più trendy, i più chic, i più desiderabili?

Ora sostituiamo al negozio il ciclismo, e alla vetrina il Tour de France. Per qualche inspiegabile ragione, il proprietario (ovvero l’UCI) si disinteressa di proporre al pubblico i migliori articoli di cui dispone in magazzino. E di fatto spreca malamente quello che dovrebbe essere il più colossale canale di promozione che si trova per le mani.

Se si ha la fortuna di poter contare su un evento globale, che gode dell’attenzione dell’intero mondo, e non si fa tutto quanto in proprio potere per metterci dentro il meglio che si può, non è sbagliato sentirsi un po’ stupidini. In coscienza: possiamo dire che il Tour de France 2016 sia stato il meglio che il ciclismo può offrire? Ovviamente no. Semmai, è stato proprio il peggio.

 

Un ciclismo che è il contrario di quel che dovrebbe essere
Lasciamo perdere la nostra microdimensione di ciclofili all’ultimo stadio, di quelli che si svegliano all’alba per cercarsi gli streaming delle corse cinesi; consideriamo lo spettatore tipo del Tour de France 2016. Per quale arcana ragione una persona mediamente sana di mente dovrebbe spendere il suo tempo per assistere al nulla cosmico che (con qualche eccezione) è passato sui nostri schermi nelle ultime tre settimane?

Le tappe belle non dovrebbero essere l’eccezione ma la regola. I Tour belli non dovrebbero essere l’eccezione ma la regola. Le gare battagliate non dovrebbero essere l’eccezione ma la regola. Invece qui funziona tutto al contrario.

Ci si siede ad assistere a una frazione di montagna brandendo in una mano un rosario e nell’altra una bottiglia di whisky per riuscire ad arrivare fino in fondo senza andare in depressione. Mettere insieme due, tre, quattro, otto tappe di questo tipo, coi big (o presunti tali) che non guerreggiano col coltello tra i denti, è l’antispot per eccellenza (dell’antisport per eccellenza).

 

Prendere esempio dalla Parigi-Roubaix
La corsa più bella dell’anno è stata la Parigi-Roubaix. L’ha vinta un veterano misconosciuto ai più, Mathew Hayman, al termine di una fuga di 200 km (o qualcosa più, o qualcosa meno: comunque epocale), in capo a una gara nella quale i big hanno battagliato all’arma bianca negli ultimi 80 km, per farsi poi beffare proprio dall’underdog australiano.

Per questo Hayman è il nostro campione dell’anno, per questo azzardiamo che c’è stato più spettacolo nel suo giorno sul pavé che in tre settimane di Tour de France. Hayman ha vinto il Tour de France. O meglio, l’ha battuto. Un uomo solo contro un carrozzone mastodontico che ha partorito, lungo il suo tragitto, noia, disinteresse, addirittura casi conclamati di depressione…

Naturalmente non siamo qui per incensare il vecchio Mathew, ma per capire come mai ci risulti culturalmente ostico il concetto di una Roubaix lunga 21 tappe. Eppure è questo ciò che il ciclismo è stato in passato, è su quest’assunto che questo sport è cresciuto a livello popolare nel corso dei decenni. Ogni giorno una battaglia vera, ogni giorno una sorpresa, ogni giorno un colpo di scena, un motivo per cui valesse la pena stare incollati alla radio, o alla tv, o a internet, per seguire chilometro dopo chilometro l’evolversi di un grande romanzo d’avventura. E i big sempre lì, a suonarsele di santa ragione. Creando nel pubblico affezione, partecipazione, empatia, quasi dipendenza.

 

Cambiare rotta è una necessità non più rinviabile
Tutto ciò ci pare un riflesso di un tempo lontano, ma se pensiamo che quel tempo sia solo il passato ci sbagliamo di grosso; quel tempo è anche il futuro. Per forza, necessariamente.

Un obbrobrio come il Tour de France 2016 è qualcosa con cui non solo non vogliamo più avere a che fare, ma che non possiamo più permetterci. Il ciclismo passa – presso la massa – per essere uno sport noioso. Invertire la rotta dovrebbe essere al primo posto tra le priorità di chi gestisce la sala macchine. Vi pare che sia così?

Christian Prudhomme, che è un tipo molto sveglio e aperto, non ha perso tempo nel capire che qualcosa non va. Lui, l’organizzatore che – dopo la pesante era Leblanc – ha riportato la Grande Boucle ad essere un GT con percorsi accattivanti (quello di quest’anno non è stato il più bello da lui disegnato, ma non possiamo dire che fosse in toto disprezzabile), ha in mente di proporre all’UCI un taglio netto dei corridori per squadra nei prossimi Tour: 7 anziché 9, il che sarebbe una notevole svolta per quanto riguarda la possibilità – per i team più forti – di controllare o meglio narcotizzare la corsa.

Trova sin da subito l’opposizione delle squadre, ma la rivoluzione non è mai stata un pranzo di gala.

 

Una proposta: per fare il Tour ti ci devi qualificare
Noi osiamo di più. Non è solo lo strapotere dei top team a remare contro lo spettacolo del ciclismo. C’è un altro elemento che l’Unione Ciclistica Internazionale dovrebbe fieramente avversare, ed è la politica dei picchi di forma, che ci ha sinceramente stancato.

Abbiamo un appuntamento a cui tutti vorrebbero partecipare, ovvero il Tour? Bene, si studi un metodo di qualificazione per poter prendere il via alla Grande Boucle. Una cosa del tipo: per fare il Tour 2017 devi aver disputato 2 GT e 3 classiche monumento nel 2016. E devi arrivarci, al Tour 2017, con un minimo di giorni di gara nelle gambe nei primi mesi dell’anno. Facciamo 50? Facciamo 45, per cominciare?

Se i corridori che rispondono ai requisiti sono più di quelli che possono gareggiare in un GT, si procederà per merito, ovvero prendendo in esame i risultati migliori. Se sono di meno, idem: si procederà progressivamente includendo quelli che più si avvicinano al soddisfare i requisiti.

 

Contro il virus della periodizzazione
Un metodo del genere (ovviamente tutto da mettere a punto, qui ne abbiamo proposto solo un abbozzo) ci permetterebbe di vedere i ciclisti migliori fronteggiarsi molto più di quanto non avvenga oggi. Ci permetterebbe di avere scontri più numerosi ma anche più equilibrati (per via del minor numero di corridori per squadra in una corsa).

Ci permetterebbe di ridurre notevolmente i costi di gestione dei team, i quali avrebbero bisogno di meno corridori in rosa; e ci permetterebbe un aumento del livello dei professionisti, dato che le squadre avrebbero bisogno di corridori più forti, più resistenti, in quanto chiamati a correre più (e meglio) di quanto non facciano oggi molti di loro.

Ci permetterebbe di ridurre fin quasi a debellare la periodizzazione. Ci permetterebbe di far crescere l’appeal di corse di secondo piano nelle quali le startlist, giocoforza, migliorerebbero.

 

Il riepilogo tecnico lo faremo un’altra volta
Dovevamo scrivere un bel riepilogo del Tour de France 2016, ma siamo andati da tutt’altra parte. Non che la Grande Boucle non abbia offerto protagonisti più che degni (dal vincitore Chris Froome al magnifico Peter Sagan, dal rinato Mark Cavendish al battagliero Jarlinson Pantano, dal tenace Greg Van Avermaet al puntuale Rafal Majka, dalle promesse Adam Yates e Louis Meintjes al grande vecchio Alejandro Valverde; dal bello e sfortunato Tom Dumoulin all’inesorabile Wout Poels; e altri ne dimentichiamo).

Ma alla fine di queste tre settimane di gara, ci pare che la competizione vada in secondo piano. Quando in ogni tappa di montagna abbiamo visto arrivare i big in gruppetto, con la lotta uno-contro-uno rinviata continuamente all’indomani, ci pare più urgente affrontare altre questioni. Per non doverci più deprimere, in futuro, come avvenuto al cospetto di questo gigante dai piedi di balsa, quale è stato il Tour de France quest’anno.

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