L'arrivo a braccia alzate di Greg Van Avermaet © Bettiniphoto
L'arrivo a braccia alzate di Greg Van Avermaet © Bettiniphoto

Van Avermaet, l’oro dei muscoli e della tenacia

Un magistrale Greg vince le Olimpiadi di Rio davanti a Fuglsang e Majka. Italia d’attacco ma sfortunata nel finale

Col d’Aspin, 8 luglio 2016. Nella settima tappa del Tour de France, la maglia gialla è all’attacco sui Pirenei. Dov’è la sorpresa?, si chiederà il lettore; è nel fatto che quella maglia gialla non è uno scalatore o un uomo di classifica da Grande Boucle, ma Greg Van Avermaet.

Un corridore da classiche (del pavé) che ha conquistato il simbolo del primato andando all’attacco due giorni prima nella difficile frazione di Le Lioran, e che – nella prospettiva di doverlo perdere sulle montagne – ha deciso di anticipare tutti, entrando nella fuga del mattino, resistendo fino alla fine, e riuscendo addirittura a mettere ulteriore spazio nella generale tra sé e i big.

Una giornata di ciclismo che dice molto o forse dice proprio tutto di un ragazzo che piuttosto sviene in sella alla sua bici, ma non si arrende di fronte a niente.

Greg Van Avermaet, un 2016 nato sotto i migliori auspici, la Het Nieuwsblad vinta in faccia a Peter Sagan, la Tirreno conquistata con la “piccola” collaborazione dell’organizzazione che cancellò la tappa altimetricamente più dura… poi la caduta al Giro delle Fiandre, riecco la solita sfortuna, clavicola saltata, Roubaix saltata, appuntamento praticamente all’estate.

Poi il Tour da protagonista, almeno nella prima metà; e oggi questo apice della carriera, raggiunto a 31 anni, nel pieno della maturità, e con una condotta di gara degna di ovazioni. Il percorso di Rio de Janeiro era tutto meno che adatto a un corridore delle caratteristiche tecniche di Greg. Quanto alle sue caratteristiche mentali, non esistono tracciati che possano essere ad esse inadatti.

Van Avermaet non ha avuto paura di infilarsi in un attacco partito a oltre 70 km dalla conclusione, non si è intimorito dal fatto di trovarsi in compagnia di corridori certo più adatti di lui a una salita di 9 km come quella che (ripetuta tre volte) caratterizzava il finale di gara. Si è staccato più di una volta, ma sempre si è rifatto sotto, e anche quando sembrava che non ci fossero speranze di andare a riprendere Rafal Majka, Cuore-Acciaio-GregVan era di nuovo lì a mordere il manubrio e a inseguire (insieme a Jakob Fuglsang), per prepararsi una volata in cui a quel punto non avrebbe mai potuto perdere. E ha vinto. Che corridore, ragazzi, che oro olimpico da urlo!

 

Subito una fuga coi controfiocchi
Il doppio circuito della prova in linea delle Olimpiadi 2016, pieno di trabocchetti, di pietre angolari e angoli pietrosi (due km in pavé da ripetere 4 volte nella prima fase della corsa) si prestava a una corsa anarchica e infatti la fuga che è subito partita, dopo 15 km, non era composta dai soliti corridori di categoria Continental che in genere animano i primi attacchi delle manifestazioni mondiali. Tutt’altro, il sestetto che ha dato la prima scossa alla gara era di caratura notevolissima.

Tanto per cominciare, al suo interno abbiamo trovato Jarlinson Pantano, ovvero niente di meno che il re dei fuggitivi dell’ultimo Tour de France. Col colombiano, un certo Michal Kwiatkowski, già Campione del Mondo a Ponferrada in maglia polacca, altri ottimi fuggitivi come il tedesco Simon Geschke e lo svizzero Michael Albasini, un discreto trenino come il norvegese Sven-Erik Bystrøm, e il campione nazionale russo Pavel Kochetkov.

Di fronte a un simile po po di attacco (partito a oltre 220 km dalla fine, mica nespole), la reazione del gruppo è stata sulle prime timida, e infatti i sei si sono portati a 8′ di vantaggio all’ingresso del primo dei due circuiti di gara, quello di Grumari, ai -200 km. Dopodiché l’Italia si è presa l’incombenza di organizzare un certo qual inseguimento, andando a sondare gli umori di altre nazionali rimaste fuori dall’attacco. Gli azzurri hanno trovato la collaborazione della Spagna, sicché Alessandro De Marchi e Imanol Erviti si sono spartiti il lavoro di tirare il gruppo (l’italiano ha speso certo di più); in un secondo momento è arrivato anche Ian Stannard in quota Gran Bretagna, e la fuga dei sei è stata ricondotta entro un gap di 6′.

 

L’Olanda parte male e prosegue peggio
Una delle nazionali più valide in gara non ha invece vissuto un avvio facilissimo: parliamo dell’Olanda, che ha perso immediatamente (al km 12) Tom Dumoulin, fermatosi per non correre alcun rischio in vista del suo obiettivo, ovvero la crono di mercoledì. Tutto previsto.

Quel che non era stato messo in preventivo era che invece Bauke Mollema incappasse in un serio problema meccanico sul tratto in pavé del secondo giro: il vincitore della recente San Sebastián ha dovuto anche cambiare bici in seguito a un salto di catena, e ha inseguito a lungo da solo prima di rientrare nel gruppo buono. Né era previsto che Wout Poels (come vedremo più avanti) fosse il parente debole di quello visto fino a 15 giorni fa al Tour.

I salti di catena hanno caratterizzato i vari passaggi sul pavé (tra le vittime anche Nicolas Roche), e ancora salti di borracce, e pure qualche caduta di comprimari (il record va alla Turchia: i suoi due alfieri Onur Balkan e Ahmet Örken sono andati in terra entro i primi 40 km di corsa).

 

E coi ventagli ci troviamo in quota Belgio
A un certo punto, sommando pavé e vento trasversale, pareva di essere in un’imprecisato punto tra Gand e Wevelgem, e invece il sole a picco sul litorale brasileiro ci ha riportati alla realtà carioca. Quanto alla gara, la Repubblica Ceca, non avendo risorse umane da spendere nel finale, ha provato a lasciare un segno proprio là dove poteva: sul pavé appunto.

Le trenate di Zdenek Stybar e compagni hanno flagellato il gruppo dei migliori al quarto e ultimo passaggio, a 120 km dalla fine (poco prima aveva forato Fabio Aru). L’azione boema ha spezzato il plotone, e gli italiani si son fatti trovare dietro, a parte De Marchi che era sempre dalle parti di testa, impegnato a tirare sino a poco prima.

Un primo drappello (con gli azzurri) è rientrato sulla salita di Grumari, ma in discesa il gruppo si è nuovamente spezzato, con la Gran Bretagna (Geraint Thomas e soprattutto un enorme Stephen Cummings) a menare le danze. Una quindicina di uomini (tra cui grandi clasicómani come Fabian Cancellara e la doppietta belga Philippe Gilbert-Greg Van Avermaet) si sono ritrovati avvantaggiati, tra essi pure Damiano Caruso. Ma il lavoro di Svizzera e Danimarca ha rapidamente ricucito la situazione.

Certo, tra una strappata e l’altra, si son cominciate a contare le prime vittime illustri, ad esempio il belga Tim Wellens. E conseguentemente all’aumento dell’andatura dietro, ai sei fuggitivi restavano appena 2′ alla fine delle quattro tornate di Grumari, a 100 km dalla fine.

 

Piccoli contrattempi per Froome
Nella stessa fase, dopo la salita di Grota Funda, un problema ha frenato Chris Froome: il britannico ha cambiato bici (e la cosa, dopo il pavé, aveva pure un suo senso), ma ci ha messo sin troppo tempo nel pitstop, ritrovandosi poi a dover fare gli straordinari (trainato dal fido Thomas) per rientrare sul gruppetto buono. Certo, l’impegno sarebbe stato un po’ più lieve se il gruppo stesso non fosse stato tirato, in quel frangente, da Cummings, evidentemente all’oscuro del piccolo rallentamento del suo capitano.

Il gregarione britannico peraltro non si è quasi più spostato dalla testa del plotone, tirando dritto fino alla prima scalata verso Vista Chinesa, e qui (a poco meno di 80 dalla fine) ha conquistato altri scalpi interessanti: quello dell’olandese Wout Poels e quello del francese Warren Barguil, subito staccati insieme a un’altra ventina di uomini che hanno perso contatto alla spicciolata.

Anche davanti qualcuno perdeva contatto: Bystrøm è stato il primo, poi anche Albasini ha alzato bandiera bianca, quindi – dopo la breve contropendenza che divideva in due la salita – pure Pantano, mentre Kwiatkowski assumeva l’incarico di tirare quel che restava della fuga. Però a sorpresa è emerso meglio di tutti Kochetkov, che avviandosi alla cima ha staccato sia il polacco che Geschke; ma mentre quest’ultimo ha irrimediabilmente perso contatto, Kwiat è riuscito a riportarsi sul russo, proseguendo con lui per un altro po’.

 

Damiano Caruso lancia l’azione del giorno
Quando Cummings si è infine fatto da parte, è stata l’Italia a ereditare l’incombenza di trenare, prima con un inesauribile De Marchi, poi con Diego Rosa. Una bella smazzolata, quella degli azzurri, che hanno selezionato ulteriormente il drappello (out Gilbert tra gli altri), e preparato l’affondo di Caruso.

Il siciliano è partito a 72 km dalla fine, portandosi dietro Van Avermaet e Thomas; sul terzetto sono poi rientrati prima l’estone Rein Taaramäe, quindi il colombiano Sergio Henao, col gruppo tirato a questo punto dagli spagnoli (con Jonathan Castroviejo).

Il nuovo quintetto ha guadagnato bene, arrivando a lambire il minuto di margine sul gruppo, nel corso della tecnicissima discesa da Vista Chinesa. Ma poi sul piano Castroviejo ha inserito i retrorazzi, limando tutto solo gran parte del gap, e ponendo le basi per il ricongiungimento; solo che nel momento in cui i contrattaccanti sono stati messi nel mirino, la Spagna si è fatta da parte, lasciando un vuoto di potere che è stato colmato, sulle prime rampe della seconda scalata a Vista Chinesa, da alcuni cani sciolti.

 

Aru tiene al guinzaglio i cani sciolti
Il primo a muoversi è stato il croato Kristijan Durasek, e su di lui si sono portati lo sloveno Simon Spilak, il neozelandese George Bennett, il russo Sergey Chernetskiy e soprattutto il kazako Andrey Zeits, che ha piantato gli altri sul posto e si è involato, andando a riprendere tutto solo il gruppetto di Caruso, da cui si era staccato Taaramäe e in cui Van Avermaet faceva il diavolo a quattro.

Dopodiché, ai cinque non rimaneva che raggiungere Kwiatkowski, rimasto solo al comando nel corso della salita: l’aggancio è riuscito a 46 km dal traguardo, ma la situazione era quantomai fluida, visto che le distanze tra il sestetto (riepilogo: Caruso, Kwiatkowski, Thomas, Henao, Van Avermaet e Zeits), il quintetto (Spilak, Durasek, Bennett, Chernetskiy e lo svizzero Steve Morabito, rientrato) e il gruppo (tirato ora da Taaramäe a beneficio del compagno Tanel Kangert) non erano enormi.

Aru ha lavorato bene in salita per annullare il distacco dal gruppetto di Spilak, completando l’inseguimento a metà salita, ai -43. Ci ha provato allora l’australiano Simon Clarke, con un forcing che però non ha causato dissesti, proprio perché ben controllato da Aru; quindi un breve scatto del danese Jakob Fuglsang,  ma ancora una volta Aru ha fatto il pompiere. Il motivo di tanto attivismo da parte di Fabio l’avremmo capito di lì a poco.

 

L’assalto frontale dell’Italia di Cassani
Scollinati a poco più di 20″ dai primi (da cui aveva perso contatto uno sfinito Kwiatkowski), i big erano destinati a vivere nella discesa il momento topico della corsa. Ancora una volta, l’Italia a prendere in mano la situazione. Non con Diego Rosa, ritiratosi senza aver dato un contributo sensibile alla causa, ma direttamente coi due uomini faro: Fabio Aru ha continuato a guidare il drappello, ma stavolta c’è stato un vero e proprio attacco coordinato, visto che il sardo ha allungato insieme al capitano Vincenzo Nibali.

La coppia azzurra non ha sorpreso il britannico Adam Yates, il polacco Rafal Majka, né Fuglsang, accodatisi pure loro e avviati a rientrare sui battistrada. Ma tutti gli altri, sì. A partire dallo spauracchio Alejandro Valverde, continuando con la Francia, finendo col portoghese Rui Costa (che però aveva perso il compagno Oliveira, caduto nella picchiata; brutta botta pure per lo sfortunatissimo Porte, andato giù pesantemente in curva dopo aver patito un paio di salti di catena in precedenza).

A fine picchiata, a 30 km dalla fine, Aru e Nibali sono rientrati sul drappello al comando, e a questo punto Caruso ha dato tutto quello che gli rimaneva per aumentare il più possibile il vantaggio sugli inseguitori. Del resto, con l’Italia in netta superiorità numerica era chiaro che la responsabilità di tirare ricadesse sulle spalle dei ragazzi di Cassani.

Il margine è arrivato a 50″, e abbiamo rivisto pure Kwiatkowski (rientrato chissà come in discesa) tirare qualche metro in favore di Majka. Le cose sono cambiate quando dietro Fabian Cancellara (anche lui già staccato e poi bravo a rientrare) si è posto al servizio di Sébastien Reichenbach; lo stesso ha fatto Valverde, tradendo così una condizione non al top. O forse solo la volontà di dare una mano a Purito Rodríguez, che oggi – l’avremmo scoperto dopo la fine – stava disputando l’ultima gara in carriera.

 

Riemerge Rodríguez, Nibali attacca sull’ultima salita
Le trenate di Spartacus (e in misura minore di Aliejandro) hanno permesso agli inseguitori di riportarsi a circa 30″ ai piedi dell’ultima scalata a Vista Chinesa (-22). Sulla salita è partito secco Kangert, poi poco dopo si è mosso proprio JRO insieme al sudafricano Louis Meintjes. Il terzetto ha cominciato a mulinare e a raccogliere corridori staccati dal primo gruppo, nel quale un sorprendente Zeits menava fendenti a destra e a manca.

In ritardo si è invece mosso Chris Froome, che è partito quando ormai Purito e gli altri due erano distanti, e ha speso troppo nel tentativo di riavvicinarli rapidamente, finendo col pagare dazio. Per la Gran Bretagna la situazione non era troppo lusinghiera, visto che lì davanti si era staccato un po’ a sorpresa Adam Yates già sulla trenata di Zeits.

Ma è stato Nibali a imporre il cambio di ritmo che ha segnato l’ennesima svolta della gara: sul punto più duro della salita Vincenzo ha forzato, facendo staccare Zeits, poi Aru, poi Van Avermaet e Fuglsang; ma il vuoto no, lo Squalo non l’ha fatto, tanto che GVA per primo e poi pure il danese sono rientrati.

Allora Nibali ci ha riprovato, giusto per tenere sulla corda gli avversari; quelli che erano con lui soffrivano, quelli che sopraggiungevano da dietro (Rodríguez, Meintjes, poi pure il francese Julian Alaphilippe; non Froome, che veniva ripreso e staccato da Rui Costa) si avvicinavano.

Ai -18 Vincenzo ha piazzato uno scatto molto più velenoso dei precedenti, e stavolta solo Henao gli ha resistito alla ruota, con Majka un po’ più indietro; altri 500 metri e il messinese ha allungato finalmente da solo, ma la salita a quel punto era molto dolce sicché il colombiano e il polacco gli si sono rimessi al mozzo con poche pedalate. A poco più di 20″ dal nuovo terzetto si era coagulato un drappello con Aru, Rodríguez, Alaphilippe, Meintjes, Zeits, Van Avermaet, Fuglsang e Thomas.

 

In discesa cade Nibali e l’Italia si risveglia dal sogno
Alle Olimpiadi il tre è un numero più perfetto del solito. Se si va via in tre, si conquista una medaglia a testa, e una medaglia ai Giochi non è mai un brutto affare, quand’anche non fosse d’oro. Nibali-Henao-Majka erano un bel terzetto, tutti e tre interessati a tirare per arrivare a dama.

Ma prima di trovare l’accordo definitivo, c’era ancora una discesa su cui battagliare. Vincenzo ha osato, ha voluto di più, si è comportato come si comporta solitamente un campione: non si è accontentato.

Ha forzato in discesa, provando a staccare i compagni d’azione, ma stavolta le stelle non erano dalla sua parte. Lo Squalo è finito pesantemente per terra a 12 km dalla fine, la dinamica non è chiara perché la motoriprese in quel momento non c’era. Fatto sta che Vincenzo è caduto, ed è caduto dietro di lui pure Henao. E si son fatti malissimo: frattura alla clavicola per il siciliano, sospetta rottura della cresta iliaca per il colombiano.

Majka invece no: lui è passato a pochi centimetri da Nibali, riuscendo a evitare il capitombolo, e si è così ritrovato – oltre ogni più rosea sua aspettativa – al comando della prova olimpica, a poco più di 10 km dal traguardo.

 

Fuglsang e Van Avermaet all’inseguimento di Majka
Non che gli inseguitori fossero il massimo dell’organizzazione: in discesa sono caduti pure Thomas, e pure Alaphilippe, che si era avvantaggiato su tutti ma è incappato nel ruzzolone che ne ha bagnato le polveri.

Solo a fine picchiata i componenti del drappello di Rodríguez, Aru e soci si sono guardati in faccia, per capire se c’erano i presupposti per andare a riprendere Majka, che intanto veleggiava con 20-25″ di vantaggio. Ovviamente, con tanti galli a cantare non si fa mai giorno, come dire che il gruppetto era troppo nutrito per sperare di poter recuperare sul polacco. Ci voleva un colpo di mano.

E l’ha piazzato Fuglsang, quel colpo. A 5 km dalla fine il danese è scattato, e Van Avermaet è stato intelligentissimo a capire che quello era il treno buono; o quantomeno, che quello era l’ultimo treno che passava da quelle parti.

 

La vittoria di Cuore-Acciaio-GregVan. Aru al sesto posto
La coppia belga-danese ha trovato un inevitabile accordo foriero di medaglie. Majka ha sentito che dietro di sé il vento era cambiato, ha iniziato a voltarsi e ha inquadrato la minaccia; purtroppo per lui, un guaio ancora peggiore erano le sue gambe che non giravano più come poco prima. Con sempre maggiore fatica Rafal ha tentato in tutti i modi di respingere l’avvicinamento di Jak&Greg, ma nulla ha potuto: e ai 1500 metri il ricongiungimento si è compiuto.

A quel punto non c’era altro favorito che GVA. Fuglsang ha preso la volata in testa, tirando nell’ultimo chilometro, mentre Majka si predisponeva al bronzo, ben sapendo che non avrebbe potuto contendere alcunché allo sprint. Ai 250 metri Van Avermaet è partito financo lungo, ma non c’era storia: Fuglsang ha appena accennato una resistenza, ma le gambe da ex velocista del belga non gli hanno dato scampo alcuno.

Medaglia d’oro a un magistrale GregVan, addirittura al di là di ogni possibile pronostico, visti gli uomini con cui si è giocato questa corsa, e che si è messo dietro. Tutti o quasi corridori da GT, tutti o quasi usciti peraltro dal Tour de France (solo Zeits non ha corso la Grande Boucle tra i primi 20 dell’ordine d’arrivo).

Fuglsang s’è preso l’argento, Majka il bronzo; Alaphilippe, che aveva pure tentato per un attimo di staccare tutti gli altri e inseguire da solo GVA e Fuglsang, si accontenta (per modo di dire) della medaglia di legno, a 22″ dal vincitore, e superando in volata il ritirando Joaquim Rodríguez e Fabio Aru, sesto e migliore degli azzurri. A seguire, Meintjes, poi Zeits, poi a 1’47” Kangert, a 2’29” Rui Costa e Thomas, a 2’58” Froome, 12esimo. Il secondo azzurro al traguardo, Damiano Caruso 40esimo; 63esimo e ultimo, a 20’05”, Alessandro De Marchi.

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