Nairo Quintana, Alberto Contador e Gianluca Brambilla, protagonisti ad Aramon Formigal © Bettiniphoto
Nairo Quintana, Alberto Contador e Gianluca Brambilla, protagonisti ad Aramon Formigal © Bettiniphoto

Il ciclismo che tutti vorremmo godere

Straordinario spettacolo nella 15esima tappa della Vuelta a España: perché non riusciamo a far sì che sia sempre così?

O’Brien, teletrasporto. Prendi la tappa di oggi, traslala al Tour de France, a un mese e mezzo fa, ridacci quello che abbiamo perso in quelle sciagurate tre inutili settimane di luglio, restituisci al ciclismo la faccia perduta nel nonsense del no contest Boucliano, fa’ in modo che il mondo torni a girare per il verso giusto, o almeno le ruote delle bici di chi dovrebbe interpretare questo sport nella maniera migliore; nella maniera di oggi, in pratica.

No, lo sappiamo che è impossibile (teletrasporto nel tempo e nello spazio? Troppo) anche per Star Trek, concentriamoci allora sullo Start Rec, insomma sul momento in cui far partire la registrazione della corsa. Lo standard, per la Vuelta a España, è di 10′, diciamo 15 per stare larghi. Gli ultimi 3-5 km di ogni tappa, sia essa per velocisti o per uomini di classifica, la differenza è questione di lana caprina, tra una volata in piano e una in salita.

Poi, ogni tanto, qualche illuminazione. Qualche giorno fa le avvisaglie, con la frazione dei Lagos de Covadonga in cui abbiamo assistito a una battaglia spalmata su più chilometri; ieri una mezza conferma, il tappone pirenaico che ha partorito uno spettacolo degno di un grande giro. Oggi, la follia. Di quelle per le quali coi vecchi videoregistratori sarebbe servito un nastro da tre ore per registrare tutto, dal km 0 al 118, e no, non chiamate l’ambulanza, non ci sentiamo male, è solo un po’ di stordimento dettato da sorpresa.

 

La Sky si sgonfia, la giornata è memorabile
Ci riprendiamo subito, anche perché per godersi questa 15esima tappa della Vuelta 2016, per entrare in ogni dettaglio, per apprezzarne ogni risvolto, occorreva il massimo della lucidità. Di quella volta in cui Alberto Contador lanciò un attacco dissennato dopo 4 km di gara, a più di 110 dalla fine, ci ricorderemo a lungo; non tanto per l’esito per lo stesso Pistolero, a cui sono mancati un paio di chilometri nel finale; non tanto – non ce ne voglia – per la vittoria di Gianluca Brambilla al termine di una giornata vissuta in maniera passiva, seppur nel gruppetto buono.

Più che altro ce la ricorderemo perché quella volta Nairo Quintana affibbiò due minuti e mezzo (cosa più, cosa meno) al suo principale avversario, Chris Froome. Ce la ricorderemo perché la Sky che passava per essere una corazzata inaffondabile affondò tutta in una volta, lasciando il capitano da solo già all’alba della frazione, tagliando il traguardo a quarti e quarti e quarti d’ora di distacco, nessuno escluso. Gregari? Oggi parevano passanti disgregati l’uno dall’altro, e tutti dalla corsa.

Torniamo a O’Brien, quindi a Star Trek, quindi al ponte ologrammi: la realtà vera qual era, quella del Tour, del dogma dell’inviolabilità dei nerazzurri britannici? O quella raccogliticcia di oggi, di una squadra ridotta in miseria (sportivamente parlando)?

 

Quanto male fa ripensare a un Tour sprecato
Perché il Tour de France 2016 ci batte tanto in testa? Perché trovammo all’epoca (cioè, sempre poche settimane fa) e continuiamo a trovare oggi inconcepibile che la corsa più importante, la principale vetrina del ciclismo mondiale, si sia risolta in una schifezza – a livello di spettacolo, ovviamente sempre massimo il rispetto per chi pedala – con pochissimi lampi in un arco trisettimanale da depressione la più cupa e disperata possibile.

Possibile, ecco la parola chiave. Possibile che quello che oggi è sembrato – non diciamo ipotizzabile, non diciamo tentabile, non diciamo realizzabile – ma addirittura quasi facile nella sua messa in atto, non sia stato ipotizzato, tentato, realizzato un mese e mezzo fa?

Nei giorni in cui Chris Froome veniva dipinto come una maglia gialla inattaccabile, noi sapevamo che la realtà era un’altra. Se un cestista ha una formidabile media da 3 punti, non gli lasci lo spazio per tirare da 3 a ogni azione; se un calciatore è velocissimo nelle sue discese sulla fascia, non metti a marcarlo il tuo uomo più lento; se un tennista è fortissimo sul rovescio ma sbaglia spesso col dritto, saranno considerabili tutte a posto le tue rotelle, se continui a giocare sul suo rovescio anziché pungolarlo sul dritto? E così via, metaforizzando tutto il metaforizzabile.

Chris Froome è fortissimo nel breve, nella salita secca, nei 5-8 km di sforzo massimale, in cui dà luogo alle sue mitologiche frullate che travolgono tutti; prima e dopo, c’è molto da inventariare. Al Tour è mancato allora un ragioniere dedicato appunto all’inventario. Non diciamo che ci servisse Leonardo Da Vinci; bastava un buon ragioniere. Manco quello.

 

Quello che più manca in genere? La creatività
Ci diranno che mancava Alberto Contador, ovvero colui che ha la personalità per innescare favole come quella di oggi, una fuga di 115 km destinata a smottare la Vuelta, a favorire enormemente Nairo Quintana (bravissimo a fiutare l’azione e a inserirvicisi), a regalare agli appassionati un pomeriggio di grande ciclismo.

Ci diranno che – al contempo – la Sky del Tour era talmente più forte di questa che non avrebbe mai permesso che si creassero simili condizioni di gara. Rispondiamo: se nessuno prova a fare la rivoluzione, quella da sola non si fa.

Poi magari la Grande Boucle è stata soltanto in maniera un po’ casuale vittima di una serie di circostanze che hanno portato al non-spettacolo di cui parliamo; e d’altro canto il valore di un Tour è talmente superiore a quello di una Vuelta che l’attendismo che in esso si respira è un portato naturale di questo tipo di valutazioni e rapporti di forza. Perdi una Vuelta, non è che il mondo se lo ricorderà per sempre; perdi un Tour, lo sapranno fino al Pacifico.

Ma non riusciamo a perdonare, a distanza di tempo, l’ignavia di quelle ammiraglie, il non voler osare mai una volta, il non voler vedere – se non altro per mera curiosità – se si può scrivere un finale alternativo a un copione già noto e risaputo. Tappe come quella di oggi ad Aramon Formigal ce ne vorrebbero una ogni due o tre giorni (indipendentemente da chi vince o da chi perde, la nostra non è certo una crociata contro Froome, per carità), e allora sì che il ciclismo tornerebbe a non avere rivali, a livello di sport, quanto a pathos, emozioni, spettacolo, narrazione.

Tutto dovrebbe concorrere, nel ciclismo, a questo fine: la moltiplicazione dell’imprevedibile, del colpo di scena, dell’estetica del gesto sensazionale. Non per forza a livello prestazionale – già ci par di sentire quelli che “sì, ma allora volete il doping!” – ma a livello di creatività: quello sì, diamine: siate creativi!

Archivio

La vignetta di Pellegrini