Marianne Vos batte Giorgia Bronzini e vince l'Europeo di Herning © Bettiniphoto
Marianne Vos batte Giorgia Bronzini e vince l'Europeo di Herning © Bettiniphoto

Vos-Bronzini, è ancora tempo di rivincite

Marianne vince l’Europeo di Herning battendo in uno sprint a tre Giorgia e la Zabelinskaya. Ottima Italia, Confalonieri nona

Evitiamo di investire metà dello spazio a disposizione di questo articolo per riportare il sobrio palmarès di Marianne Vos, tanto lo sapete e lo sappiamo: questa qui ha vinto tutte le gare su tutte le superfici, e più o meno ciascuna l’ha vinta più volte, quindi tanto vale ricordare solo che quello che ha conquistato oggi a Herning, in Danimarca, è il suo terzo titolo europeo su strada. I primi due li vinse che era un’Under 23, e all’epoca (in realtà fino al 2015) non era prevista la prova continentale per le élite.

Lo scalpo che l’Immensa Marianne (tornata ad altissimi livelli dopo troppi infortuni negli ultimi anni) ha fatto oggi è peraltro di un certo valore, visto che è quello di Giorgia Bronzini. Proprio lei, la piacentina, la nemesi storica della Vos, colei che per ben due volte l’ha fatta piangere, a Geelong e a Copenhagen, due Mondiali di fila in cui l’azzurra relegò l’olandese al secondo posto, il quarto e il quinto di seguito (!) per lei nella prova iridata.

Era una maledizione, per Marianne: dopo il successo del 2006 venne beffata per cinque volte, una dietro l’altra; quattro di queste cinque, dall’Italia. Un incubo, che oggi viene mitigato da una piccola noterella a margine: i suoi tre titoli europei la Vos li ha vinti battendo Tatiana Guderzo nel 2006, Marta Bastianelli nel 2007 e Giorgia Bronzini oggi: cioè, esattamente le tre azzurre che l’hanno brutalizzata nei vari Campionati del Mondo. Una piccola rivincita giunge quindi a compimento, addì 5 agosto 2017, sull’insulso piattone di Herning.

 

Un’Italia solo da elogiare
Ed è sicuramente gran soddisfazione per Marianne, ma pure un peccato per l’Italia, che aveva corso parecchio bene. L’Olanda è ormai il fattore primo di qualsiasi cosa abbia a che fare col ciclismo femminile, per dire i nuovi Europei élite sono cosa oranje, due titoli di fila per Ellen Van Dijk nella cronometro, due titoli di fila in linea, l’anno scorso con Anna Van der Breggen, stavolta con Vos.

Le azzurre si sono mosse bene, abbiamo detto. Sempre attente, quasi sempre nel vivo, e se non era con una ragazza nel drappello che volta per volta si ritrovava al comando della corsa, era comunque nelle prime posizioni del gruppo, a controllare, a tenere le ruote scottanti delle olandesi, a farsi trovare pronte a un eventuale nuovo attacco.

Quando è partita l’azione buona, su sette (poi diventate sei, poi diventate quattro) atlete, due erano italiane. Prova di squadra di grande rilevanza, al cospetto di un’Olanda che ha sì vinto, ma è pure stata meno cannibalesca di quanto non si potesse presupporre. Piazziamo Giorgia Bronzini, ancora grandissima a 34 anni (compiuti tra l’altro due giorni fa, auguroni!), su quest’altro podio importante, un argento che va a imperlare ulteriormente un palmarès già valorosissimo; abbiamo avuto con Giorgia fin quasi alla fine Elisa Longo Borghini, preziosa nel ruolo da gregaria, svolto con umiltà nonostante lei sappia bene di essere il faro del movimento italiano. Ma lavorare per una compagna più adatta a un determinato percorso non è una “diminutio”, semmai è la conferma di saper compiere il proprio dovere sempre.

Piazziamo un’altra azzurra in top ten, Maria Giulia Confalonieri nona, con Marta Bastianelli appena fuori dalle 10 (undicesima), e con una prestazione corale a cui davvero non si possono muovere critiche. Ognuna ha fatto il proprio, ognuna s’è mossa al momento giusto, e a volte capita di non vincere una corsa che pure avresti meritato per la semplice ragione che di fronte ti trovi… la Vos.

 

Nessuna riesce a fare la differenza per gran parte della gara
Sei giri da 20.1 km l’uno, meteo variabile (con scrosci di pioggia) sull’anonima Herning, percorso come un biliardo, discreto vento qua e là, e insomma tutti gli ingredienti per un Campionato Europeo femminile con qualche possibilità di risultare almeno un po’ combattuto (cosa che magari tra i professionisti domani non sarà così scontata).

Certo il percorso non era amico di chi voleva provare a fare selezione. La super Olanda, per esempio, che già nel secondo giro ha accennato qualche mezzo ventaglio, ma il gruppo ha perso solo pochi elementi prima di ricompattarsi. Sempre nel corso della seconda tornata, un’azione a 8 orchestrata da Olga Zabelinskaya ha visto la presenza di due azzurre al suo interno, ma i tempi non erano ancora maturi, e pure nel terzo giro le cose non sono cambiate: qualche tentativo (anche uno di Marianne Vos con la francese Elise Delzenne ai -64), ma nessuna ha trovato spazio.

Al quarto giro abbiamo iniziato a vedere qualcosa di più sostanzioso: ai -51 la Francia con Audrey Cordon e Aude Biannic ha messo in piedi un bell’attacco a cui si sono accodate l’azzurra Anna Zita Stricker, l’olandese Amy Pieters, la danese Julie Leth, la lussemburghese Christiane Majerus, quindi (rientrate in un secondo momento) anche la belga Ann-Sophie Duyck, la tedesca Remy Kasper e la polacca Katarzyna Wilkos. Le 9 atlete hanno raggiunto un vantaggio massimo di 25″, e a inseguire si è messa proprio l’Olanda, che evidentemente non valutava come troppo sicure le possibilità della Pieters in quel drappello. Lei, a ogni buon conto, tirava ugualmente davanti, anche se le sue compagne facevano la stessa cosa dietro. Un piccolo vizio di comunicazione interna, diciamo.

Le trenate oranje (anche con Vos e Van der Breggen, tanto per chiarire le forze in campo) hanno annullato l’azione, e le fuggitive sono state raggiunte proprio al passaggio, a 40 km dalla fine. In contropiede è ripartita subito Biannic, e su di lei sono rientrate Chantal Blaak e Simona Frapporti (Olanda e Italia, Italia e Olanda: protagoniste più che mai); ma non se n’è fatto ancora niente.

Poco dopo un tentativo di Ellen Van Dijk (Olanda) con la belga Valerie Demey e la danese Camilla Møllebro voleva forse tener fuori proprio l’Italia, ma anche in questo caso l’attacco è subito rientrato (tantopiù che la Demey è pure caduta, dopo essersi toccata con la Møllebro).

A 36 km dalla fine ancora la Blaak ha preso l’iniziativa, subito tampinata da Elisa Longo Borghini; si sono accodate pure Møllebro, Eugénie Duval (Francia), Lourdes Oyarbide (Spagna), di nuovo Majerus, ma per l’ennesima volta il gruppo (tirato stavolta dalle polacche) ha avuto ragione; negli stessi chilometri forava la belga Jolien D’Hoore, una delle favorite della vigilia, costretta poi a un supplemento di fatica per riportarsi nel plotone.

Ogni azione che abbiamo visto in questa fase arrivava ad avere pochi secondi di margine (al massimo una ventina), prima di implodere tra vento contrario e stradoni troppo larghi per non favorire il lavoro di chi inseguiva. Riportiamo ancora i tentativi di Anna Plichta (Polonia) e Martina Ritter (Austria) ai -30, poi di nuovo un terzetto con Olanda-Italia+1, in questo caso abbiamo visto ai -27 Anna Van der Breggen, Simona Frapporti e la norvegese Emilie Moberg, ma non c’è stata collaborazione e l’attacco è subito sfumato.

 

L’azione decisiva la mette in piedi la Zabelinskaya
A 26 km dalla fine, sulla strada che portava all’ingresso di Herning, Olga Zabelinskaya ha piazzato un allungo dei suoi, chiamando la reazione della spagnola Sheyla Gutiérrez (entrambe si erano già mosse nell’attacco del secondo giro). Intorno alle due si è subito coagulato un gruppetto che definire interessante sarebbe poco: intanto, Marianne Vos. Poi la polacca Katarzyna Pawlowska, la tedesca Charlotte Becker, e ben due italiane, Elisa Longo Borghini e nientemeno che Giorgia Bronzini, più che scaltra a capire subito che quell’azione avrebbe potuto andare lontano.

La Zabelinskaya è stata fantastica in questa fase, e sono state le sue trenate a dare respiro al tentativo. Dietro intanto ci si guardava un po’ troppo, e quando la Francia ha deciso di tirare con decisione il gruppo, il distacco ammontava già a una quindicina di secondi; e quel margine era destinato a salire rapidamente, visto che ai -21 si era già a +30″ per le sette battistrada. Ancor più, all’ultimo passaggio sotto lo striscione, ai -20, il margine era salito a 36″. Le azzurre (Ilaria Sanguineti soprattutto) si esponevano al rischio di prendersi qualche insulto dalle francesi rompendo i cambi in testa al gruppo, e il ritmo dell’inseguimento era così ondivago che qualcuna ha tentato di evadere in proprio: Møllebro, ancora lei, stavolta con l’azera Olena Pavlukhina.

Davanti intanto succedevano cose: in particolare, una distrattissima Gutiérrez si addormentava su un rettilineo infinito e prendeva un piccolo buco che, nel vento trasversale, diventava per lei impossibile da chiudere. Ciao Sheyla, sarà per un’altra volta (in volata non sarebbe stata nemmeno disprezzabile, una medaglia era alla sua portata).

Ai -15 il gruppo ha ripreso sia la spagnola che le intercalate Møllebro e Pavlukhina, e il gap rispetto alle prime era ormai salito a 45″, tanto che si disperava di poter rimettere insieme le cose: tardivo, in tal senso, l’arrivo delle belghe a dare una mano alle francesi in testa al plotone.

Con la Bronzini piuttosto passiva in questo frangente, qualcuna davanti ha iniziato a risparmiare qualche pedalata, e ciò si è subito reso evidente nel distacco, caduto a meno di 30″ ai -7 km: non c’era tanto da scherzare a questo punto, anche perché dietro si erano svegliate pure Danimarca e Norvegia (pure loro, abbastanza tardivamente, a dire la verità).

 

Finale pirotecnico, e Marianne Vos batte Giorgia Bronzini
A questo punto anche Giorgia ci ha dato dentro un po’ di più, e va detto che la massima spinta del gruppo si è un po’ esaurita, contestualmente. Insomma, la nave era praticamente in porto. Ma non era destinata ad attraccare con tutte le effettive, perché ai 5 km un clamoroso pasticcio ha coinvolto la Pawlowska: la polacca ha infatti tamponato Zabelinskaya ed è caduta, ritrovandosi pure con la bici inservibile. Non solo: la polacca è stata evitata miracolosamente da Vos e Bronza, ma la Becker ha dovuto mettere piede a terra, e – come già accaduto in precedenza per Gutiérrez – le è risultato impossibile chiudere il buco che si era così formato.

Indi per cui, si andava in quattro a lottare per le tre medaglie. L’ipotesi di doppio alloro per l’Italia è sfumata presto, perché Elisa, molto scrupolosa, ha trenato come un’ossessa negli ultimi tre chilometri: era chiaro che tale sacrificio in favore della compagna non sarebbe rimasto senza conseguenze, e infatti quando ai 1100 metri Olga ha tentato un allungo, Vos e Bronzini sono state in grado di rispondere, Longo Borghini no.

Rimaste in tre davanti, la Zabelinskaya ha continuato a tirare fino alla fine, ormai rassegnata – dopo essersi giocata la sua carta – al pur consolante bronzo. Le altre due invece aspettavano lo sprint. Il vento contrario sconsigliava fortemente di partire lunghe, e infatti abbiamo dovuto aspettare fino ai 150 metri per vedere Marianne Vos uscire dalla ruota della russa, lanciando la propria volata.

Giorgia Bronzini era a sua volta a ruota dell’olandese, ed è venuta fuori pure lei, ha affiancato la rivale di tante battaglie, ci ha provato e riprovato a metterle la ruota davanti, ma stavolta non c’è stato proprio verso: alla Vos saranno passati davanti agli occhi i finali di Geelong e Copenhagen, e ci ha messo pure quello che non aveva, pur di vincere quella volata.

La missione è stata compiuta brillantemente, Marianne ha conquistato il titolo davanti a Giorgia, e va bene così, si può essere sereni (contenti no, ovviamente) anche dopo una sconfitta, se chi ti batte è un mostro come la Vos. Al terzo posto Zabelinskaya, abbiamo detto (a 2″ dalle prime), poi Elisa Longo Borghini è stata risucchiata dal gruppo proprio a 10 metri dalla linea d’arrivo, e a 15″ sono state cronometrate le inseguitrici, regolate per il quarto posto dalla francese Roxane Fournier sulla danese Amalie Dideriksen; a seguire la belga Jolien D’Hoore, l’olandese Kirsten Wild, la finlandese Lotta Lepistö, l’altra azzurra Maria Giulia Confalonieri (nona) e la svedese Emilia Fahlin. Undicesimo posto per Marta Bastianelli, e prova generale superata – ancora una volta – dalla nazionale del quasi infallibile Dino Salvoldi. Ché se non ci fosse quel “quasi”, che gusto ci sarebbe, in fondo?

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