Fabio Jakobsen vince la Scheldeprijs 2018 su Ackermann e Lawless © Twitter
Fabio Jakobsen vince la Scheldeprijs 2018 su Ackermann e Lawless © Twitter

Sulla Scheldeprijs spira il vento: del rinnovamento

Fabio Jakobsen vince la più facile classica del nord, quest’anno però meno facile. Ventagli, passaggi a livello, Kittel out per foratura. E spazio ai giovani (e alla solita Quick-Step)

Clamoroso a Schoten: Marcel Kittel non ha vinto la Scheldeprijs! Non sembri un’introduzione troppo bislacca a un articolo di cronaca ciclistica, visto che il tedesco si era aggiudicato appena cinque delle ultime sei edizioni della corsa fiamminga. Ma oggi, tra un percorso un minimo più esigente del solito, e una certa dose di sfortuna, palesatasi in due forature, di cui la seconda – strategica – proprio nel finale, il capitano di giornata della Katusha Alpecin si è ritrovato fuori dai giochi.

Festeggia allora una squadra a caso… la solita, avete capito bene. La Quick-Step Floors, ormai decisamente noiosa in questo suo incontrastato dominio nelle classiche e semiclassiche di casa, ha messo in fila la nona vittoria nelle ultime 10 gare in Belgio (sfuggita solo la Gand, nella quale si è imposto Sagan su un Quick-Step, Viviani).

E oggi si bea del successo di uno dei suoi alfieri più giovani e promettenti, Fabio Jakobsen, 21 anni appena, già a segno alla Nokere-Koerse qualche settimana fa. Un ragazzo che è fortissimo nelle volate che tirano all’insù, ma che oggi ha dimostrato di non temere nulla neanche in quelle piatte. Né tantomeno in coda a una corsa resa dura da tanti elementi, come vedremo.

 

Una corsa alla ricerca delle radici… e della fuga nel vento
Ad onta del fatto di proporre un percorso biliardesco su cui le principali asperità erano i dossi artificiali nelle cittadine di questo scorcio di Fiandra, la Scheldeprijs 2018 ha presentato una notevole varietà di situazioni. Tanto per cominciare il vento atteso nella prima parte del percorso, in Olanda e quasi tutta di fianco al mare nella penisola di Beveland-Walcheren, dalle parti – per intenderci – di Middelburg, sede di tappa del Giro d’Italia nel 2010 (fu la frazione vinta da Wouter Weylandt).

In pratica gli organizzatori sono andati a cercare la foce della Schelda (a cui è intitolata la corsa), nella regione della Zelanda (partenza da Terneuzen), e di fatto due terzi della gara si sono svolti oltreconfine, tra le ex isolette che i laboriosi neerlandesi hanno trasformato nei secoli in una penisola col loro inesausto lavoro di riscatto delle terre dal mare. Solo al km 130 (dei 200 totali) si è rientrati nella casa madre belga.

Dopo l’excursus storico-geografico possiamo tornare alla cronaca della corsa. Il vento non è per l’appunto mancato, ha frazionato più volte il gruppo, e ha segato le gambe al primo tentativo d’attacco della giornata, partito già al km 1 con 8 uomini: Carlos Alzate e Tanner Putt (UnitedHealthcare), Lars Ytting Bak (Lotto Soudal), Jan-Willem Van Schip (Roompot-Nederlandseloterij), Johann Van Zyl (Dimension Data), Kenneth Van Rooy (Sport Vlaanderen-Baloise), Adrien Garel (Vital Concept) e Michal Paluta (CCC Sprandi Polkowice). Per il drappello mezzo minuto abbondante di margine, 30 km allo scoperto e fine della festa.

I ventagli si sono scatenati proprio mentre la prima fuga veniva raggiunta, e la Katusha-Alpecin di Marcel Kittel ha lavorato bene, sempre in testa, mettendo spesso in difficoltà le formazioni avversarie. Al km 40 Moreno Hofland (Lotto) ha provato ad approfittare tutto solo della confusione, ma non è durato a lungo, e al 55 è stato preso e superato da Van Schip (di nuovo), Sean De Bie (Véranda’s Willems-Crelan) e Jonas Rickaert (Vlaanderen), su cui si sono portati successivamente da Guillaume Van Keirsbulck (Wanty-Groupe Gobert) e Alexander Cataford (UnitedHealthcare).

Intanto si segnalavano anche diverse cadute, tra cui la più cruenta ha visto Alzate, il suo compagno Travis McCabe e Marko Kump (CCC) andare a scontrarsi con una macchina parcheggiata a bordo strada. Più avanti avremmo visto un’altra auto trovarsi sul percorso di gara, fortunatamente senza conseguenze.

 

Il fattaccio del passaggio a livello
La fuga di Van Schip e soci è durata una sessantina di chilometri, passando da un vantaggio massimo di 3’40” al km 90 (ai -110), ma respinta, pure questa, dal vento forte che continuava a soffiare sulla Zelanda. Mentre il gruppo andava incontro a nuovi frazionamenti, dopo metà gara, e la fuga numero due veniva riavvicinata a vista, è successo il fatto del giorno, destinato a restare nelle cronache di questa edizione della Scheldeprijs.

La prima parte del secondo troncone del gruppo, seguendo acriticamente una moto dell’organizzazione, è transitata da un passaggio a livello dopo che la luce rossa si era già accesa, e che le sbarre si stavano abbassando. In totale una trentina di corridori, i quali poco dopo il transito sono stati raggiunti e fatti accostare dalla moto della giuria, che li ha messi tutti fuori gara: pugno di ferro, ma quantomai necessario in questi casi in cui è in gioco prima di tutto la sicurezza.

Tra i pescioloni capitati nella severa rete della giuria alcuni dei favoriti, su tutti Arnaud Démare (Groupama-FDJ) e Dylan Groenewegen (LottoNL-Jumbo); e poi fuori tra gli altri anche Tony Martin (Katusha), Davide Martinelli e Kasper Asgreen (Quick-Step Floors), Pim Ligthart (Roompot), Timo Roosen e Amund Grondahl Jansen (LottoNL).

Di fatto, corsa indirizzata in un certo modo già ai -80, e gruppo ridotto a circa 50 unità (la seconda parte del secondo troncone, quella non transitata attraverso le sbarre calanti, era rimasta ferma al passaggio a livello e mai più riavvicinatasi ai primi), e spazio a nuovi tentativi d’attacco.

 

Il tentativo di Doull e Duchesne, le due forature di Kittel
Dopo un paio di allunghi di Dimitri Gruzdev (Astana) sono partiti in contropiede ai -57 Owain Doull (Sky) e Antoine Duchesne (Groupama). Un’azione iniziata quasi in sordina, ma destinata a volare sulle possenti leve dei due passisti (Doull in particolare è un ex inseguitore), che hanno messo insieme 1’10”-1’20” nonostante la Katusha tirasse sempre forte.

Ai -45 una foratura di Kittel ha rallentato il plotone (perché i suoi uomini si sono ovviamente spostati dalle prime posizioni), e i due attaccanti hanno allungato fino a +1’40”, loro vantaggio massimo toccato ai -43. Intanto è iniziato a piovere sulla corsa, mentre si era già sul circuito finale (tre giri da 17 km l’uno). Da segnalare, mentre la Katusha – rientrato Kittel – amministrava il riavvicinamento a Doull e Duchesne, un tentativo di contropiede di Maarten Wynants (LottoNL) e Matti Breschel (EF Education First-Drapac) ai -17, quindi, quando pareva il momento di raggiungere i due battistrada, a cui rimanevano pochi secondi, ecco il colpo di scena: subito dopo una foratura del giovane Álvaro Hodeg (Quick-Step), ecco nuovamente appiedato il favoritissimo Marcel Kittel.

La seconda foratura è stata decisiva: il tedesco, malgrado l’aiuto dei compagni fermati per riportarlo dentro, non è più riuscito a rientrare in gruppo, rinviando al prossimo anno l’eventuale sesto titolo alla Scheldeprijs.

Doull e Duchesne sono stati raggiunti ai -8, abbiamo quindi assistito a qualche tentativo da finisseur (due volte Jos Van Emden della LottoNL, poi Van Keirsbulck), ma ormai non si sarebbe più sfuggiti alla legge degli sprinter (i pochi rimasti).

 

La vittoria di questa next big thing: Fabio Jakobsen
E allora, sprint: ai -2.5 in curva è caduto Julien Morice (Vital Concept), poi – dopo un buon lavoro degli Sky – la Quick-Step ha preso in mano la situazione, per lanciare il suo giovanissimo capitano Fabio Jakobsen. In particolare Michael Mørkøv e Zdenek Stybar si sono spesi per il 21enne olandese, e lui non ha tradito la fiducia di tanto esperti e valenti compagni, vincendo nettamente e di fatto impedendo agli avversari financo di affiancarlo sul rettilineo finale.

Sul fondo bagnato dalla pioggia, Jakobsen ha preceduto Pascal Ackermann (Bora-Hansgrohe) e Christopher Lawless (Sky), per un podio la cui età media è 22 anni e mezzo: possiamo parlare di ricambio generazionale o siamo fuori luogo?

Alle spalle dei tre giovanotti si sono accomodati Jens Debusschere (Lotto), Jérémy Lecroq (Vital Concept), Max Walscheid (Sunqweb), Timothy Dupont (Wanty), Rickaert, Bram Welten (Fortuneo-Samsic) e Marco Haller (Katusha). Primo italiano Matteo Pelucchi (Bora), quindicesimo; nei 20 anche Leonardo Basso (Sky), proprio 20esimo.

Mentre giovani e ruote veloci si incrociavano in questa Scheldeprijs, una parte del “gruppo del nord” era sulle strade della Roubaix a far ricognizioni sul pavé: da qui a domenica sarà un breve ma intenso conto alla rovescia fino alla corsa più bella del calendario ciclistico.

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