Un momento dell'attacco a lunga gittata di Peter Sagan alla Roubaix 2018 © Paris-Roubaix
Un momento dell'attacco a lunga gittata di Peter Sagan alla Roubaix 2018 © Paris-Roubaix

Chi attacca si accende, chi attende si attacca

Magistrale interpretazione di ciclismo offensivo da parte di Sagan alla Roubaix. E ancora una volta aspettare non paga: vedi alla voce Vanmarcke

Solo una settimana fa Peter Sagan recitava il ruolo di grande sconfitto al Giro delle Fiandre, incapace di sbrogliare un’intricata matassa che la Quick-Step gli aveva confezionato. Lo slovacco, rimasto intrappolato tra mille avversari, mentre Niki Terpstra volava via, aveva ricevuto critiche da tutti i fronti per il suo modo di correre troppo passivo, sempre sulle ruote cercando di sfruttare il lavoro altrui fino al Paterberg, per la sua scarsa accortezza tattica, perché se parte Terpstra lo devi seguire, e per una condizione che non sembrava essere minimamente quella dell’anno scorso. Sono bastati sette giorni per ribaltare completamente le prospettive, ora Sagan è letteralmente in cima al mondo, ha appena ottenuto la vittoria più bella della sua carriera e tutti lo osannano. Ma cosa è cambiato precisamente dal Fiandre alla Roubaix? Molto semplice, Sagan ha corso all’attacco, e il ciclismo, checché se ne dica, continua a premiare i coraggiosi.

Alla Ronde Sagan aveva interpretato la corsa come fatto al Mondiale di Bergen: correndo di rimessa. Ma le grandi classiche del pavé presentano percorsi ben più duri e intricati del circuito iridato norvegese, c’è più selezione e i punti in cui gli avversari possono tendere delle imboscate sono molteplici. In un contesto del genere il rischio di farsi sfuggire la corsa da un momento all’altro se si resta passivi è molto alto. Ma Sagan non è solo il simpatico guascone che abbiamo imparato a conoscere nel corso degli anni, è anche un campione umile, che sa fare tesoro di ciò che apprende dai suoi errori.

E così ha fatto in questa settimana, approcciandosi alla Roubaix in modo completamente diverso rispetto a quanto fatto con la Ronde. Sagan non ha aspettato i suoi avversari, ha atteso giusto una prima fiammata di uno spuntato Greg Van Avermaet, e poi si è mosso in prima persona a oltre 50 km dal traguardo, lasciando di sasso tutti gli altri favoriti della vigilia, i quali hanno completamente perso l’attimo, permettendo allo slovacco di involarsi. Dopodiché Sagan è rientrato sui corridori che erano in testa fin dal mattino e anche qui ha saputo gestire la situazione in modo magistrale, comportandosi da sovrano generoso e non da desposta spietato. Forte del fatto che il vantaggio sugli inseguitori si fosse immediatamente impennato, non ha provato a staccare gli altri fuggitivi, ma, anzi, li ha convinti a collaborare e l’avere qualcuno a dargli dei cambi nei tratti in asfalto, consentendogli di tanto in tanto di tirare il fiato, si è rivelato fondamentale per permettergli di gestire al meglio le energie e, quindi, non rischiare la crisi.

 

Perché attaccare paga e attendere no
La strategia attuata oggi da Sagan può sembrare avventata, e magari lo è anche, ma si è rivelata redditizia; proprio come quella di Terpstra settimana scorsa o quella attuata dalla Quick Step con Gilbert alla Ronde del 2017. Lo slovacco, a dirla tutta, già ci aveva provato nella passata edizione a correre come fatto oggi, purtroppo la Dea Bendata quel giorno lo aveva preso di mira, e un’ignava foratura lo aveva tagliato fuori dai giochi sul più bello. Ma osare alla lunga paga nelle classiche del nord, perché, spesso e volentieri, crea delle situazioni tattiche favorevoli a chi sta davanti e sfavorevoli a chi deve inseguire dato che a organizzarsi per riprendere l’attaccante di turno devono essere i capitani in prima persona, poiché nelle fasi calde della corsa sono pochissimi i gregari che riescono a stare vicini ai loro leader. Sagan si è trovato in compagnia di un corridore come Dillier per cui già solo un podio alla Roubaix era un risultato enorme, il quale non ha fatto mancare un cambio allo slovacco nemmeno all’imbocco del velodromo. Al contrario i rivali erano letteralmente con le spalle al muro, imbrigliati in un inseguimento che si è rivelato inefficace proprio perché tutti stavano bene attenti a non sprecare più energie degli altri.

La stessa, identica, situazione vista alla Ronde e prima ancora ad Harelbeke, solo che stavolta non c’era Sagan ad affogare tra le sabbie mobili dell’attendismo e del mancato accordo, non era tra quelli che si guardano a vicenda consci che la situazione sta scappando di mano, ma era davanti, a completare un capolavoro. E allora questo dovrebbe farci riflettere sul fatto che nelle grandi classiche del pavé magari attaccare non paga tutte le volte, ma sicuramente lo fa in maggior misura rispetto a correre sulle ruote degli avversari, sperando di poter vincere sfruttando il lavoro altrui. Sagan la lezione l’ha imparata, e gli insegnamenti li ha messi in pratica alla grande, correndo da vero campione. Chi, invece, ancora non capisce che forse dovrebbe variare strategia è Sep Vanmarcke, per l’ennesima volta uscito con un pugno di mosche dalla campagna del nord.

Il fiammingo si è fatto prima sfuggire Sagan e, in seguito, mentre era nel gruppetto immediatamente alle spalle del campione del mondo, ha negato più volte i cambi ai rivali, non facendo nemmeno tirare il redivivo compagno Taylor Phinney, il quale era l’unico gregario di uno dei presenti in quel manipolo di corridori. I due della EF- Drapac hanno voluto aspettare il tratto comprendente Camphin-en-Pévèle e Carrefour de l’Arbre per scatenare la loro offensiva, ma in quel momento il vantaggio di Sagan era già superiore al minuto, la corsa era sfuggita dalle mani di Vanmarcke e dopo un azione nemmeno troppo convinta il nativo di Courtrai è stato costretto ad alzare bandiera bianca, sconfitto per l’ennesima volta, ancora una volta trascinato nel baratro da un attendismo a dir poco esasperante.

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