Chris Froome al Processo alla Tappa in compagnia di Stefano Garzelli e Alessandro Petacchi © Team Sky
Chris Froome al Processo alla Tappa in compagnia di Stefano Garzelli e Alessandro Petacchi © Team Sky

Giro in Rai, i numeri non premiano gli sforzi

Il bilancio dell’edizione 101 della Corsa Rosa sugli schermi della tv di Stato: ascolti in calo rispetto al 2017, anche a causa degli italiani sotto le attese

Nel 1953 furono trasmesse in diretta, in via sperimentale, la frazione di apertura del 12 maggio (Milano-Abano Terme) e quella di chiusura del 2 giugno (Bormio-Milano), nell’ultima delle cinque vittorie finali di Fausto Coppi. Per la prima copertura diretta di ciascuna delle ventidue tappe si deve attendere il 1956, in quel Giro caratterizzato dall’impresa leggendaria sul Monte Bondone di Charly Gaul.

Il rapporto fra Giro d’Italia e Rai è quindi datato e, fatto salvo un interregno quinquennale negli anni ’90 con l’allora Fininvest, rappresenta una piacevole costante nel panorama televisivo nazionale. Il contratto attuale, firmato nel 2017, è in scadenza ma l’Ente di Stato vanta un’opzione di prima negoziazione per il prolungamento: considerata la positiva valutazione di questa esperienza da ambo le parti, le intenzioni dell’attuale dirigenza di Viale Mazzini nonché il disinteresse delle altre emittenti italiane, un nuovo accordo pare una pura formalità. Analizziamo intanto quanto visto e sentito, piaciuto o no nell’edizione 101 della Corsa Rosa.

Ascolti in calo: con gli italiani sottotono mai sopra i 3 milioni
Partendo dal lato degli ascolti, gli eccellenti risultati ottenuti nel 2017 non sono stati imitati. La ragione principale risiede nell’assenza di Vincenzo Nibali e nella debacle di Fabio Aru: i due sono, indiscutibilmente, i volti del pedale italiano. Per quanto siano stati validi Elia Viviani e Domenico Pozzovivo, non sono certo loro, allo stato attuale, i nomi capaci di convincere i non appassionati a sedersi ogni giorno sul divano per assistere alla tappa.

Per la prima volta dall’edizione 2009, nessuna tappa ha conosciuto un ascolto medio superiore ai 3 milioni: il miglior risultato è stato ottenuto nella San Vito al Tagliamento-Monte Zoncolan, con un dato di 2 milioni e 850 mila spettatori che hanno assistito alla prima affermazione di Chris Froome. Sopra quota 2 milioni e mezzo anche la Tolmezzo-Sappada con 2 milioni e 717 mila e la Susa-Cervinia con 2543 mila: nel 2017 furono ben sei le frazioni sopra tale dato.

L’ascolto medio del segmento Giro all’arrivo nel corso delle ventuno tappe è stato di 1 milione e 852 mila spettatori, un calo di quasi il 9% rispetto all’edizione numero 100. La partenza all’estero non favorisce certo l’audience: come accaduto nel recente passato con il via dato da Paesi Bassi (due volte), Danimarca e Irlanda, la risposta iniziale è nettamente inferiore rispetto alle grandi partenze dalla penisola.

La Grande Corsa, aggiustamenti positivi ma la resa è ancora insufficiente
In quello che è stato il secondo anno di trasmissione su Rai2 (in abbinata, ovvio, a RaiSport), la novità gradita è stata la rimodulazione del principale cambiamento nell’impaginazione del 2017, vale a dire la Grande Corsa. Dimezzata nella durata (da 60′ a 30′ circa) e meritoriamente portata al seguito della corsa utilizzando il palco del Processo, sono inoltre variati conduttori: dai digiuni della materia Lollobrigida-Rosolino si è passati all’accoppiata composta da Alessandro Fabretti e Stefano Garzelli.

Il livello è sicuramente cresciuto (anche perché diminuire ulteriormente era difficile…), tuttavia continua a sfuggire il senso di un programma simile. Non attira certo il pubblico di neofiti e, al contempo, porta chi ne ha la possibilità a sintonizzarsi altrove (leggi Eurosport) per non perdersi i momenti di gara. C’è da dire che, da questo punto di vista, ci sono stati dei miglioramenti nella flessibilità: se nel 2017 si assistette al pasticciaccio brutto dello Stelvio, la scalata del decisivo Finestre è stata abbastanza garantita. Abbastanza perché, comunque, se la pubblicità e la sigla andavano mantenute per ragioni di impaginazione, poteva tranquillamente essere evitato il servizio di apertura che nulla aggiungeva alla cronaca né il passaggio in studio con l’introduzione del conduttore.

Se la novità della realtà aumentata è stata una chicca stilisticamente gradevole, meno piacevole è stata però la trasmissione nel suo complesso. La conduzione del capospedizione Alessandro Fabretti, continuiamo a ribadirlo, è poco convincente e a tratti pomposa; gli interventi di Stefano Garzelli sono stati il più delle volte poco utili ad aggiungere qualcosa alla discussione. La presenza di Laura Betto come opinionista poco chiamata in causa (e il suo utilizzo in dimenticabili dietro le quinte in compagnia di Nicola Sangiorgio) poteva essere decisamente gestita in maniera differente. L’auspicio è che, per il futuro, tale trasmissione rimanga in soffitta: assistere a mezzora di immagini in più dalla corsa farebbe di sicuro più contenti gli spettatori alla visione.

Cronaca di livello così come le “intromissioni”
Per quanto riguarda la cronaca, straordinari per la coppia composta da Francesco Pancani e Silvio Martinello, che hanno commentato (escludendo i vari intermezzi con la Grande Corsa) circa una settantina abbondante di ore gara. Sempre di alto livello la qualità, con pochi errori (il più grave quello riguardante lo scambio fra Pozzovivo e Visconti nella frazione di Santa Ninfa) e con una piacevole leggerezza nei momenti di stanca, coadiuvati dal sempre professionale professor Enrico Fagnani o da Beppe Conti, le cui pillole di storia rappresentano la giusta nicchia per lui creata.

Vi sono stati, inoltre, i contributi di Stefano Rizzato riguardanti la cronaca dei luoghi attraversati. Temi non certo banali, come sui collaboratori mafiosi o sul fine vita, e che hanno avuto merito di far capire che raccontare il Giro d’Italia voglia dire parlare dell’intero paese, con i suoi spunti positivi e negativi. In solo un paio di casi si è incontrata, per così dire, una resistenza, con una figura poco edificante fatta dal presidente della Regione Calabria nello spazio concessogli come vuole la norma. Se nella prossima edizione dovesse venir riproposto il medesimo spazio sarà sicuramente una buona notizia.

Sempre sopra la sufficienza l’apporto dalle due motocronache: la prima, quella con a bordo Andrea De Luca, ha avuto la possibilità (e il merito) di raccontare, lì dove le immagini non erano ancora disponibili, il crollo di Fabio Aru sul Passo Tre Croci. Non è però finita nel migliore dei modi l’avventura dell’equipaggio di moto 1, con la caduta durante l’ascesa al Colle delle Finestre che ha prima portato ad un diverbio con la giuria (e conseguente cacciata dalla corsa) e poi in ospedale, con alcuni problemi fisici fortunatamente guaribili in breve tempo. Poteva incidere di più Marco Saligari da moto 2, ma comunque promosso.

TGiro e le interviste, miglioramenti sostanziali
Il Commissario è stato invece piacevole protagonista del rinnovato (e gradito) TGiro assieme al già citato Stefano Rizzato. Format nuovo per la trasmissione serale, con un maggior ritmo rispetto al passato; particolarmente azzeccato il tocco di modernità (o per meglio dire, contemporaneità) al programma, con finalmente utilizzo di rubriche al passo con la comunicazione attuale e contributi video provenienti direttamente dai corridori e dalle squadre. Voto alto anche per Villaggio di Partenza, appuntamento del mattino dai ritmi (e dai temi) più classici: la conduzione di Tommaso Mecarozzi, a cui si aggiunge il sempiterno Beppe Conti, sono anni luce distanti dal confusionario programma mattutino dello scorso decennio, al cui solo pensare torna la paura.

Non si può che apprezzare il miglioramento in uno degli storici punti deboli, vale a dire le interviste, soprattutto in lingua straniera. Eccellente Luca Di Bella al mattino al pari di Stefano Rizzato nel dopotappa: a far capolino in entrambi i segmenti è una new entry delle due ruote come Ettore Giovannelli che, orfano della Formula 1 dopo oltre venti stagioni, si è calato alla perfezione nella più umana carovana del Giro. E il giornalista abruzzese, cresciuto nella conoscenza della materia con il passare dei giorni, ha regalato alcune chicche fra le quali indubbiamente spicca il viaggio in funivia dopo l’arrivo di Campo Imperatore. Da tallone d’Achille a punto di forza, il miglioramento nelle conversazioni con i protagonisti è innegabile.

Processo alla Tappa è un nì. Sangemini, il troppo stroppia
Ogni anno, purtroppo, il Processo alla Tappa rimane sempre nel limbo: se Davide Cassani e Alessandro Petacchi (ormai diventato assai spigliato e preciso negli interventi) sono innegabilmente delle risorse ben utilizzate, il discorso varia con Alessandra De Stefano. Lo ripetiamo, la giornalista napoletana è la migliore in tutta la redazione di RaiSport quando si parla di confezionare speciali e racconti (“Nel nido dell’Aquila” dedicato a Michele Scarponi è l’ultimo esempio); tuttavia la sua conduzione è sempre poco lineare e confusionaria. Rivederla in un ruolo più cucito addosso alle sue caratteristiche sarebbe più consigliato. Un plauso che però bisogna riservarle riguarda la costante attenzione che riserva al tema della sicurezza: la puntata del Processo di Osimo è, senza alcun dubbio, la migliore dell’edizione 2018.

Se nel passato era stato Massimo Dapporto a catturare gli improperi degli spettatori con la pubblicità della lira (il popolare attore baffuto è stato quest’anno sostituito da una coppia di canuti signori), il Giro 2018 in Rai ha visto un trionfatore indiscusso, vale a dire Sangemini. Nel giro delle nove ore che sono intercorse fra la trasmissione del mattino e quella serale, le ricognizioni delle tappe sponsorizzate dall’acqua effervescente naturale sono state riproposte quotidianamente per sette/otto volte: se l’obiettivo era di attirare l’attenzione sul prodotto, l’effetto è stato contrario. Per il futuro sarebbe consigliabile diminuire questi intermezzi: quest’anno la pubblicità, complice la scelta di utilizzare il “riquadrino” durante le telepromozioni, è risultata meno invasiva del solito, coniugando così al meglio la necessità di recuperare l’esborso della produzione alla visione della gara per gli spettatori. La speranza è di migliorare questo aspetto per il 2019.

Ultimi due appunti: rispetto al 2017 è stata purtroppo eliminata la possibilità di usufruire, sul portale di RaiSport dedicato al Giro, della visione del flusso delle camere provenienti dalle motoriprese e dagli elicotteri. Per il futuro un servizio simile, disponibile anche in Francia al Tour (solo per i cittadini transalpini), deve essere messo in conto. Chiudiamo poi con “Viaggio nell’Italia del Giro“, programma culturale curato dal bravissimo Edoardo Camurri: posizionarlo su Rai2 fra le 14 e le 14.30, quando i ciclofili erano interessati alla tappa in onda sul canale sportivo, è stato un suicidio organizzativo. Perché non collocarlo al termine del Processo alla Tappa al posto delle ennesime repliche dei telefilm?

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