Il responsabile delle nazionali italiane Davide Cassani © Giro d'Italia Under 23
Il responsabile delle nazionali italiane Davide Cassani © Giro d'Italia Under 23

Cassani: «Vogliamo essere al top? Servono corse dure»

Intervista al commissario tecnico della nazionale al termine del Giro d’Italia Under 23: il bilancio sulla corsa, con l’inedita cronometro e il valore del movimento giovanile azzurro come temi forti

È molto soddisfatto, Davide Cassani. La seconda edizione del rinato Giro d’Italia Under 23 è in archivio da poco, con il russo Alexander Vlasov vincitore al termine di una gara piena di sorprese. Un Giro altimetricamente non semplice, con trabocchetti presenti nelle tappe più inattese. Il bilancio del coordinatore delle nazionali, animatore assieme a Marco Selleri e alla sua Nuova Ciclistica Placci 2013 della corsa, è estremamente soddisfacente. Lo abbiamo sentito a Ca’ del Poggio, al termine della frazione conclusiva della Corsa Rosa.

Inevitabile iniziare dalla cronometro “real time” che ha concluso un Giro d’Italia Under 23: scelta rischiosa ma vincente
«Sì, è stata bella. Come Giro, abbiamo proposto questa nuova formula perché sono convinto che non possiamo andare avanti con quello che si è sempre fatto. Bisogna cercare di fare qualcosa di nuovo: può riuscire bene o riuscire male, però se non si propone qualcosa di innovativo rimaniamo fermi. Mi sono preso questo rischio e devo dire che per tanti fattori, primo fra tutti il percorso scelto, la prova è stata bellissima e avvincente. La cronometro deve sicuramente esserci in una corsa a tappe però non è molto emozionante. Il bello del ciclismo è il confronto diretto, vedere un atleta staccare l’avversario: unire la durezza di una cronometro con la spettacolarità di un testa a testa ha permesso di assistere ad un finale avvincente ed emozionante»

Il Giro d’Italia Under 23 di quest’anno ha affrontato un percorso indubbiamente non semplice che ha permesso continui capovolgimenti in classifica e di rimanere aperto sino all’ultimo
«La maglia rosa è cambiata quasi tutti i giorni, in una corsa dal livello elevatissimo su un percorso difficile. Questa è l’unica strada che abbiamo per alzare il livello del nostro movimento. Abbiamo un ciclismo composto da bellissime squadre dilettantistiche ma che corrono in Italia. Se in Italia non ci sono più le corse a tappe che si disputavano in passato, il nostro livello si abbassa. Non è un caso che dopo Nibali e Aru non abbiamo più uomini da grandi giri. Noi abbiamo delle ottime formazioni guidate da bravi direttori sportivi ma che, per crescere, hanno bisogno di corse all’altezza. Dato che certi team non hanno la possibilità economica di andare all’estero bisogna farle in Italia queste corse. Giro d’Italia, Giro della Valle d’Aosta, il probabile ritorno del Giro del Friuli: questi appuntamenti devono fare in modo di alzare il livello generale. Ho cercato in tutti i modi di riportare in vita il Giro d’Italia perché è necessario per continuare a recitare un ruolo di primo piano. Vogliamo avere corridori di qualità nei prossimi anni? La strada è questa: percorsi impegnativi contro i migliori giovani al mondo. Arrivare settimi o ottavi non importa, quello che conta è alzare il nostro rendimento. Avere dei ragazzi abituati solo a gareggiare in corse facili e mai in prove a tappe fa sì che la qualità si abbassi»

Difatti, allargando lo sguardo, quanto fatto da Samuele Battistella al Gp Priessnitz è stato sorprendente, considerando le poche occasioni avute in precedenza a differenza, giusto per fare un nome, del coetaneo sloveno Tadej Pogacar
«Basta vedere cosa facevano, quando avevano 20 anni, gli attuali grandi nomi delle corse a tappe. Sono tutti corridori che prendevano parte ad almeno quattro/cinque corse a tappe all’anno: se l’under 23 è la categoria che prepara al professionismo, non puoi dire “poverini, la corsa è troppo dura”. Lo sport deve elevare il livello, non appiattire, e quindi noi possiamo dare la garanzia che i ragazzi che si mettono in evidenza in una corsa come il Giro d’Italia Under 23 sono pronti a passare tra i professionisti. Penso sia un passo fondamentale per il nostro movimento»

Edoardo Affini è l’esempio lampante: protagonista dall’inizio alla fine del Giro su tutti i terreni dopo un’esperienza all’estero
«Perché lui è abituato ormai a fare con costanza le corse a tappe. Non c’è niente da fare, il movimento giovanile va protetto: da giovanissimi devi giocare, da esordienti e da allievi devi imparare, da juniores hai 3/4 kg in più e cerchi di migliorare gli allenamenti, da dilettante cominci a fare sul serio. Perché il passo successivo è il professionismo: a 20 anni i Bardet, Dumoulin, i Quintana, i Pinot partecipavano a cinque corse a tappe a stagione. Sono passati tra i pro’ e non hanno trovato il gradino che affrontano i nostri, che passano dalle scuole medie all’università. Se anche i nostri iniziano ad affrontare nel mezzo la scuola superiore, ci riusciranno anche loro. Bisogna fare le cose con gradualità, ma a 20/21 anni è ora di fare sul serio»

Per concludere la Coppa delle Nazioni under 23 rimane solo il Tour de l’Avenir: l’Italia è seconda in classifica, piazzamento che garantirebbe un posto in più al Mondiale di categoria. I miglioramenti, va detto, ci sono
«Noi stiamo cercando di lavorare per il bene del nostro movimento ciclistico. Quello di tutti, quello italiano».

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